Il primato petrino

Al centro del dialogo tra cattolici e ortodossi vi è la questione irrisolta del primato petrino.
Come risolvere le divergenze?
Dionisios Papavasileiou (Archimandrita, Bologna)

Il nodo più importante nell’attuale dialogo tra le varie Chiese e confessioni cristiane contemporanee è sicuramente l’esercizio del primato petrino, ossia la posizione di supremazia del Romano Pontefice della Chiesa cattolica romana rispetto alle altre fedi cristiane. Come nacque e si è sviluppato il primato del Papa nel passare dei secoli, è un argomento che da tempi immemorabili, sia in Oriente che in Occidente, tiene impegnati storici e teologi.
Il primato del vescovo di Roma è diventato, infatti, uno studio specifico, di basilare importanza, per il pensiero teologico orientale, anche a causa del fatto che per l’Oriente ortodosso esso è stato tra le ragioni più importanti che hanno portato alla rottura dell’unità visibile dell’unica Chiesa di Cristo; tale primato è altresì l’impedimento principale per la riunificazione tra l’Oriente cristiano con l’Occidente romano cattolico. Oltretutto, il diretto collegamento tra il principio del primato del vescovo di Roma con il primato dell’infallibilità papale nella teologia della Chiesa romana ha prodotto ulteriori conseguenze negative sul dialogo per l’unità dei cristiani.

Ut unum sint
Non a caso la bibliografia internazionale è piena di studi e opere di noti teologi che, con le loro ricerche specifiche a livello neotestamentario, teologico, culturale, giuridico e storico, hanno cercato di definire il ruolo di Pietro e il suo ministero secondo la sacra Scrittura e la tradizione della Chiesa, nonché il conseguente ruolo del Pontefice romano e il suo ministero nella Chiesa.
Oltrepassando volontariamente tutta la questione storico-ecclesiastica riguardante il primato petrino, vorrei soffermarmi su due punti fondamentali della sua storia recente: il primo è l’enciclica di Giovanni Paolo II “Ut unum sint” (25.05.1995), testo di importanza unica, di grande valore per i dialoghi multilaterali tra le varie Chiese e confessioni cristiane, in quanto proviene, con ogni probabilità, dalle analisi sistematiche dei risultati e delle prospettive dei dialoghi ecumenici; il secondo, che potrebbe essere considerato come la conseguenza naturale dei predetti dialoghi, specialmente tra la Chiesa ortodossa e quella cattolica romana, è il documento di Ravenna (13.10.2007), in cui, per la prima volta nella storia della Chiesa dell’ultimo millennio, si tenta esplicitamente di dialogare sul primato petrino e sulla posizione del romano Pontefice nella Chiesa unita. Con la redazione di questo documento sembrava che una nuova primavera albeggiasse nella Chiesa, dopo il duro inverno del distacco durato per secoli. Ma l’inverno non ha lasciato facilmente il suo posto alla primavera. Infatti, a seguito dell’incontro della Commissione Congiunta Internazionale per il Dialogo ecumenico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa ortodossa, svoltasi successivamente a Paphos in Cipro (16-23.10.2009), sembra essere tornati indietro.
Sulla base dei due documenti sopra citati, è chiaro che, per poter superare il duro inverno della separazione che copre la Chiesa di Cristo, bisogna che si sviscerino e si cancellino tutte le cause e le ferite che, per ragioni storiche, hanno provocato divisioni del Corpo di Cristo (IX e XVI sec). L’unica via che conduce verso questa direzione rimane sempre e soltanto quella del sincero e paritario dialogo teologico, il solo che può portare alla così tanto desiderata unità, ma a condizione che prima si guariscano le ferite e i traumi ancora aperti nel Corpo stesso della Chiesa. A questo punto è doveroso precisare che gli strappi fra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente e le conseguenti ferite, sono stati causati da unilaterali e arbitrarie interpretazioni della tradizione della fede comune, della fede dei Padri, poste in atto per motivi storico-politici da parte di alcune Chiese. Questi fatti e interpretazioni storiche, che hanno spezzato l’unità della Chiesa, non possono essere tuttora mantenute senza provocare nuove divisioni e afflizioni per i fedeli, i quali molto spesso si domandano le ragioni delle divisioni, non sentendole proprie o importanti.
Il superamento di tali problemi, dovuti al passato della Chiesa, è il punto cardinale dei dialoghi bilaterali e multilaterali dell’attuale movimento ecumenico. In questo modo si sta cercando di purificare la memoria storica della Chiesa dalle sue esperienze traumatiche, tentando di ritornare alla purezza di fede trasmessa dagli apostoli. Tuttavia, la scelta del dialogo come metodo di purificazione della memoria storica è stata influenzata negativamente dagli irrigidimenti confessionali e da una teologia basata sullo spirito di confutazione e di polemica. Questo è accaduto perchè le varie Chiese difficilmente riescono a superare con serenità il proprio passato (soprattutto quando questo diventa rigida tradizione) e arrivare a dialogare con sincerità su ciò che unisce, rimanendo avvolti dai fantasmi del passato.
Ovviamente non si può sostenere che sia sbagliata l’adozione del metodo del dialogo teologico per arrivare all’unità della Chiesa. Discutere talora con polemica, dovuta ad antitetici conflitti confessionali accumulatisi nel passare del tempo, può essere un vantaggio per il dialogo autentico, ma quest’ultimo rischia di essere poco utile ed estenuante se si dilatano eccessivamente i dibattiti teologici. Spesso si è discusso troppo puntigliosamente su questioni che poco avevano a che fare con la rottura dell’unità della Chiesa o con l’alterazione apportata alla fede dei primi apostoli.
I due documenti sopraccitati (quello di Giovanni Paolo II e quello di Ravenna) hanno comunque offerto al dialogo interconfessionale nuovi spunti per proseguire.

