ECONOMIA

Il governo vietò gli ombrelli

Lettura ironica e parafrasi dell’attuale crisi economica.
E di tutto ciò che ne consegue.
Rodrigo Rivas (Economista)

Il comitato dei saggi della Unione Temporale Europea s.p.a. (UTE per gli intimi), aveva deciso di prendere decisioni urgenti. La situazione economica e politica era tale da mettere in discussione le fondamenta stesse della UTE.
“Signori, dobbiamo analizzare il problema in profondità”, disse spettinandosi e lievemente irritato il capo del governo. “Ormai, non ci bastano né loden né doppiopetto. Abbiamo bisogno di buon senso, concretezza e creatività. Ci giochiamo il futuro. Perciò, facciamo parlare subito gli esperti”.
Primus inter pares, pronto e veloce intervenne l’esperto del FMI. Il tempo è denaro, davanti a un power point con le proposte patrocinate dall’organismo. Si schiarì la voce e si rivolse con tono fermo all’auditorio (gli esperti parlano sempre urbi et orbi): “Bisogna partire dai dati. E il primo da considerare è questo: in ogni dove, la previdenza sociale ha subito una diminuzione delle sue entrate in seguito all’aumento della disoccupazione e conseguentemente dei versamenti dei lavoratori. Dobbiamo stabilire che le entrate dipendono esclusivamente da questi versamenti, in particolare dai versamenti dei lavoratori perché le difficoltà delle aziende le costringono spesso a rimandare la loro quota. Per evitare che si creino nuove ingiustizie.
Abbiamo messo allo studio altre misure per venire incontro alle giuste preoccupazioni della popolazione. Possiamo dire, ad esempio, che si può garantire la sopravvivenza del sistema previdenziale eliminando la cassa integrazione. Sappiamo benissimo che soltanto in questo mese il ricorso alla cassa integrazione è aumentata del 50%, ma proprio ciò dimostra che è insostenibile. La flessibilità e l’equità ci impongono di essere più sfumati? Beh, potremmo dire che, per ora, ne cancelleremo soltanto una parte. E, se tutto va bene, non ci sarà bisogno di misure aggiuntive”.
“Perché la disoccupazione non molla e, anzi, ogni giorno ci sono nuovi disoccupati, bisognerà inventarsi altri metodi statistici. Ma questo compito richiede tempi lunghi. Nel frattempo, s’impone la necessità di riformare il mercato del lavoro. Pensiamo sia del tutto ovvio che se licenziare diventa più facile, veloce e a buon mercato, se si eliminano le pastoie burocratiche e le procedure amministrative e giudiziali, scompariranno molti privilegi e la situazione migliorerà per tutti. Ma perché i nostri esperti in comunicazione ci dicono che non conviene parlare di licenziamenti, consigliamo l’uso della espressione ‘flessibilità in uscita’”.
“Perché la disoccupazione si espande soprattutto tra i giovani, è necessario aumentare l’età necessaria per pensionarsi. D’altronde, tutti sappiamo che la previdenza è sorta in Germania, alla fine dell’Ottocento. E che quando il nostro kaiser Guglielmo II la concesse ai suoi sudditi, stabilì un’età di pensionamento lievemente superiore alla durata media della vita. Ovviamente, non poteva sapere che poi, per colpa della penicillina e della diffusione dei cessi, la vita media si sarebbe allungata enormemente. Oggi abbiamo la possibilità di ristabilire nuovamente il giusto equilibrio ristabilendo la condizione di partenza. In più, ciò ci apre davanti una superstrada di equità: perché, probabilmente, le nostre misure accorceranno la vita media, potremmo sempre ritoccare l’età, questa volta al ribasso. Ma non perdiamoci in futurologie”.
“Poiché ancora ci sono lavoratori, specie nel settore pubblico, che godono di un lavoro stabile, è necessario legiferare con giustizia ed equità in modo da permettere che molti tra questi smettano di annoiarsi. Godere di un contratto spazzatura non può essere un privilegio per i molti o pochi che ce l’hanno, giustizia ed equità spingono per la sua diffusione universale. E poi, è arrivata l’ora di finirla con i bamboccioni che vogliono avere casa e bottega vicino alla mamma”.
“Poiché i consumi sono al palo, non basta ridurre i salari indiretti, cioè i servizi, e quelli futuri, e cioè le pensioni. Equità vuole che siano ridotti anche i salari diretti, quelli in busta paga, evitando altri privilegi”.
