Sguardi di confine

A colloquio con la regista Liliana Cavani, vincitrice del David di Donatello alla carriera: la violenza, la povertà di Francesco, la Chiesa di frontiera, la società che cambia e quell’incontro con Turoldo e Balducci.
Intervista di Luca Sticcotti (Centro per la Pace di Bolzano)

Liliana Cavani è stata l’ospite d’onore dell’apertura del convegno dedicato a Balducci e Turoldo. La grande regista – autrice di recenti film di successo come Il gioco di Ripley, fiction biografiche televisive (De Gasperi, Einstein), ma anche artefice in passato di opere controverse che hanno segnato un’epoca come Il portiere di notte e Al di là del bene e del male – è stata protagonista di un affollato incontro pubblico ospitato il 20 aprile 2012 nell’aula magna della Libera Università di Bolzano. Con il filosofo e insegnante Sandro Tarter, la Cavani ha ripercorso i tratti salienti della sua cinematografia, mettendone in evidenza i forti contenuti. A seguire la regista ha presenziato alla proiezione di Galileo, un film risalente al 1968, recentemente restaurato e che, all’epoca, venne censurato pochi giorni dopo la sua uscita. Alla Cavani – che il mese scorso ha ricevuto anche il David di Donatello alla carriera – abbiamo avuto occasione di rivolgere alcune domande legate alla parte del suo lavoro che l’hanno vista intercettare i grandi temi legati alla pace.

Liliana Cavani, qual è stato il suo rapporto con il cattolicesimo progressista, di confine? Ha avuto modo di conoscere personalmente padre Balducci e David Maria Turoldo?
Li ho incontrati entrambi, ma si è trattato di incontri rapidi perché ho avuto poche occasioni di frequentare il clero, in genere. Padre Turoldo l’ho visitato in quella chiesetta, molto bella, dove visse, credo, l’ultimo periodo della sua vita. Lui aveva visto il mio primo “Francesco” ed ebbe modo di pronunciare delle parole gentili sul film. Padre Balducci presentò, invece, il mio “Milarepa” a Firenze. Mi ricordo che cenammo insieme dopo la proiezione, ma purtroppo non ho uno specifico ricordo dei contenuti del nostro dialogo.
Non ebbi altri contatti con quegli ambienti cattolici, con l’eccezione di Boris Ulianich, che fu mio consulente nella realizzazione dei documentari storici con cui prese il via la mia carriera: una “Storia del Terzo Reich” e un’“Età di Stalin”, rispettivamente di 4 e 3 ore. Realizzai questi documentari per la Rai tra il 1963 e il 1965. Vinsi un concorso per diventare funzionaria, ma rifiutai il contratto restando, comunque, per un certo tempo con lo scopo di realizzare alcune cose tra cui appunto questi documentari. Ulianich faceva parte del Centro di Documentazione di Bologna (fondato da Giuseppe Dossetti e successivamente denominato “Istituto di Scienze Religiose”, n.d.r.). Il Centro di Documentazione fu un’importante fucina di ricerca tra socialità e religione, in grado di dare un contributo molto importante anche al Concilio Vaticano II. I miei rapporti con questo mondo si svilupparono esclusivamente attraverso il lavoro.

Com’è nata la sua scelta di occuparsi, addirittura in due distinte occasioni, della figura di Francesco D’Assisi?
Il tutto scaturì da una proposta della Rai per festeggiare il 4 ottobre attraverso la lettura del Cantico dei Cantici, da affidarsi a un attore. Per caso lessi la “Vita di San Francesco” di Sabatier e la trovai bellissima. Quel libro, che ci fece riscoprire San Francesco, resta ancora oggi un testo fondamentale, anche se per lungo tempo è stato “all’indice”. Francesco lo incontrai per caso: venivo da una famiglia che dire laica è poco, perché era più atea che laica. Frequentai il liceo classico, lettere antiche, e per me Francesco all’epoca era solo un poeta. La lettura di quel libro, però, che in realtà era un romanzo di formazione, mi stupì e mi colpì molto. Lessi poi altre cose e capii che San Francesco era di un’attualità estrema e valeva la pena lavorarci intorno. Fu per quel motivo che volli farne un film.

Dalla figura di Francesco ci spostiamo a quella di Galileo Galilei. La vicenda del film su Galileo ha delle inquietanti similitudini con quella del personaggio di cui racconta la storia...
Quella di Galileo è una storia interessantissima, piena di suspence. Il film venne rea-lizzato grazie alla Rai e a un produttore, Rizzoli. Con questo film la Rai, in realtà, si comportò come fosse il Sant’Uffizio: sparirono tutti i documenti di rapporto, salvo il mio contratto che ho ancora. Fu una vicenda davvero incredibile. Il film uscì, andò al Festival del Cinema di Venezia, ebbe successo, uscì con la Cineriz, ma poi fu bloccato. Il clero chiese a Rizzoli il favore di sospenderne la distribuzione e gli fu concesso. Peccato che, poi, stranamente, la San Paolo nello stesso periodo continuò a noleggiare ai licei la copia in 16 millimetri. Ogni tanto ancora oggi mi capita di incontrare persone che mi raccontano di aver visto Galileo a scuola. Sono le contraddizioni interne alla Chiesa; si pensi che fino al 1996 è rimasto all’indice anche il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” (trattato scientifico scritto da Galileo tra il 1624 e il 1630, n.d.r.). Fu una situazione penosa.

Nel suo cinema hanno spesso trovato spazio i conflitti e le frizioni interne alla società. Conflitti declinati sia nella loro accezione individuale che collettiva. C’è una ragione di fondo in questa scelta?
Per i primi tre anni il mio lavoro si è concentrato sulla storia della seconda guerra mondiale. Venivo dalle lettere antiche e incontrai la guerra sui documenti, sulle fotografie e sulle immagini che, per la prima volta, ne potevano testimoniare l’atrocità. La cosa mi colpì molto. E dire che ancora oggi nelle scuole, nello studio della storia, non si arriva nemmeno al ventesimo secolo. I programmi andrebbero subito aggiornati, adottando differenti criteri.
Tornando a me, posso dire che senz’altro la visione di quei documenti, protratta per mesi, fu in grado di imprimere sulla mia esperienza una traccia indelebile.
Fare film legati a considerazioni di carattere sociale e politico e non a un impegno culturale mi è sempre risultato in qualche modo difficile.
E “Il gioco di Ripley”?
L’eccezione che conferma la regola. Quando la casa di produzione mi propose la regia di un film legato sì al comportamento umano e la sua predisposizione alla violenza, ma completamente scollegato dalla “Storia” e dai suoi meccanismi, accettai la sfida molto volentieri. Divertendomi molto.

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