ULTIMA TESSERA

Servitori dello Stato

Cosa resta di Falcone e Borsellino?
A vent’anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio.
Tonio Dell'Olio

Aveva le idee molto chiare Giovanni Falcone. Aveva compreso alcuni passaggi chiave per identificare più profondamente la natura del cancro che condiziona la vita del nostro Paese sin dalla sua unità. Furono le sue intuizioni, accanto al suo acume investigativo, a costargli la vita quel 23 maggio di vent’anni fa. Forse solo oggi, a distanza di anni, il quadro è molto più chiaro e le situazioni che portarono alla tragica decisione di ucciderlo diventano almeno un po’ più evidenti. Siamo ben lontani dal comprenderne le ragioni fino in fondo, ma è sicuro che quando Cosa Nostra arriva ad ammazzare è sempre e solo perché trova un ostacolo sulla propria strada, un ostacolo che non riesce a rimuovere con gli altri mezzi della minaccia, della corruzione, della sostituzione dall’alto ad altro incarico… Ma è bene ricordare che lo stesso prezzo fu chiesto di pagare ad altre persone che, a volte con sfumature retoriche, definiamo “servitori dello Stato”. Con Falcone perdono la vita in quel tragico attentato la sua compagna Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. È importante ricordarne i nomi per riconsegnare loro una dignità che gli ideatori della strage intendevano oscurare per sempre. Mi è capitato di ascoltare la madre di Agostino Catalano, agente di scorta ucciso in via D’Amelio insieme al giudice Paolo Borsellino e con Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, affermare che ormai il nome di suo figlio era “la scorta”. Ebbene questa è una logica alla quale dobbiamo rivoltarci con tutte le nostre forze perché la memoria è uno scrigno prezioso che va alimentato con cura e con affetto. Non è un archivio ma cosa viva. Per queste ragioni è bene ricordare che in questo 2012, accanto ai vent’anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio, ricorrono anche i trent’anni degli omicidi di Pio La Torre (e Rosario Di Salvo) e del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa con Emanuela Setti Carraro e Domenico Russo. Ed è importante pure tenere a mente e sviluppare alcune delle intuizioni centrali di Falcone e Borsellino (ma anche di La Torre e Dalla Chiesa) che oggi sono ancora più attuali rispetto agli anni in cui operarono in una Sicilia presidiata dalle cosche.
Il primo punto è quello che Falcone chiamava “l’odore dei soldi” e che Pio La Torre intese perseguire proponendo il meccanismo di confisca per colpire le mafie nella “roba”. Giovanni Falcone sosteneva che, per sgominare veramente le attività delittuose di Cosa Nostra, bisognava seguire l’odore dei soldi. Le indagini patrimoniali erano diventate un punto cardine soprattutto dal momento in cui le mafie avevano operato il grande salto di qualità dei grandi traffici illeciti internazionali, primo tra tutti la droga. Oggi, a distanza di vent’anni, è sotto gli occhi di tutti che le organizzazioni criminali sono diventate delle vere e proprie holding che competono sui mercati e giocano in borsa, occupano i paradisi fiscali e riciclano somme ingenti in attività lecite. Parliamo di percentuali elevate tanto del PIL nazionale che di quello mondiale. Pertanto, se diventa ancora più urgente e rilevante oggi colpire le mafie nel cuore dei propri interessi economici per svuotare dall’interno il senso del loro agire, si onorerebbe la memoria di Giovanni Falcone fissando regole stringenti e precise per gli istituti finanziari e bancari per arginare la transazione del denaro sporco. Si dovrebbero investire risorse per rendere più celeri i termini del riutilizzo sociale dei beni confiscati. Si dovrebbe spingere con più decisione sull’approvazione della direttiva europea che prevede l’estensione ai 27 Paesi dell’UE dei meccanismi di confisca. L’odore dei soldi, quindi, non solo per investigare e venire a capo delle attività criminali, ma anche per poterne disinnescare la presenza, il condizionamento, la pervasività e quella sorta di legittimazione tacita e malevola che le mafie ricevono dall’immissione di ricchezze ingenti nel circuito economico e finanziario.