Sinodalità
La Chiesa cattolica, pur non modificando le proprie impostazioni teologiche riguardo alla sua ecclesiologia, ha aperto la porta a un nuovo criterio di interpretazione ecclesiologica, aumentando e sviluppando il valore della sinodalità (ossia dell’assemblea dei vescovi) e il rapporto che essa ha con l’esercizio del primato petrino. Il principio della sinodalità era stato molto discusso e valorizzato durante il Concilio Vaticano II, ma bisogna ammettere che, dagli anni Ottanta in poi, all’interno del pensiero ecclesiologico cattolico, ha subito un grande ridimensionamento.
Oggigiorno il primato di Pietro, pur rimanendo una pietra angolare fondamentale nella teologia cattolica, non è più escluso dall’ordine del giorno dei dialoghi teologici interconfessionali, sia bilaterali, sia multilaterali. Anzi tale primato è attualmente discusso (Documento di Ravenna) come un argomento “aperto”, non definito o chiuso, del quale si ricerca una diversa interpretazione, che potrebbe facilitare il ritorno alla comunione ecclesiastica tra le Chiese cristiane sorelle, come, ad esempio, l’idea di ritornare al modello di governo che regnava nella Chiesa durante il primo millennio, cioè fino a quando avvenne il grande scisma tra le Chiese d’Oriente e d’Occidente (anno 1054 d.C.).
Uno degli scogli più pericolosi per il movimento ecumenico è l’idea che il primato del Papa, nella sua qualità di vescovo di Roma e successore di Pietro, sia di diritto divino in quanto troverebbe il suo fondamento nel Vangelo. Con questo presupposto poco rimarrebbe da dialogare, ma ormai la questione è aperta e permane sul tavolo delle discussioni teologiche.
Nel dialogo interconfessionale la posizione della Chiesa ortodossa è poco cambiata in questi ultimi anni: essa propone semplicemente che sia accettata e applicata la millenaria tradizione della Chiesa quando ancora Essa era indivisa e chiede che siano accolti tutti i criteri, sia ecclesiologici che giuridico/canonici, del primo millennio, prima che il grande scisma separasse i due mondi cristiani. L’organizzazione e la struttura della Chiesa nel primo millennio, così come approvate e stabilite dai Concili ecumenici, sono una preziosa eredità e possono ben indirizzare il nostro cammino verso il ritorno all’unità.
Ciò non significa che nel secondo millennio il Signore non abbia offerto abbondantemente i Suoi frutti di grazia per lo sviluppo della Sua vigna. Ciò nonostante, il graduale e continuo allontanamento delle due Chiese ha impedito a entrambe di condividere reciprocamente i preziosi e divini doni.
Quindi, la Chiesa ortodossa sostiene che sia concepibile un riconoscimento del primato di Pietro, ma ciò non al di fuori dei criteri tradizionali approvati e stabiliti dai Concili ecumenici del primo millennio dell’era cristiana, che sono ben radicati nei diversi dialoghi religiosi bilaterali.
Per quanto lungo sarà l’inverno, per quando siano grigie le nuvole che cercano di coprire il cielo, arriverà il momento in cui il sole brillerà e riempirà tutto di luce splendente. Dobbiamo lasciare spazio al tempo perché possa portarci alla necessaria maturazione. Quello che dobbiamo sperare è che la nuova fase di discussione teologica ci porti a una diversa considerazione del primato petrino, non soltanto come una nuova espressione della antica struttura della Chiesa, ma anche come riforma ed eventuale rinnovamento sia di essa che del concetto stesso di primato. Il dialogo ecumenico ci deve aiutare a trovare insieme una nuova espressione di tale Primato, più realistico e più vicino alle esigenze del mondo di oggi e della futura Chiesa unita.

