CAMPAGNE

Informazione precaria

Giornalisti precari: storia e numeri di una casta immaginaria.
Paola Natalicchio

“Beata te”. È questo il commento che ricevo quasi sempre quando qualcuno scopre qual è il mestiere che cerco di fare da oltre un decennio: la giornalista. L’immaginario evocato dalla professione che svolgo, infatti, è automaticamente associato alla gratificazione di un lavoro avventuroso e piacevole e all’accesso a una serie sconfinata di privilegi di categoria. Vengo, insomma, immediatamente identificata come membro di una casta professionale al riparo da ogni forma possibile di crisi o problema. In pochi, infatti, immaginano la condizione di precariato estremo in cui versa la gran parte dei giornalisti della mia generazione. Che è la generazione di chi ha iniziato a fare il mestiere a vent’anni, in qualche redazione di provincia, e ora ne ha quindici di più. Si è formato, si è fatto la gavetta, le salite e le curve a gomito per agganciare una collaborazione fissa con una testata, fino ad arrivare a un contratto “d’ingresso”, magari un cococo o un tempo determinato, a un passo dalla stabilizzazione. E poi, nel 2009, è stato spazzato via dall’uragano degli stati di crisi che ha travolto il settore editoriale e ha espulso dalle redazioni di giornali, agenzie e tv prima di tutto gli ultimi arrivati.
Neo-lavoratori, non proprio alle prime armi, che hanno dovuto azzerare tutta la loro start-up professionale e, per non cambiar mestiere, hanno dovuto “convertirsi” in freelance. Lavoratori autonomi non per scelta ma per mancanza di alternative. Panchinari obbligatori della notizia, che vivono della vendita dei propri servizi a giornali, radio, tv e siti d’informazione, faticando, però, ad arrivare alla fine del mese.

Per mille euro
La condizione dei precari del giornalismo, però, è puntualmente esclusa da ogni pubblico dibattito. Nessuno parla degli atipici dell’informazione, come se quello di noi giornalisti fosse un precariato più sostenibile e “prestigioso” di quello dei lavoratori dei call-center, o dei precari della scuola, della ricerca o delle fabbriche. Proprio per questo, un anno e mezzo fa ho contribuito, insieme a un gruppo di colleghi attivi nello scenario giornalistico romano, alla fondazione di Errori di stampa, uno dei molti coordinamenti di giornalisti precari e freelance che stanno nascendo in tutta Italia per denunciare l’esistenza di ampie aree di sfruttamento e caporalato interno alla nostra casta immaginaria e provare a cambiare le cose. Con Errori di stampa abbiamo, per prima cosa, lanciato una raccolta firme attorno a un Manifesto per la tutela del giornalismo precario, in cui chiedevamo e chiediamo cose semplici: disoccupazione per i cococo, rispetto dei bacini dei precari nelle assunzioni, tariffe eque per le collaborazioni al pezzo, logiche lontane dallo sfruttamento nell’uso degli stagisti. Fin dall’inizio della nostra attività, però, abbiamo pensato che, per promuovere campagne incisive contro il precariato giornalistico, bisognasse partire dai dati, dai numeri. Conoscere il fenomeno nel dettaglio. E ci è venuto in mente di contarci, tentando un censimento dei precari del giornalismo a Roma, redazione per redazione: quanti siamo, a che prezzo lavoriamo e con che tipo di contratto. I risultati del nostro “autocensimento” hanno restituito una fotografia della professione davvero decadente. Prima di tutto siamo moltissimi. Almeno 2000, solo nella capitale. Dato in difetto, che esclude ad esempio – per mancanza di dati precisi – il popoloso universo degli addetti stampa di istituzioni o rappresentanti politici, che a Roma costituisce un piccolo esercito a sé stante. Per il nostro lavoro, veniamo pagati con tariffe umilianti: 25 euro al pezzo, in media, con picchi negativi anche di 5-7 euro a servizio. Tanto che, per mettere insieme uno stipendio di mille euro al mese, dovremmo lavorare quaranta giorni su trenta. Ma purtroppo un mese di quaranta giorni non è stato ancora inventato. Le nostre vite non conoscono orari, nè tantomeno diritti: ferie, malattia, maternità. Lavoriamo a cottimo, a gettone. Più scriviamo, più riusciamo ad arrivare alla fine del mese. Questo ci rende fragili e, ovviamente, meno liberi e più ricattabili.

