ARMAMENTI

Trasferimenti d'arma

Affari di armi, percorsi di pace: viaggio nell’ultimo rapporto dell’Osservatorio sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa di Brescia.
Carlo Tombola (Opal - Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa, Brescia)

L’uscita di questo quinto annuario di OPAL, l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere di Brescia (www.opalbrescia.org), è utile per ricordare quanto sia importante conoscere per discutere in un settore cruciale come quello della produzione militare e delle politiche della sicurezza. È un settore in cui si incrociano interessi e tensioni contrastanti. Da una parte vi sono industrie produttrici che in diverso grado sono multinazionali e che sollecitano sia il sostegno della spesa pubblica militare degli Stati nazionali, sia l’abolizione delle restrizioni alla vendita e all’esportazione delle armi; dall’altro, consistenti budget militari entrano in competizione con altre voci del bilancio degli Stati, soprattutto in fasi di recessione economica come quella che stiamo vivendo, e perdono di priorità se i compiti della difesa sono limitati – come indica anche la nostra Costituzione – alla protezione dei confini nazionali, escludendo la proiezione aggressiva in altre aree geografiche.
Guardare all’interno del mercato delle armi è un esercizio essenziale della libertà democratica e del diritto di espressione dei cittadini. Ciascuno di noi potrebbe prendere coscienza dell’entità della corruzione che accompagna normalmente la compravendita dei grandi sistemi d’arma. Risulterebbe chiaro che molti trasferimenti di armi verso i Paesi del “Sud del mondo” – dove ancora si alternano al potere molti regimi militari – sono illegali dal punto di vista dei trattati internazionali e delle decisioni dell’ONU e che, illegalmente, la “comunità internazionale” – ovvero i Paesi che si sono unilateralmente posti alla sua guida – è intervenuta e interviene a sostenere con forniture militari le cosiddette “insurrezioni” di sedicenti “ribelli” contro dittatori che fino al giorno prima sono stati armati dagli stessi Paesi-guida: è successo così con Saleh in Yemen, con Gheddafi in Libia, con Gbagbo in Costa d’Avorio, sta succedendo in Siria con Bashar al-Assad, ma non è successo nelle altre “primavere arabe”, dove si è scelto di rifornire i militari e le polizie con le più moderne armi antisommossa, spesso usate in violazione del diritto umanitario, contro manifestazioni popolari pacifiche. E anche potrebbero meglio spiegarsi certe “coperture”, certi “segreti di Stato” che i governi italiani hanno opposto a operazioni di vendita di armi su cui la magistratura ha gettato qualche luce non definitiva.

Affari di armi
L’indice dell’ultimo annuario OPAL, dal titolo Affari di armi, percorsi di pace (EMI, pp. 271) rispecchia gli intenti e le aree di maggiore interesse per l’Osservatorio. È diviso in tre sezioni. Nella prima sezione, Attualità, riprende proprio alcuni fatti della cronaca per segnalare non solo le carenze del dibattito pubblico, ma i temi prioritari su cui l’attenzione dovrebbe concentrarsi: a cominciare dalle vicende giudiziarie dell’azienda Beretta e del “riciclaggio” di pistole usate destinate all’Iraq, vero case study internazionalmente noto ma rimasto, dal 2003 al marzo 2012, nei cassetti della Procura di Brescia, forse anche a causa dell’alto livello dei funzionari pubblici coinvolti.
Abbiamo poi seguito la presenza di armi leggere bresciane – ma anche di quelle pesanti di produzione italiana – sulle piazze e negli scontri delle cosiddette primavere arabe e, in particolare, in Libia. Le vicende libiche sono esemplari dell’atteggiamento dei governi europei nei confronti dei dittatori: il “terrorista” Gheddafi, una volta “sdoganato” dal lungo embargo, è divenuto ambito cliente dei grandi complessi militar-industriali inglesi, francesi, tedeschi, americani e anche italiani, attirati dai petrodollari del colonnello; poi, al primo manifestarsi di una seria opposizione interna, Gheddafi è divenuto oggetto di sanzioni preventive di natura finanziaria e quindi bersaglio di una campagna militare che è andata ben oltre il mandato della comunità internazionale. Va da sé che i “ribelli” siano diventati subito disponibili ad accettare l’appoggio e le forniture militari occidentali, mentre promettevano lucrosi contratti per la ricostruzione e la spartizione delle risorse energetiche con i nuovi alleati.

