Diritti sotto attacco

Osserviamo una crescente insofferenza per le espressioni di dissenso, una progressiva riduzione dello stato sociale, l’indebolimento dei reciproci controlli e contrappesi fra poteri dello Stato: cosa sta accadendo alle nostre democrazie?
Lorenzo Guadagnucci

L’immagine simbolo del declino delle democrazie occidentali è stata scattata alla Casa Bianca, il 2 maggio 2011. È il giorno dell’uccisione di Osama Bin Laden in una remota località del Pakistan, rifugio del famigerato “capo di Al Qaeda”. Lo scatto coglie dodici persone in una piccola stanza, concentrate nella visione di uno schermo, che l’immagine non mostra. Stanno tutte seguendo la diretta dell’irruzione del commando speciale incaricato dell’esecuzione. Il presidente Barack Obama è sul lato sinistro della fotografia, indossa un anonimo giubbino blu sopra la camicia, non porta cravatta; al suo fianco c’è un generale con la divisa coperta di mostrine. Hillary Clinton, ministro degli Esteri, tiene la mano sulla bocca, in un gesto di apprensione. Fra i dodici personaggi, si riconoscono anche il presidente Joe Biden e il ministro della Difesa Robert Gates. È un’immagine terribile, scattata e diffusa con chiari intenti propagandistici: l’omicidio di Bin Laden ha costituito un passaggio importante nella strategia volta a rafforzare l’immagine di Barack Obama come risoluto “comandante in capo”. Come dire che l’impegno contro il terrorismo è una preoccupazione quotidiana per la Casa Bianca ed è condotto senza alcun riguardo, al punto che non si è esitato a diffondere un’immagine umanamente insopportabile: un gruppo di persone, i massimi responsabili politici di un Paese che si vuole paladino dei valori democratici, assistono in diretta, a migliaia di chilometri di distanza, a un omicidio da loro stessi ordinato.
L’omicidio mirato è stato finora una tecnica dichiarata legittima da un unico Paese assegnato al campo democratico, Israele, una nazione che vive, però, in uno stato di guerra permanente. Ora si accodano gli Stati Uniti e lo fanno sotto la guida del primo presidente nero, eletto sull’onda di un’insofferenza generalizzata per il militarismo e l’estremismo di George W. Bush. Obama ha prima promesso la chiusura del campo di detenzione di Guantanamo – altro simbolo del tracollo morale del concetto di democrazia –, facendo immaginare una rigenerazione democratica di un Paese stremato dalla “guerra al terrorismo”, ma poi si è messo sulla scia di Israele.
La rivelazione che lo stesso Obama, ogni martedì, conduce una riunione coi vertici dei servizi di intelligence, per aggiornare la “kill list” dei candidati all’omicidio mirato, è la certitificazione che negli Stati Uniti è stata superata la barriera psicologica che separa la democrazia ordinaria dallo stato di emergenza. Non ha suscitato grande scandalo né in patria né all’estero, il fatto che il presidente di un Paese democratico, oltretutto assegnatario, poco dopo l’elezione, del Premio Nobel per la pace, rivendichi il diritto di decretare la morte violenta di presunti nemici, spesso dei semplici sospettati, e con metodi assai sbrigativi, come il lancio di missili e granate, spesso causa dell’omicidio di altre persone, colpevoli soltanto di trovarsi nei paraggi del “target”.
È questo il contesto – il “frame”, dicono i sociologi – nel quale vanno collocati quei fenomeni che, nell’ultimo decennio, hanno menomato la qualità delle democrazie europee: la crescente insofferenza per le espressioni di dissenso; la progressiva riduzione dello stato sociale; l’indebolimento dei reciproci controlli e contrappesi fra poteri dello stato. Pensiamo a quel che è accaduto in Italia dal 2001 in poi. La data non è presa a caso, poiché si trattò di un anno di svolta: prima (luglio) le violenze poliziesche contro i manifestanti durante il G8 di Genova, poi gli attacchi terroristici agli Stati Uniti (11 settembre) e l’avvio della catastrofica guerra al terrorismo. Da allora i diritti sono sottoposti a un pesante attacco.