La giungla dei contratti-truffa
Infine, la crisi dell’editoria ha di fatto posto fine alle regolari assunzioni con contratto giornalistico che, un tempo, rendeva la nostra categoria tra le più tutelate. Producendo, per contro, una fioritura di contratti-truffa con cui ci viene chiesto di prestare lavoro giornalistico al pari dei colleghi che hanno un regolare contratto giornalistico, ma a condizioni di massima protezione e con una riduzione al minimo di diritti e garanzie. Da qui l’abuso di cococo, contratti a borderò che nascondono collaborazioni stabili e quotidiane, esternalizzazione di pagine intere ad agenzie che lavorano come service, crea-te apposta per spezzare il rapporto diretto tra lavoratore e azienda. Fino alla più classica delle violazioni che riguarda le produzioni televisive, anche quelle dei più grandi e popolari programmi nazionali di informazione: il caso delle false partite iva da “consulenti” o “autori testi”, che celano invece rapporti di lavoro subordinato da redattore o inviato. È questa la prassi per la gran parte dei programmi di rete della Rai, ma non solo.

Giornalisti precari
Da quando è nato il coordinamento Errori di stampa, molte cose stanno accadendo. Sul versante delle tariffe inique con cui veniamo (sotto)pagati, Ordine dei giornalisti e sindacato (anche grazie a una serie di iniziative pubbliche che abbiamo promosso a Roma tra gennaio e marzo di quest’anno) hanno nuovamente alzato la guardia, facendo azione di virtuosa pressione sulla classe politica parlamentare. Da qui il consenso che ha garantito alla “Proposta di legge sull’equo compenso nella professione giornalistica”, avanzata dal parlamentare Enzo Carra, di essere finalmente approvata alla Camera a fine marzo. Il nostro auspicio è che possa diventare norma entro la fine della legislatura, così da veder sancito nero su bianco il diritto a essere equamente retribuiti per il nostro lavoro, penalizzando, finalmente, gli editori che utilizzano sistematicamente il lavoro precario come forma di risparmio, a cui, secondo la legge, verrebbe bloccato l’accesso ai fondi pubblici sull’editoria. Per quel che riguarda, invece, i contratti-truffa, ha riscosso consenso e successo la nostra campagna di sensibilizzazione del direttore generale della Rai, Lorenza Lei, a favore di una revisione delle scritture dei lavoratori Rai assunti come lavoratori autonomi e invece impiegati quotidianamente come redattori nelle principali trasmissioni dell’azienda. Contratti doppiamente umilianti per le lavoratrici Rai, poiché al loro interno contengono, peraltro, una odiosa “clausola gravidanza”, secondo cui se la lavoratrice resta incinta è tenuta a informare tempestivamente l’azienda, che si riserva di riconsiderarne la produttività ed eventualmente interrompere la collaborazione. Con Errori di stampa siamo stati ricevuti a viale Mazzini, strappando a Lorenza Lei l’impegno di abolire quella clausola anti-maternità e migliorare le condizioni di lavoro delle finte partite Iva. Nuove iniziative sono in calendario, sia dei giornalisti precari romani che dei colleghi precari attivi nel resto d’Italia. L’invito, che rivolgiamo ai colleghi non adeguatamente contrattualizzati e retribuiti, è quello di unirsi alla nostra mobilitazione, inviandoci dati, segnalazioni di situazioni critiche e proposte. L’indirizzo del nostro blog (su cui è possibile anche sfogliare online sia il nostro censimento sul precariato che i tariffari della vergogna, redazione per redazione) è http://erroridistamparm.blogspot.it mentre la nostra e-mail è erroridistamparm@gmail.com
L’unico modo per cambiare le cose è denunciarle e attivarsi con Ordine dei giornalisti, Federazione Nazionale della Stampa e Federazione Italiana degli Editori per ottenere nuove riforme a favore della tutela dei lavoratori più deboli dell’industria dell’informazione. Noi ci stiamo provando, nella convinzione che essere sfruttati significhi anche essere più ricattabili. E quindi battersi per condizioni di lavoro dignitose per tutti i giornalisti significhi anche difendere attivamente l’articolo 21 della nostra Costituzione.

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