CHIESA

Donne al Concilio

Furono ben ventitré le donne presenti al Concilio Vaticano II e con un ruolo tutt’altro che simbolico. Capaci di determinazione, con prospettive innovative
e per una parità di genere nella Chiesa.
Adriana Valerio (Storica e teologa italiana)

Martedì 8 settembre 1964, nell’aula delle udienze a Castel Gandolfo, Paolo VI ufficialmente annunziò la presenza di uditrici al Concilio e, il 25 dello stesso mese, entrò in aula la prima donna, la francese Marie-Louise Monnet, fondatrice del Movimento Internazionale dell’Apostolato dei Ceti Sociali Indipendenti (miamsi).
Dal settembre 1964 al luglio 1965 furono chiamate in tutto 23 uditrici: 10 religiose e 13 laiche, scelte perlopiù secondo criteri di internazionalità e di rappresentanza. Le religiose furono: l’americana Mary Luke Tobin, presidente della Conferenza delle Superiore Maggiori degli Istituti Femminili di America, l’egiziana Marie de la Croix Khouzam, presidente dell’Unione delle Religiose d’Egitto, la libanese M. Henriette Ghanem, presidente delle Superiore Maggiori Maronite, la francese Sabine de Valon, superiora generale delle religiose del Sacro Cuore, e la tedesca suor Juliana Thomas, segretaria generale dell’Unione delle Superiore di Germania; la francese Suzanne Guillemin, superiora generale delle Figlie della Carità, la spagnola Cristina Estrada, superiora generale delle Ancelle del Sacro Cuore di Gesù e l’italiana Costantina Baldinucci, presidente della Federazione Italiana Religiose Ospedaliere, l’americana Claudia Feddish, superiora generale dell’Ordine delle Suore Basiliane e la canadese Jerome M. Chimy, superiora generale delle Suore Ancelle di Maria Immacolata.
Le laiche chiamate furono, oltre la francese Marie Louise Monnet: la spagnola Pilar Bellosillo, presidente dell’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche, l’australiana Rosemary Goldie, segretaria esecutiva del Comitato Permanente dei Congressi Internazionali per l’Apostolato dei Laici, l’olandese Anne-Marie Roeloffzen, segretaria generale della Federazione Mondiale della Gioventù Cattolica Femminile, le italiane e vedove di guerra, Amalia Dematteis, ved. Cordero Lanza di Montezemolo, presidente del Patronato dell’Assistenza Spirituale delle Forze Armate, e Ida Marenghi-Marenco, ved. Grillo, Alda Miceli, presidente del Centro Italiano Femminile, l’americana Catherine McCarthy, presidente del Consiglio Nazionale delle Donne Cattoliche, la coppia messicana Luz Maria Longoria e Josè Alvarez Icaza Manero, presidenti del Movimento della Famiglia Cristiana, l’argentina Margherita Moyano Llerena, presidente della Federazione Mondiale della Gioventù Cattolica Femminile, l’uruguaiana Gladys Parentelli, presidente del Movimento della Gioventù Agraria Cattolica Femminile, la tedesca Gertrud Ehrle, presidente della Federazione Tedesca delle Donne Cattoliche, e, infine, la baronessa cecoslovacca Hedwig von Skoda, presidente dell’Equipe Internazionale di Rinascita Cristiana.
A queste uditrici dobbiamo aggiungere una ventina di donne, chiamate come “esperte” per le loro specifiche competenze e professionalità, come l’economista Barbara Ward, esperta internazionale di questioni inerenti la fame del mondo, Patricia Crowley, un’autorità sulle tematiche relative al controllo delle nascite, Eileen Egan, nonviolenta e pacifista, consultata sulle problematiche concernenti la guerra.