Proprio Genova G8 è stato l’atto iniziale, non solo perché fra il 20 e il 22 luglio 2001 le forze di polizia esercitarono un uso della forza del tutto sproporzionato rispetto alla “minaccia” di piazza, ma soprattutto per la risposta delle istituzioni alle circostanziate denunce degli abusi commessi. Lo scandalo internazionale causato dall’uccisione in piazza di un ragazzo e da comportamenti apparsi subito inaccettabili – le cariche ai cortei, gli inseguimenti e i pestaggi di singoli cittadini, la sanguinosa e disastrosa irruzione alla scuola Diaz, i maltrattamenti sui detenuti nella caserma di Bolzaneto – è stato affrontato in modo opposto rispetto alle regole e all’etica di una democrazia costituzionale. Anziché rinnegare gli abusi, denunciare i colpevoli, avviare un’operazione di verità e di pulizia all’interno delle forze di sicurezza, si scelse immediatamente la via della chiusura corporativa e del rifiuto di una seria assunzione di responsabilità. Fu così rivendicata l’infrazione delle norme professionali e delle stessi leggi che tutelano i diritti dei cittadini; si giustificò la sospensione dei diritti costituzionali.
Questa scelta è stata confermata anno dopo anno, nonostante i cambi di governo e di ministri. Nemmeno i risultati delle inchieste della magistratura (che hanno confermato i fatti storici raccontati da vittime e testimoni) e le stesse sentenze di condanna emesse dai tribunali hanno scosso questa strategia. Si è così arrivati ai limiti dello scontro istituzionale fra apparati di sicurezza e magistratura e si è sicuramente superata la linea di demarcazione segnata dall’etica costituzionale. Le promozioni accordate ai massimi dirigenti di polizia, a inchieste e processi ancora in corso, e il rifiuto di sospendere i dirigenti condannati in secondo grado, hanno marcato il campo: gli apparati di sicurezza – è questo il messaggio arrivato ai cittadini e ai poteri dello Stato – non accettano verifiche autentiche dei propri comportamenti. L’esercizio del “controllo democratico” delle forze di polizia, competenza tipica delle assemblee elettive, è venuto meno. Sotto questo profilo la carriera di Gianni De Gennaro è esemplare. Capo della polizia e responsabile dell’ordine pubblico all’epoca del G8 genovese, non ha subìto alcuna conseguenza per la disastrosa gestione del vertice, ed è anzi divenuto capo supremo dei servizi segreti e poi addirittura sottosegretario: caso unico di poliziotto assurto a ruoli di governo.
Il “dopo Genova”, dunque, qualifica i fatti del luglio 2001 come inizio di una nuova stagione di democrazia autoritaria. I diritti costituzionali e le libertà civili sono stati ufficialmente posti in secondo piano rispetto a esigenze di sicurezza che ci si limita a evocare via via, senza avvertire il bisogno di documentarle. Abbiamo così avuto l’epoca dei sindaci-sceriffo, con le loro ordinanze contro i lavavetri, i venditori ambulanti, i musicisti di strada, i lavoratori stranieri: tutto in nome di un’emergenza sicurezza enfatizzata dai media, ma indimostrata sul piano statistico. Si sono moltiplicati i casi di abusi di potere da parte delle forze dell’ordine, spesso con esiti tragici: da Stefano Cucchi a Federico Aldrovandi, da Giuseppe Uva a Aldo Bianzino, l’elenco è troppo lungo per riportare tutti i nomi delle vittime, ma comune è la sensazione che sia mancata, all’interno delle forze dell’ordine, una seria operazione di formazione democratica e di dissuasione delle tentazioni violente; e non poteva che essere così, visto che dalle vicende del luglio 2001 è arrivato alle forze dell’ordine, da parte dello Stato, un messaggio di impunità e non di responsabilizzazione.