Falcone e Borsellino ebbero il coraggio di portare le proprie indagini ben oltre i confini dell’isola e della stessa nazione intuendo i rapporti internazionali che le mafie avevano tessuto nel frattempo con altre organizzazioni criminali. Non si trattava più soltanto di Cosa Nostra negli USA, ma di patti e collaborazioni con il narcotraffico colombiano e sudamericano per il tramite di eminenti esponenti mafiosi americani. “Pizza connection” non era che un primo filone d’indagine destinato a estendersi e consolidarsi ai tempi della globalizzazione dei mercati e della velocità delle informazioni. Oggi le organizzazioni malavitose italiane sono da considerare tutte multinazionali del crimine. Chi pensa ancora che il fenomeno possa essere confinato entro tre o quattro regioni del meridione d’Italia analizza il fenomeno avendo in mente una foto ormai ingiallita e pecca pesantemente di provincialismo. Mentalità diffusa di cui si avvantaggiano gli stessi protagonisti dell’attività malavitosa. I cartelli del narcotraffico colombiano e messicano mantengono rapporti stabili con le organizzazioni italiane. Alcune indagini ci rivelano un clima di totale fiducia nelle relazioni tra questi gruppi soprattutto in riferimento al traffico di droga e al riciclaggio di denaro sporco. Ma anche le mafie straniere, che operano sul territorio italiano, scendono a patti con Camorra, Ndrangheta e Cosa Nostra per una distribuzione geografica e tematica delle aree di competenza. Tracce di mafie italiane non sono presenti soltanto nelle Americhe. Se ne possono rinvenire anche nel triangolo d’oro (Birmania, Laos e Thailandia) o in Africa (Nigeria, Guinea Bissau, Nordafrica…) o verso i trafficanti della Mezzaluna d’oro (Afghanistan, Iran e Pakistan).
Gli sviluppi delle indagini sulle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, oggi ci dicono che forse Cosa Nostra non fu che il braccio armato di una volontà e di una decisione che risiedeva altrove. Poteri forti che si avvalgono soprattutto di complicità e di connivenze a livello politico-istituzionale e del complesso mondo del business. Esistenza o meno di un “terzo livello”, inteso come supercupola politico-mafiosa che dirige al di sopra del capo dei capi, è un fatto che persino le indagini su queste come su altre stragi abbiano subito i contraccolpi di deviazioni curate da settori dei servizi segreti, dell’infiltrazione di falsi pentiti istruiti di tutto punto ad hoc, della scomparsa di documenti importanti e di prove testimoniali di cui l’agenda rossa di Borsellino è solo l’episodio più noto. Insomma, le evidenze investigative sulle stragi, così come di altri capitoli inquietanti della storia della Repubblica, ci dimostrano l’esistenza di qualcosa di più di semplici contatti tra apparati delle istituzioni e organizzazioni criminali. Borsellino e Falcone di questo erano più che convinti al punto da affermare in molte occasioni che, soltanto facendo luce su queste “relazioni pericolose” si poteva sperare di smantellare la complessa struttura di Cosa Nostra. Un punto fermo sul quale – ahimè – a distanza di vent’anni non sembra esserci stato un solo metro di avanzamento. Al contrario è in corso un dibattito serrato tra addetti ai lavori e mondo politico su uno dei punti cardine su cui si basa ancora oggi la relazione tra politica e mafie: il concorso esterno. Gli esponenti della politica del potere hanno imparato da tempo a non coltivare rapporti diretti e a servirsi piuttosto di intermediari che spesso sono imprenditori. Hanno appreso l’arte di fare regali in termini di decisioni politiche che favoriscano i boss senza che ce ne sia richiesta esplicita. Siamo lontani anni luce dai tempi del “papello” di Ciancimino! Eppure questa cinghia di trasmissione esiste ed è forte. Di questo rapporto, poteri forti e mafie hanno bisogno come dell’aria che respirano, ma in Italia, dai tempi di Falcone e Borsellino, non sono stati molti i passi nella direzione della bonifica dell’aria.

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