Ballata per la fanciulla Celina

Un poema dedicato ai gesuiti uccisi in Salvador
David Maria Turoldo

Celina, altro non ho che la tua immagine
di una foto-ricordo: forse propizia per giorno di nozze?
Stai ai piedi della corona dei nuovi “cartuchos” di porpora
di El Salvador mai finito di fiorire.
Ma Lassù sei tu a guidare il drappello,
a varcare per prima il Portale tu, la bimba di El Salvador
dentro i colori del dio piumato di tutta la Mesoamerica.
Più non hai il volto di sfida di tutte le fanciulle, proteso
verso l’ inesplorato avvenire: ora tu sai ogni cosa.
E già incontro ti viene il vescovo Oscar Romero
guidando il corteo dei settantamila uccisi di El Salvador
il paese divenuto il più grande fra tutti i paesi di Giuda.
E vengono insieme gli uccisi del Nicaragua, del Guatemala
e gli indios della immane foresta.
Pure essi nella splendida veste del “quetzal”,
il dio sconfitto perché non volevasacrifici umani.
Il cuore del vescovo ancora sanguinava
come il costato di Cristo e sorridendo appena ti disse:
“Celina, sapevo”. Altro non disse!
Allora uno a uno e tutti insieme anch’essi irrorati
di sangue i settantamila uccisi di El Salvador
- o paese che porti il nome più dolce della nostra fede!... -
subito uno a uno e tutti insieme i settantamila uccisi
a confronto coi nostri paesi, milioni di uccisi! - tutti insieme iniziarono il canto: “Celina sei bella quanto la sposa del Cantico” - “Ancora più bella di me” dice nel coro Marianella, altro serafino dalle ali di oro.
“O colombella di pace di tutta la terra” cantava il coro -
“Celina, nostro più giovane fiore del Salvador...”.
Poi tutti, a cori alterni, dicevano: “No, non ti hanno uccisa, Celina, non ti hanno uccisa” - dicevano:
“Appena recisa nel sonno avanti si destasse la bufera:
appena recisa come rosa nel cuore della notte più nera:
della terra intera” – dicevano.
Mentre tutta la terra dormiva, tutta la chiesa dormiva,
e fingeva di dormire il Palazzo.
Vegliavano certo i biechi squadroni della morte,
ma erano tutti ubriachi; certo, tutto il mondo dormiva
eccetto Uno, oscuro e lontano uno che nessuno nomina mai.
E tutti i campesinos nel coro cantavano:
“Ti hanno recisa, Celina, mentre sognavi,
perché il sogno non avesse a finire.
E ora continua a sognare, è il sogno di El Salvador
il sogno dei cinque secoli di tutti gli uccisi.
Il sogno che nessuno squadrone può uccidere,
il sogno di ogni povero, ricco di sogno”.
E Rutilio Grande diceva: “Celina, sei il seme più piccolo
fra tutte le sementi”. E i due campesini uccisi con Rutilio
dicevano: “Sei il frumento per le nostre eucarestie”;
e tutti avevano la faccia di Cristo.
Allora il vescovo Arnulfo con appena un cenno
ti presentava al trono del Grande Silenzioso.
E tu, novello angelo di Pasqua, iniziasti a dire con voce squillante: “Non cercate tra i morti coloro che vivono...”.
“Avanti Ignacio Ellacuria , cinquantanove anni,
basco d’origine, salvadoregno di cuore, gesuita,
la mente pensante del Salvador: ora per sempre libero!”

Dicevi: “Avanti Amando Lopez, cinquantatre anni,
spagnolo d’origine, gesuita; cuore di sacerdozio salvadoregno,
ora per sempre libero!”
Dicevi: “Ignacio Martin-Barò, quarantasettenne,
spagnolo, nostro cittadino, gesuita, autore di
“Lettere alle Chiese” come dall’Apocalisse,
finalmente certo di non subire più ingiustizia”.
Dicevi: “Secundo Montes, cinquantaseienne,
spagnolo d’origine, salvadoregno per amore: gesuita,
grande bambino chiamato “Tonatiù, il figlio del sole”,
approdato alla nostra terra per essere conquistato!”
Dicevi: “Juan Ramon Moreno Pardo, cinquantaseienne:
teologo, gesuita: maestro dei novizi di tutta la Mesoamerica,
calmo e affettuoso, finalmente libero”.
Poi... Poi non dicesti più nulla mentre tua madre ti guardava
e tu guardavi alla Madre.
Allora il Grande Silenzioso ponendoti sulla spalla una mano
disse solamente. “O figlia”. E il coro riprese a cantare:
“Ora tutte le fanciulle del Salvador
porteranno il tuo nome, Celina”.

David Maria Turoldo, 2 luglio 1990

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