Sempre più armati

La mancata attuazione della riforma della polizia e la sua crescente militarizzazione.
Salvatore Palidda (DISFOR – Dipartimento di Scienze della Formazione – Università di Genova )

Da tanti anni, alcuni di noi (purtroppo troppo pochi e mai ascoltati da chi ha governato e governa) abbiamo più volte sollecitato l’urgenza di un effettivo risanamento democratico del governo della sicurezza e quindi dell’organizzazione, della formazione e delle pratiche delle forze di polizia.
Non è esagerato affermare che, dalla riforma 121 del 1981, la situazione è peggiorata, in particolare dagli anni Novanta e ancor di più da quando (anni Duemila) s’è imposta la logica del continuum delle guerre che i poteri mondiali e nazionali pretendono legittime con l’alibi di essere contro gli Stati canaglia, i terrorismi, le mafie, i sovversivi, le migrazioni clandestine, le insicurezze urbane, gli ultrà e anche contro la marginalità e le “inciviltà urbane”. Da almeno vent’anni l’opinione pubblica è stata bombardata da campagne terrorizzanti contro questi vari nemici di turno; una martellante campagna di distrazione di massa atta a creare consenso alla tolleranza zero in termini di guerra contro questi nemici e a far ignorare le reali cause dell’insicurezza che affliggono gran parte della popolazione (precarietà, assenza di tutele rispetto alla neo-schiavizzazione nelle economie sommerse, impoverimento, incidenti sul lavoro e malattie professionali, inquinamento: le insicurezze per le quali i governi non hanno mai disposto il contrasto da parte delle polizie contribuendo peraltro a far aumentare la corruzione e la frode fiscale sino a più del 35% del PIL).

Fuori consenso
È così che in questi venti anni abbiamo visto crescere una sorprendente solerzia da parte delle nostre polizie nei confronti dei rom, degli immigrati, dei marginali e dei “sovversivi”. A proposito di questi ultimi sarebbe utile ricordare che la ragione più profonda dell’accanimento di tanti benpensanti e autorità di turno risiede proprio nel fatto che si tratta innanzitutto di persone che dissentono, contestano o addirittura pretendono di opporsi al pensiero dominante, osano voler contrastare le scelte del potere, rompono i ranghi del “sacro consenso” che, come dice occupy, l’1 per cento pretende dal 99%. Ricordiamoci non solo del massacro di tanti manifestanti contro il G8 di Genova, ma anche di tanti altri episodi emblematici come le brutalità contro i terremotati aquilani, i pastori sardi a Roma, i NoTAV e ancora altri fatti di ignobile violenza persino contro anziani, bambini e disabili. In altre parole, nel XXI secolo, si torna a modalità che ricordano regimi totalitari, cioè la stessa negazione del dissenso proprio per l’ascesa della protervia di poteri che pensano di poter approfittare senza problemi dell’asimmetria di forza rispetto ai senza-potere.
Come segnalano i giuristi che si sono riuniti a Bruxelles il 25 maggio 2012 al convegno su “Criminal law of the enemy” (www.aeud.org) siamo di fronte all’ascesa di un vero e proprio “diritto penale del nemico” che fa moltiplicare gli attacchi ai diritti fondamentali e sospende le più basilari garanzie dei diritti della persona in ragione della cosiddetta emergente pericolosità del nemico, giustificando così ogni atto da parte del potere”.
L’intero arco costituzionale dirà che stiamo delirando e, checché se ne dica, siamo in un Paese democratico e che, se succedono certi fatti, si tratta tutt’al più di alcune “mele marce” (che comunque in periodi storici prolificano fuori controllo). Intanto, l’informazione che tenta di restituire la verità trova raramente spazio, mentre abbondano talkshow ripetitivi, inutili, noiosi e a volte inguardabili o indecenti assieme a produzioni di film e documentari che svelano... che si può fare business sul bisogno di verità da parte di chi è escluso dal potere politico e da quello mediatico, ma non si intacca mai quel potere arbitrario che persino premia chi è condannato (vedi i responsabili delle violenze al G8 di Genova).