Presenza determinata
La partecipazione delle uditrici, nelle intenzioni di molti padri conciliari, doveva rivestire un carattere piuttosto simbolico; in realtà, furono tutt’altro che simboliche, partecipando con determinazione e competenza ai lavori delle commissioni.
La loro presenza, pur circoscritta alle due ultime sessioni del Concilio, la terza (14 settembre – 21 novembre 1964) e la quarta (14 settembre – 8 dicembre 1965), fu particolarmente viva e significativa, lasciando segni importanti negli stessi documenti conciliari.
L’influenza delle uditrici si ebbe soprattutto su due documenti ai quali esse avevano lavorato a partire dalle sottocommissioni: le costituzioni Lumen Gentium, che sottolineò il rifiuto di qualunque discriminazione sessuale, e la Gaudium et Spes, nella quale emerse la visione unitaria dell’uomo-donna come “persona umana” e l’uguaglianza fondamentale dei due. Sappiamo degli interventi autorevoli di alcune di loro (per esempio della Goldie, della Bellosillo e della Guillemin) affinché l’affermazione della dignità della persona umana superasse ogni considerazione specifica sul femminile, che non si volle trattare come argomento a sé, separato, ma liberato da qualunque gabbia e limitazione. Il primato della parità fondamentale, conferito dal battesimo alle persone credenti, conferisce a tutti, e quindi anche alle donne, il principio della corresponsabilità apostolica.
I laici, donne e uomini, non sono più relegati alla passività e alla recettività, ma ricevono un ruolo attivo e importante nella Chiesa.
Di grande rilevanza fu anche il superamento della tradizionale concezione contrattualistica e giuridica dell’istituto familiare, attraverso il recupero del valore fondamentale dell’amore coniugale, fondato su un’“intima comunità di vita e di amore”. In tale prospettiva il contributo di Luz Marie Alvarez Icaza e di suo marito Josè nella sottocommissione della Gaudium et Spes fu determinante nel cambiare l’attitudine dei vescovi nei confronti del sesso nella coppia coniugale, da considerare non più come “rimedio della concupiscenza” legato al peccato, ma come espressione e atto di amore.
Dobbiamo anche ricordare l’importante contributo dell’economista Barbara Ward al dibattito sulla presenza della Chiesa nel mondo e al suo impegno perché la Chiesa dicesse una parola credibile sul problema della povertà e sul tema dello sviluppo umano.

La vita religiosa
Anche le religiose uditrici hanno svolto un ruolo importante nel mettere in atto l’“aggiornamento” della vita religiosa, innescando processi di innovazione e di sperimentazione. Esse avevano lavorato nel riposizionare al centro della vita religiosa Cristo e il suo messaggio, attraverso il ritorno alle fonti bibliche e liturgiche; avevano sottolineato la dignità personale di ogni membro della comunità, valutando le specificità e i valori dell’essere donna; avevano spinto per una diversa attitudine delle religiose nei confronti del mondo, verso il quale dovevano aprirsi per rispondere ai tanti problemi, ancora aperti, della giustizia, della pace e della libertà.
Possiamo dire, dunque, che il significato che il Concilio ha rappresentato per le donne va ben aldilà dei pochi espliciti riferimenti presenti nei suoi documenti. Esso ha significato una nuova metodologia nel rapportarsi ai problemi dell’umanità, riconsegnando dignità a ognuno, riconoscendo in ogni battezzato la funzione regale, profetica e sacerdotale, aprendo nuovi spazi di responsabilità e partecipazione all’interno della Chiesa, senza distinzione di sesso, di etnia, di cultura. Il Concilio non ha voluto definire, ma aprire finestre su un mondo in trasformazione, chiedendo alla Chiesa di rinnovarsi e di aggiornarsi.
Certo, il numero delle donne presenti al Concilio fu esiguo, ma storicamente significativo: la loro voce fu in parte ascoltata. Il Concilio, infatti, non ha sciolto tutti i nodi, né sono mancate reticenze e omissioni. Le questioni che Paolo VI ha avocato a sé (la regolamentazione delle nascite, l’ammissione delle donne al ministero e il celibato ecclesiastico) rimangono ancora oggi tabù nella Chiesa; su di esse c’è censura e paura di affrontarle. Gli interventi di papa Montini, confermati dai suoi successori, hanno pesato e pesano sulla vita dei cattolici. L’enciclica Humanae vitae (1968), dichiarando l’illiceità di alcuni metodi per la regolazione delle nascite, si distaccava dalla maggioranza delle posizioni conciliari e dei componenti della commissione di studio istituita già da Giovanni XXIII.
Nella commissione chiamata a studiare e a dare un parere sulla possibilità di conferire l’ordine sacro alle donne, furono imposte limitazioni alla ricerca e alla discussione, per cui si giunse alla “nota di minoranza”, atto di protesta di cinque donne che si distaccarono dai metodi intimidatori e manipolatori e alla conclusione dei lavori, la Dichiarazione della Congregazione della Fede, Inter Insigniores (1976) chiuse qualunque possibilità, anche per il futuro, di accesso delle donne al ministero sacerdotale.
La questione dell’obbligatorietà del celibato ecclesiastico, ripetutamente confermata, sembra non riguardi esplicitamente le donne, ma in realtà investe la concezione negativa della sessualità e della figura femminile da tenere a dovuta distanza.
Nonostante tutto, il Concilio ha rappresentato per la donna l’affermazione dell’uguaglianza fondamentale con l’uomo, il rispetto dovuto ai diritti fondamentali che la riguardano in quanto essere umano e il suo apporto indispensabile nella vita della famiglia, della società e della comunità ecclesiale. La Chiesa, nel ridisegnare al suo interno i ruoli dei suoi membri, ha reso la donna soggetto nel popolo di Dio, consentendole, di conseguenza, di accedere allo studio e, anche se con limiti e restrizioni, all’insegnamento della teologia.

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