Ecumenismo del Vangelo

Oggi occorre irrobustire e allargare la via del dialogo dell’amore e dell’ecumenismo spirituale, con lo scopo comune di raggiungere l’unità nella diversità.
Mons. Gino Battaglia (Direttore Ufficio nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso della CEI)

Di fronte a coloro che si lasciano prendere dal pessimismo sulle sorti del dialogo, va detto, con Giovanni XXIII, che ciò che ci unisce è molto più di quanto ci divide. Benedetto XVI ha compiuto un viaggio apostolico in Germania nel settembre del 2011 in cui, parlando ai rappresentanti del Consiglio della Chiesa evangelica in Germania, ha detto tra l’altro: “La cosa più necessaria per l’ecumenismo è innanzitutto che, sotto la pressione della secolarizzazione, non perdiamo quasi inavvertitamente le grandi cose che abbiamo in comune, che di per sé ci rendono cristiani e che ci sono restate come dono e compito. È stato l’errore dell’età confessionale aver visto per lo più soltanto ciò che separa, e non aver percepito in modo esistenziale ciò che abbiamo in comune nelle grandi direttive della Sacra Scrittura e nelle professioni di fede del Cristianesimo antico”.

Una nuova intelligenza
Constatiamo il carattere dinamico e pluralista del mondo di oggi. Non mancano – certo – gli aspetti problematici. C’è un limite intrinseco del multiculturalismo inteso in un certo modo: è la mancanza di relazionalità fra le culture che esso istituzionalizza. Non promuove alcuna composizione fra le diverse istanze che possa portare alla costruzione di un qualche bene comune. Nel passaggio da una società statica e organica a una dinamica e plurale, cresce simultaneamente l’esigenza di un rafforzamento dell’identità e l’esigenza di una apertura all’alterità. Là dove si indebolisce uno dei poli, si rende vano l’altro. I rischi (speculari) sono fondamentalismo e relativismo. Scrive Carmelo Dotolo: “Il contesto del pluralismo religioso, ponendo interrogativi alla pretesa di universalità del Cristianesimo, suggerisce sempre più l’urgenza di una nuova intelligenza dell’identità cristiana”. Se – come mi pare – questa dialettica tra identità e apertura dialogica può essere applicata anche ai rapporti ecumenici, è altrettanto vero che questa nuova intelligenza dell’identità cristiana è un compito che accomuna tutti i cristiani in questo mondo plurale. È l’orizzonte comune in cui collocarsi e in cui vivere i rapporti ecumenici.
Con il Concilio Vaticano II la Chiesa cattolica è entrata, con tutte le sue articolazioni e le sue risorse, nel movimento ecumenico, intrecciando un ricco dialogo fraterno con gli altri cristiani. L’icona più evidente di quegli anni è lo storico abbraccio tra Paolo VI e il patriarca ecumenico di Costantinopoli Athenagoras, a Gerusalemme nel gennaio 1964.

Cogli ortodossi
Con le Chiese ortodosse, da allora, il dialogo si è sviluppato in maniera sorprendete. Cito solo il cosiddetto Documento di Ravenna, base per ulteriori approfondimenti delle questioni ecclesiologiche. Ma il dialogo con le Chiese ortodosse non si esaurisce nella redazione e nel dibattito sui documenti. Il rapporto con il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli si è arricchito nella convergenza su alcuni temi, come la salvaguardia del creato, sui quali i cristiani sembrano essere in grado di offrire una comune testimonianza. Al tempo stesso si è aperta una stagione nuova nei rapporti con la Chiesa ortodossa russa, che scaturisce da una convergenza nella volontà di riaffermare e difendere i valori del patrimonio spirituale del cristianesimo di fronte a un processo dilagante di secolarizzazione, soprattutto in Europa.
Cresce anche in Italia il numero di fedeli ortodossi. La loro presenza ha richiesto alle comunità cattoliche una più attenta testimonianza ecumenica. La Conferenza episcopale italiana ha pubblicato un paio d’anni fa un Vademecum per la pastorale delle parrocchie cattoliche verso gli orientali non cattolici proprio per fornire uno strumento per sviluppare rapporti in linea con un corretto spirito ecumenico. Questo esempio richiama il ruolo che i cristiani possono e debbono avere nell’integrazione religiosa degli immigrati.