S-militarizziamoci!
Non stanchiamoci di ricordarlo: il Parlamento italiano non ha mai votato l’adozione delle norme del protocollo contro la tortura né l’adozione dell’ancora più sconosciuta “raccomandazione” del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa del 19 settembre 2001. Guarda caso, questa riguarda il Codice europeo di etica per la polizia (Ceep, per i 45 Paesi membri del Consiglio d’Europa), cioè la gestione dell’ordine pubblico e tanti altri aspetti, quindi la guida del Codice deontologico che dovrebbe applicarsi “sia alle tradizionali forze di polizia pubbliche, sia ai servizi pubblici di polizia, che agli altri corpi organizzati e autorizzati pubblicamente”. In tutto 66 articoli di fronte ai quali le polizie italiane sono state e sono in flagrante infrazione non solo per i fatti del G8 di Genova, ma anche nella maggioranza delle loro pratiche quotidiane, nonché nei confronti dei No Tav. Così, come sanno pochi e come ignorano quasi tutti i parlamentari italiani, l’Italia paga multe comminate dalla Comunità Europea per aver impiegato forze militari in servizio di ordine pubblico. Inoltre, da quasi venti anni le polizie e persino i vigili del fuoco reclutano solo ex volontari dell’esercito che hanno fatto l’esperienza delle missioni militari all’estero. La ri-militarizzazione di tutte le polizie e persino dei pompieri fa parte, infatti, della rivoluzione liberista negli affari di polizia, sfruttando anche la creazione del comparto sicurezza e il sistema maggioritario che ha eroso le possibilità di controllo democratico.
Tutto ciò non è casuale; è il risultato di ciò che anni addietro asserivano i veri docenti democratici di filosofia e scienze politiche: in Italia abbiamo una democrazia incompiuta per volere di poteri forti internazionali e nazionali. Quei poteri che sono stati artefici dello stragismo, delle continue manipolazioni del terrorismo nero e anche pseudo “rosso”, di combutte con le mafie, della riproduzione perenne della corruzione e di un ceto politico ma anche intellettuale che non finisce mai di stupire nella deriva verso l’indigenza morale, culturale e della ignominia nei confronti della res publica.

Non solo legalismo
Appare allora assai sorprendente che i tanti vati del legalismo, spesso inneggiante al giustizialismo, ignorano che alla base dello stato di diritto democratico ci sta appunto il rigorosissimo rispetto dei diritti fondamentali da parte di ogni membro della pubblica amministrazione e, in particolare, di quelle istituzioni che, per definizione, hanno un potere discrezionale che altrimenti rischia facilmente di scivolare nel libero arbitrio. Per esempio, come mai nessuno dei vari campioni di legalismo presta attenzione non solo al tasso di reati fra i politici ma anche fra il personale delle forze di polizia? Perchè non si cerca di capire perché nell’attuale congiuntura questi tassi (che sono direttamente connessi al libero arbitrio e quindi all’abuso di potere, alla corruzione, alle violenze sui deboli) sono in notevole ascesa? Non è forse l’esito dell’accentuazione dell’asimmetria di potere che in Italia è ancora più alta proprio perché non c’è mai stata una pratica di controllo democratico generalizzato mentre è prevalsa l’anamorfosi dello stato di diritto (ossia la possibilità di passare da legale all’illegale a beneficio del più forte)?
Se i veri democratici non vogliono apparire sempre come dei poveri matti che gridano alla luna, dovrebbero cercare di sfidare i legalisti e giustizialisti a dimostrare se stanno effettivamente dalla parte della lotta per lo stato di diritto pienamente democratico a cominciare dallo smascheramento degli sprechi, della corruzione e soprattutto dei molteplici reati assai diffusi fra il personale di tutte polizie e in parte anche della magistratura, come del resto della pubblica amministrazione oltre che fra i politici. Sollecitiamo i pochi parlamentari effettivamente democratici a imparare ad agire contro la deriva liberista neoconservatrice che, guarda caso, coniuga sistema maggioritario, libero arbitrio dei partiti, abusi di potere e corruzione da parte di tanti membri delle polizie, mentre ci si accanisce con i dissidenti subito bollati come sovversivi se non terroristi. (magari con l’aiuto di qualche attentato “provvidenziale”).

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