GIOVANI

Signorsì

Intervista a un giovane militare: come si vive, perché si sceglie una professione così rischiosa, come può costruirsi la pace con un’arma in mano?
Giulia Ceccutti

Non capita tutti i giorni l’opportunità di avere uno scambio di punti di vista con un giovane ufficiale dell’esercito. Un’opportunità preziosa, da condividere, e che trova me e chi mi sta davanti d’accordo innanzitutto sulla necessità dei mondi a cui apparteniamo (civile e nonviolento da una parte, militare dall’altra) di provare a comunicare.

“Allora, spiegami: che cosa pensi che sia un militare?”. Scoppiamo a ridere. Inizia così il mio dialogo con un giovane, che è ufficiale dell’esercito. Da tempo avevamo in programma una chiacchierata, e finalmente ce l’abbiamo fatta. La battuta con cui entriamo nell’argomento forse dice molto della distanza tra due mondi.
Più la conversazione andrà avanti, più avvertirò, con un po’ di disagio, che mi manca il linguaggio. A mancarmi è il suo vocabolario: una lingua molto strutturata, composta di termini precisi, definizioni chiare. Mi manca il linguaggio perché – è vero – io il suo mondo non lo conosco. Allora ascolto. Innanzitutto la premessa: le forze armate sono uno strumento. Non sono qualcosa di avulso dalla società. È la società civile, siamo tutti noi, che dobbiamo gestire questo strumento, facendo sentire la nostra voce in Parlamento. Se, quindi, i cittadini non sono d’accordo sull’operato dell’esercito, devono avanzare le proprie critiche al Parlamento: l’esercito semplicemente esegue ciò che il Parlamento decide.
Il discorso continua, e spunta anche il nome di Hobbes, il quale teorizza che, per costituire una società pacifica, c’è bisogno di uno Stato che abbia il monopolio dell’utilizzo della forza: all’interno dello Stato, le forze di polizia devono assicurare la convivenza pacifica, e all’esterno l’esercito deve garantire la sicurezza da eventuali aggressioni.
La conversazione, quindi, va sugli obiettivi, e la replica è “l’obiettivo tra noi e voi è lo stesso, ossia la convivenza pacifica, garantire la pace”. Pace come ordine, stabilità. Qualunque militare – mi spiega – vuole la pace, perché è sinonimo di non-rischio: pace significa non dover mettere in pericolo la propria vita. Un rischio quotidiano per chi sta, ad esempio, in Afghanistan, il Paese in questo momento più pericoloso.
Per immaginarci un quadro più preciso, elenchiamo insieme i Paesi in cui è presente l’esercito italiano – Afghanistan, Kosovo, Libano, Iraq, Bosnia, alcuni Paesi africani, tra cui il Sudan – e i dati relativi: circa 2800 persone in Afghanistan, 2500 in Libano, 2400 nei Balcani e poco più di 500 tra Emirati, Congo, Cipro, Palestina, Sudan, Darfur, Ciad e Georgia.
Provo a chiedere se l’alto stipendio, per chi si assume rischi molto elevati, è una motivazione sufficiente per compiere questo lavoro. La risposta è che è vero, certo, che alcuni fanno questo lavoro per soldi (per estinguere prima il mutuo della casa, per aiutare le proprie famiglie, e via di seguito), ma il denaro come motivazione non basta. “Quanto vale avere o meno un piede, o stare molto a lungo lontano da casa?”: domande che aiutano a capire. Altissimo è il tasso di matrimoni andati in fumo e relazioni distrutte: “Ho visto fallire più matrimoni quando ero in Afghanistan, in sei mesi, che in venticinque anni di vita da civile!”.
Verso la fine della nostra chiacchierata, proviamo a elencare insieme quelle che, a suo avviso, sono le parole-chiave del mondo militare: servizio, ordine, chiarezza, semplicità e complessità allo stesso tempo. Con una precisazione: “È un mondo che dovrebbe tendere a tutte queste cose. Perché poi, di fatto, come tutti gli ambiti lavorativi e tutte le cose fatte dagli uomini, non sempre si ha questo rigore”. “Armi” non è tra le parole-chiave, e spiega: “personalmente non ne sono appassionato. È vero, servono anche per uccidere, e capisco che la cosa possa impressionare, ma, come viene insegnato fin dai primi giorni della vita militare, sono solo un mero strumento, e uno dei tanti che abbiamo per assolvere i nostri compiti. Come ogni strumento, penso non si possa classificarle a priori come una cosa ‘buona’ o ‘cattiva’”.

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