ULTIMA TESSERA

Bocciati

Una cultura che boccia. Espelle. Una scuola che esclude, discrimina.
Dalle bocciature in prima elementare alle classi-pollaio, dalle riforme ai tagli: che scuola stiamo lasciando in eredità ai nostri figli?
Cristina Mattiello

Cinque bambini bocciati in prima elementare in due classi della stessa scuola. È successo a Pontremoli, in Lunigiana. Un caso senza precedenti, tanto che il Ministero ha inviato un’ispezione e imposto la ripetizione degli scrutini, che hanno poi avuto lo stesso esito. Bocciati due volte, quindi. I dettagli della cronaca (che pure sono da riportare e analizzare) passano quasi in secondo piano di fronte a un dato certo: un risultato così non sarebbe mai stato possibile, fino a qualche tempo fa. Non è retorica dire che, dopo questo episodio, la scuola e tutti noi siamo ufficialmente diversi. Quello di cui bisogna amaramente prendere atto è un totale rovesciamento di valori nella considerazione del ruolo del sistema scolastico nella società, e anche del senso stesso del vivere comune. Il trauma indiscutibile che si provoca in un bambino di prima elementare con un’espulsione dal gruppo classe, che continua ad andare avanti, e l’imposizione a ripetere quel percorso iniziale, “perdendo” già a 6-7 anni un anno della propria vita, era – ed è ancora, almeno formalmente – dalla stessa legislazione considerato inaccettabile. Come dire: appena ti affacci al mondo della conoscenza, alla scoperta delle tue capacità di apprendere, ti diciamo che non ce l’hai fatta, che non vai bene. Secondo molti pedagogisti e psicologi è un danno che già segna la vita. “Nella scuola primaria – nella scuola primaria, figuriamoci nella prima classe! – i docenti, con decisione assunta all’unanimità, possono non ammettere l’alunno alla classe successiva solo in casi eccezionali e comprovati da specifica motivazione” (art. 3 legge 169/2008): così la legge, che, quindi, ancora recepisce la stagione democratica della scuola per tutti, che si fa carico delle difficoltà dei più fragili. Qui, invece, abbiamo un preside che sostiene con convinzione la bocciatura dei cinque bambini, e afferma che “in fondo per loro sarà un bene”. A nulla sono valse le due interrogazioni parlamentari, di parte opposta, e la dura protesta del comitato genitori, che raccoglie circa 60 famiglie: “È clamoroso questo accanimento”, ha dichiarato la presidentessa Arianna Toma, che ha anche ricordato che già a febbraio il preside aveva parlato di queste possibili bocciature, come se fosse già chiaro che non era ipotizzabile un recupero e come se fosse una – incredibile – reazione al sovraffollamento delle classi in questione, una di 29 alunni, una di 30. Numeri ingestibili – sembra che molti siano i bambini in difficoltà con l’apprendimento minimo – e anche illegali, nonostante il recente scandaloso innalzamento dei limiti massimi in tutte le fasce, tanto che il comitato genitori aveva vinto a gennaio un ricorso al Tar. Rimasto disatteso, perché la terza classe non è stata formata.
Tra le molte tristi novità di cui dobbiamo prendere atto c’è la constatazione che il processo di svuotamento sistematico dell’istruzione primaria, e non solo, avviato dalle cosiddette “riforme” Moratti e Gelmini ha ormai innescato un processo, irreversibile se non si interviene di nuovo con contromanovre strutturali, al termine del quale c’è una scuola che non riesce – e forse non vuole più – garantire a tutti una seria istruzione di base. Nelle “classi pollaio”, non c’è didattica che tenga, i più deboli sono destinati a non farcela. A ciò si aggiunge, mistificato con la retorica del maestro unico, il taglio delle compresenze, che consentivano invece sia un’attenzione speciale a bambini in difficoltà, sia molte più attività integrative, importanti per tutti. E la vergognosa decurtazione del sostegno. Su tutto, la diminuzione delle ore di scuola e dei contenuti dei programmi – “a che serve”? è la domanda che i sostenitori del “nuovo” vanno ripetendo – la riduzione brutale del numero di insegnanti, che mette in crisi il concetto stesso di continuità didattica, e il taglio dei fondi per progetti didattici e culturali integrativi.
Ultimo dato: dei bambini bocciati, due sono italiani e, tra questi, uno è disabile, e tre figli di immigrati. Un caso? Forse, ma sicuramente anche questo dato si può ricollegare a un nuovo clima, preparato ad arte da anni di propaganda: l’idea che la solidarietà e l’assunzione collettiva di una responsabilità nei confronti di fasce deboli sia facile “buonismo” – sprezzante neologismo creato ad hoc – che appartiene a una cultura obsoleta che tanti mali ha provocato nella nostra società. La mozione Cota dava come presupposto teorico che i bambini figli di stranieri – e i disabili, beninteso – rallentano il lavoro della classe. Il disagio sociale come zavorra, peso non più sostenibile. Da qui la limitazione del numero di alunni stranieri per classe e in ultima analisi la spaventosa idea del ritorno alle classi speciali, classi ghetto dove ammassare stranieri, disabili, “nomadi” e chissà chi domani.
È una sottocultura dell’esclusione che, in larga parte, è passata. Se nella vicenda di Pontremoli colpisce la volontà di lotta del comitato genitori, le dichiarazioni raccolte dai giornalisti nel contesto del paese ma anche della stessa scuola sono clamorosamente favorevoli alla decisione di bocciare. Se molti anni fa i genitori in genere erano coinvolti in modo positivo nello sforzo di integrazione operato dalla scuola pubblica, oggi l’idea che questo è un prezzo troppo alto da pagare per i “sani” e gli “italiani” serpeggia ovunque.
Se non si capisce che il gioco di creare minoranze da escludere favorisce solo i poteri autocratici e in realtà nuoce a tutti, anche a quelli che vengono fatti sentire come i “privilegiati”, davanti a noi non potrà che aprirsi un baratro nella convivenza civile, nella cultura dei diritti, nella stessa coscienza etica collettiva.

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