La scellerata campagna sulla sicurezza ha poi portato a una fitta legislazione che i sociologi hanno già definito di “razzismo istituzionale”: la dimensione dei diritti civili è stata così ulteriormente vilipesa. L’universalità dei diritti fondamentali è stata accantonata. In parallelo è montata l’insofferenza per la protesta organizzata. Non si contano gli episodi di abusi di piazza da parte delle forze dell’ordine durante manifestazioni tutt’altro che violente. Citando a memoria: le manganellate ai terremotati dell’Aquila durante una manifestazione a Roma; l’assalto notturno al campo No Tav di Venaus; la carica ad altri attivisti No Tav all’interno della stazione di Torino; le cariche con i mezzi blindati durante la manifestazione del 15 ottobre 2011... Anche qui l’elenco è lunghissimo e si tratta sempre di episodi sui quali non risulta che siano mai state aperte inchieste interne o della magistratura. Una nuova “normalità” si è affermata: ogni protesta è passibile d’essere affrontata con mano pesante dalle forze di polizia.
La Val di Susa, sotto questo profilo, è il laboratorio della democrazia autoritaria dei tempi nostri. Il sito di Chiomonte, primo cantiere aperto in vista dell’avvio dei lavori per il nuovo treno veloce, è stato letteralmente militarizzato, con un presidio di polizia permanente e una norma ad hoc che lo qualifica appunto come sito di interesse strategico e conseguenti aggravi di pena per chi tenti di violarlo. I disordini dell’estate scorsa, durante i quali furono sparati lacrimogeni ad altezza d’uomo, hanno portato a inchieste della magistratura solo contro i manifestanti e una serie di arresti che hanno avuto tutta l’aria della “retata esemplare”. L’ex ministro degli Interni Roberto Maroni è arrivato a indicare, in Parlamento, con nome e cognome, uno degli attivisti del movimento No Tav, considerato pericoloso per l’ordine pubblico, e l’attuale ministro Anna Maria Cancellieri ha accostato i No Tav alla vasta categoria del terrorismo, salvo correggersi poco dopo, ma dopo avere - evidentemente – lanciato un preciso messaggio.
La Val di Susa è un laboratorio, perché prefigura la risposta dello Stato rispetto a proteste organizzate, di massa e di lungo periodo. Non già un’apertura di dialogo e l’avvio di un ripensamento sulle scelte contestate, impraticabili per istituzioni screditate e legate a poteri economici e finanziari soverchianti, ma l’attacco alla protesta, un attacco sia politico-mediatico, sia portato con gli strumenti più sbrigativi delle forze di polizia.
È lecito temere per la salvaguardia delle garanzie costituzionali. Tanto più se si allarga lo sguardo e si osserva che l’attacco investe anche i diritti sociali, che sono un presidio e forse un presupposto per l’autentico esercizio delle libertà civili. Si pensi alla vicenda Fiat con la nuova dottrina Marchionne, che pretende di negare i diritti sindacali ai cittadini iscritti a sindacati che non firmano i contratti-capestro che l’azienda riesce a imporre. Sulle pelle della Fiom si sta giocando un’altra partita fondamentale: è il tentativo di estromettere la costituzione dai luoghi di lavoro.
L’Italia, come il resto d’Europa, sta vivendo una fase drammatica di indebolimento del consenso dei cittadini per le istituzioni democratiche. Lo svuotamento dei poteri reali, a vantaggio della grande finanza e delle corporation, è stato messo a nudo dalla crisi economica mondiale. Le forze politiche tradizionali, colonizzate dall’ideologia neoliberista, si trovano ad affrontare una drammatica crisi di consenso senza avere alcuna idea alternativa all’esasperazione delle “ricette” che hanno portato alla recessione e al tracollo della finanza. Siamo vicini a uno stato d’emergenza permanente: tutto il potere ai tecnocrati e via libera a un progressivo congelamento delle procedure costituzionali. Lo stesso governo dei tecnici, che pure gode di una maggioranza parlamentare vastissima, governa per decreto.
È in corso un avvitamento che porta alla compressione simultanea dei diritti sociali e delle libertà civili. Sarebbe un errore non cogliere il nesso che lega i due elementi, se vogliamo immaginare un percorso diverso, con una via d’uscita dalla crisi globale che unisca equità e giustizia, due vocaboli spariti dal lessico della politica. Non ci sono ricette bell’e pronte, ma sappiamo che non si potrà prescindere da una rinnovata partecipazione popolare, la quale dovrà poggiare su una persuasione profonda: i diritti fondamentali, come il lavoro e il reddito, sono in via di razionamento.

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