Cambiamenti effettivi
Preme sottolineare che parliamo di grande cambiamento, perché lo stesso Concilio Vaticano II, nonostante i passi da gigante fatti sulla collegialità e sinodalità, sul primato del Papa poco ha cambiato. Benedetto XVI, sia prima che dopo la sua elezione al soglio di San Pietro, si è sempre mostrato favorevole all’avvicinamento tra la Chiesa ortodossa e quella cattolica. Il suo viaggio a Costantinopoli (dal 28 novembre al 1° dicembre 2006) ha mostrato la sua volontà di seguire le stesse orme dei suoi predecessori, nonostante la sua decisione di abolire il proprio titolo di “patriarca d’Occidente”, presa successivamente, abbia recato parecchi problemi alla relazione tra le due Chiese. Quando ancora non era Papa, l’allora professor Joseph Ratzinger scriveva: “Il patriarca (si riferisce al Patriarca Ecumenico Atenegora, 1948-1972) non abbandona il terreno della Chiesa orientale e non riconosce un primato di giurisdizione occidentale. Tuttavia, egli indica nettamente ciò che pensa l’Oriente dell’Ordine dei Vescovi uguali per i diritti e per rango nella Chiesa; pertanto, sarebbe senz’altro opportuno riflettere oggi se tale professione di fede antica, che non riconosce nulla di un “primato giurisdizionale”, ma piuttosto la prima posizione per ciò che riguarda l’onore e la carità, non potrebbe essere considerata come una concessione della posizione di Roma in seno alla Chiesa, in quanto essa soddisfa il concetto essenziale del primato petrino. Il ‘sacro collegio’ esige “l’audacia” e al tempo stesso la prudenza” (cfr. Shisme anathématique, Les conséquences ecclésiologiques da la levée des anathémes, «Istina» 20, 1970, pp. 98-99; Pappandreou D., Athenagoras, il Patriarca, 1886-1972. Un cristiano fra crisi della coestenza e utopia ecumenica, «Studi Ecumenici» 16, 1998, p. 206).
Noi, come popolo di Dio, abbiamo il grande compito di pregare incessantemente Dio Uno e Trino perché illumini con la Sua luce divina i componenti delle Commissioni teologiche. Tutti insieme con la dovuta sincerità, umiltà, voglia di verità, carità e coraggio possiamo affrontare le differenze ancora esistenti, e soprattutto guardare il grande e spinoso argomento della posizione del Romano Pontefice nella Chiesa unita per trovare, basandosi sulla fede e tradizione comune, la migliore, durevole e accettabile soluzione. Così la Chiesa di Cristo può superare il grande inverno di separazione che l’avvolge da secoli e, partecipando al Calice di santificazione, vedere la nuova primavera scorgere, obbedendo alla volontà del comune Signore: “Ut unum sint”.

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