“Sappiamo tutti, salvo per fortuna i media, che le banche non concedono crediti né alle aziende né ai cittadini. Ciò dimostra lo stato comatoso dei nostri istituti, colpiti da una malattia infettiva di ignota natura e provenienza. La radiografia dei loro stati contabili dimostra che, per risolvere almeno temporaneamente il problema, dobbiamo regalare loro altro denaro fresco. Quindi, bando alle ciacole improduttive: dobbiamo replicare il dono di quasi 500 miliardi fatto loro l’ultimo natale, magari alzando un pochettino la cifra. Così, oltre a facilitare la loro contabilità, le nostre banche potranno prestarli agli Stati ad alti tassi d’interesse e, con i guadagni, risanare le loro sofferenze. Parafrasando un vecchio detto, direi che “se le banche rubano unite, rimangono unite” per cui – oltretutto – potranno risolvere tutte le eventuali diffidenze che impediscono a tanti buoni cittadini banchieri di conciliare il sogno dei giusti”.
“Per riattivare l’economia, bisogna tagliare gli investimenti pubblici e la spesa sociale. È vero che qualche disabile in più dovrà restare in casa ma, in compenso, è pure vero che qualche ministro di buon cuore potrà versare qualche lacrimuccia in diretta”.
“Indiscutibilmente, lo Stato abbisogna di nuove entrate per cui, altrettanto indiscutibilmente, dobbiamo aumentare le tasse. Ma bisogna farlo con criterio, evitando accuratamente di colpire le grandi fortune e i redditi da capitale, la riserva morale dell’UTE. Per fortuna ci sono modi più efficienti ed efficaci di procedere. Si può, ad esempio, aumentare l’IVA che, colpendo tutti, è una misura universale, quindi giusta. Poiché tutti mangiamo pane, tutti pagheremo ugualmente, senza odiose discriminazioni legate alle fortune personali.
“Poiché riuscire a debellare la frode fiscale va per le calende greche, bisogna che nel frattempo mettiamo in atto politiche per recuperare soldi – oltre che dagli invalidi, buona parte dei quali finti come dimostra il nostro impareggiabile giornalismo indipendente – anche dai disoccupati. Non vi sembra del tutto inaccettabile che, malgrado ottengano ben 500 e più euro di sussidio mensile, molti di loro arrotondino lavorando in nero? Quindi, ci vogliono più tasse ma, per evitare funesti errori, anche su questo bisogna essere chiari: il rilancio economico sarà garantito solo se permettiamo che farmacisti e gioiellieri dichiarino di guadagnare meno dei loro commessi. La libertà, bene supremo, va difesa a qualsiasi costo, per cui non si deve permettere che lo Stato interferisca sul privato di tanti onesti cittadini”.
“La spesa scolastica è in diminuzione. Ma non bisogna sedersi e bisogna accelerare il processo. Tra le prime misure per aumentare l’abbandono scolastico, bisogna non sostituire gli insegnanti malati né, tanto meno, quelli che vanno in pensione”. “Altrettanto può dirsi e farsi per risolvere l’inaccettabile saturazione degli ospedali. Poiché qui nesciuno è razzista, nulla ci vieta di imparare da altre esperienze, persino da quelle africane. Anni fa, pure in molti Paesi africani i malati facevano capolino nei corridoi. Per tagliare la spesa sanitaria, lo richiedeva la salute dello Stato, li abbiamo convinti con le armi tipiche dell’amorevole e incisiva persuasione, a smettere di contattare medici e infermieri. Oggi la situazione è molto migliorata, ormai la gente muore in casa, amorevolmente assistita dai propri cari. Circolano irresponsabilmente molte idee malsane. Ad esempio, qualcuno canta ancora che ‘anche l’operaio vuole il figlio dottore’. Non c’è più morale, contessa, e bisogna ribellarsi. Per fortuna, ci soccorre la «scienza economica». Poiché molti genitori non possono permettersi di pagare gli studi universitari dei figli, è necessario superare sorpassati egualitarismi e decidere senza falsi buonismi che la concessione di borse di studio deve dipendere dai risultati accademici, non dai redditi familiari. En passant, in questo modo anche i nostri figli discriminati, ne potranno avere una”.
La riunione si era svolta in un clima cupo e, pur se succede spesso in inverno, esperti e responsabili sono meteopatici e multimaniaci. Poiché, malgrado tanta scienza, la crisi appariva ostinata quanto la siccità in corso, fu proprio allora che esperti e responsabili decisero di vietare gli ombrelli. Così, dissero nello stringato e modesto comunicato stampa successivo, sarebbe certamente aumentata la probabilità di pioggia. “Lo vuole la UTE”.

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