Coi protestanti
Il dialogo con il mondo protestante vive una stagione di difficoltà, pur in presenza di tanti frutti da raccogliere e tanti segni di speranza. Le difficoltà del momento non dipendono solo dall’essere giunti alle questioni che più dividono la Chiesa cattolica dalle Chiese “storiche”, quanto dalle situazioni nelle quali si trovano queste stesse Chiese, in una stagione di scelte e di confronto. Con le diverse Chiese protestanti esiste, comunque, una forte sintonia su alcuni temi, come la salvaguardia del creato, la lotta contro ogni forma di violenza, la difesa della libertà religiosa, l’accoglienza degli immigrati, che configurano un comune impegno in nome del Vangelo.
Una frontiera nuova si è aperta con la crescita dei nuovi movimenti pentecostali o “evangelicali”, che ha fatto parlare qualcuno di “nuova Riforma”. Qualche studioso vede in tali movimenti la futura forma del Cristianesimo del terzo millennio (si vedano i lavori di Philip Jenkins).
Una prospettiva del dialogo ecumenico è stata rilanciata dal Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio celebrato nel 2008. Due anni dopo è stata resa pubblica l’esortazione apostolica Verbum Domini. Al n. 46, dedicato a Bibbia ed ecumenismo, si legge del “convincimento che ascoltare e meditare insieme le Scritture ci fa vivere una comunione reale, anche se non ancora piena; ‘l’ascolto comune delle Scritture spinge perciò al dialogo della carità e fa crescere quello della verità’ [il Papa cita la Propositio 36 del Sinodo]”. Il Papa parla inoltre dell’“unità della fede, come risposta all’ascolto della Parola”. La Bibbia appare come un nuovo e privilegiato terreno per i rapporti tra i cristiani. Il significato ecumenico della lettura della Bibbia non è tuttavia ancora ben compreso nella sua ricchezza.
Il Papa nella Verbum Domini ha un’osservazione anche sul tema della traduzione della Bibbia, ricordando la parole di Giovanni Paolo II, nell’enciclica Ut unum sint: “Chi ricorda quanto abbiano influito sulle divisioni, specie in Occidente, i dibattiti attorno alla Scrittura, può comprendere quale notevole passo avanti rappresentino tali traduzioni comuni”. “Perciò – conclude Benedetto XVI – la promozione delle traduzioni comuni della Bibbia è parte del lavoro ecumenico”.
Nella stagione che stiamo vivendo mi pare decisivo irrobustire e allargare la via del dialogo dell’amore e dell’ecumenismo spirituale. Non è una via laterale o parallela a quella del dialogo teologico; al contrario, ne è in qualche modo il fondamento. Se il dialogo della verità è più confacente ai teologi, quello della carità è una via ampia che deve coinvolgere tutti i credenti. Il patriarca Athenagoras diceva: “Il dialogo propriamente teologico deve nascere all’interno del dialogo d’amore”. La teologia, in questo modo, viene come costretta dall’amore a privilegiare ciò che ci unisce. Se l’amore si affievolisce, è facile tornare a sottolineare quel che divide.
Benedetto XVI ha detto, nel suo discorso ai partecipanti alla plenaria del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, il 17 novembre 2006: “Ciò che, comunque, va innanzitutto promosso è l’ecumenismo dell’amore, che discende direttamente dal comandamento nuovo lasciato da Gesù ai discepoli. L’amore accompagnato da gesti coe-renti crea fiducia, fa aprire i cuori e gli occhi. Il dialogo della carità, per sua natura promuove e illumina il dialogo della verità”.
Vorrei dire che è oggi indispensabile un ecumenismo di popolo, se così possiamo chiamarlo. E questo è possibile unicamente all’interno di questo orizzonte di amore e di preghiera. Penso anche agli incontri ecumenici promossi da comunità e movimenti, come i Focolarini, Sant’Egidio, la comunità di Bose e altre ancora, che hanno un ruolo importante in questo contesto.
Il card. Kasper, in occasione del 50° del Pontificio Consiglio per l’Unità (2010), ha ricordato che l’unità è il sogno di Dio e messo in guardia dal pericolo di abituarsi alla divisione. Certo, ci sono diversi “modelli” di unità e quindi non c’è ancora consenso sulla meta. Ma l’ecumenismo non può essere solo “convivenza bonaria”. Né può essere solo un comune lavoro sociale, per non scontrarsi sui nodi irrisolti. Lo scopo è l’unità nella diversità, che non vuol dire “assorbimento” in una Chiesa delle altre.
Credo che, consapevoli di vivere in un momento in cui, pur nel pluralismo, sono venute meno tante “tensioni unitive”, come le chiamava Giorgio La Pira (penso all’europeismo, all’unità d’Italia, allo stesso multiculturalismo e, appunto, all’ecumenismo), siamo chiamati a soffrire per la riforma delle nostre Chiese e nell’attesa dell’unità con un’impazienza paziente e fiduciosa.

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