Tra produzione e mercato
Di fronte a questi fatti, la strada maestra che OPAL propone è quella – duplice – di una conoscenza approfondita e anche “tecnica” del quadro internazionale entro cui si svolgono i trasferimenti di armamenti, e di una memoria, mantenuta sempre viva e critica, intorno non soltanto agli storici disastri della guerra, ma soprattutto ai metodi e ai temi della cultura nonviolenta, per un’educazione pacifica, per una riconversione culturale ed economica.
Così l’Annuario 2012 propone anche una sezione (Ricerche) in cui vengono forniti i dati di un quadro internazionale che sta profondamente modificandosi sotto i colpi della crisi e della finanziarizzazione, sia per quanto riguarda il commercio – e quindi la proiezione internazionale dei Paesi leader nella produzione armiera – sia per la produzione nei settori di punta dell’industria per la difesa, come quello aerospaziale. Che ci sia una carenza informativa su questi aspetti “tecnici” in materia di trasferimenti di armi tra gli Stati, è apparso chiaro anche nel campo variegato delle grandi ONG che hanno rappresentato le istanze della società civile di fronte ai governi durante la lunga trattativa diplomatica che sta portando verso la storica meta di un trattato internazionale sul commercio delle armi convenzionali. Del resto, OPAL e i pochi centri che in Italia fanno ricerca su produzione e mercato delle armi (l’Archivio Disarmo di Roma, l’IRES Toscana di Sesto Fiorentino) hanno mezzi scarsissimi e aleatori, del tutto sproporzionati rispetto al ruolo del nostro Paese nelle classifiche mondiali dei produttori di armi (tra i primi dieci) e di armi leggere (addirittura al secondo posto dopo gli Stati Uniti). Ciò nonostante il loro impegno ha contribuito non poco a fare della Rete italiana per il Disarmo, che raccoglie una trentina di associazioni ed enti nonviolenti, un interlocutore di governo e parlamento in materia legislativa e un instancabile promotore di campagne con largo seguito (contro gli F35, per la difesa della legge 185, per un trattato sul commercio di armi, contro le mine antiuomo ecc.).
I due saggi della sezione Ricerche permettono un’analisi puntuale di alcuni trend di fondo. Uno prende in esame i trasferimenti internazionali di armi in una serie storica che copre l’ultimo decennio del secolo scorso e il primo del XXI: dati pubblicati dallo Stockholm International Peace Research Institute, che chiariscono il ruolo di primissimo piano, come esportatori di armi, dei cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU, veri “garanti di guerra” della storia mondiale recente. L’altro mette sotto i riflettori l’industria europea della difesa e dell’aerospazio, che prima della crisi occupava tra 500 e 700mila lavoratori (l’incertezza è data dalla difficoltà di distinguere tra i dipendenti delle aziende operanti sia nel civile che nel militare) per un fatturato di circa 93 miliardi di euro e investiva 60 miliardi in ricerca e sviluppo, su una spesa militare complessiva di 200 miliardi di euro all’anno: tutti valori che nell’ultimo decennio sono stati in crescita. È su questo “piatto”, finora poco sensibile alla crisi finanziaria che, secondo le previsioni, caleranno tagli drastici.
Una terza sezione (Memoria) è dedicata, infine, alla ricostruzione di un percorso storico locale, bresciano e lombardo, di esperienze di pratica nonviolenta. Si segnalano qui le esperienze degli obiettori di coscienza bresciani che, negli anni Settanta, rifiutarono il servizio militare e quelle dei cosiddetti “obiettori professionali”, cioè di lavoratori occupati presso aziende armiere che, tra gli anni Settanta e Ottanta, dichiararono la loro volontà di non collaborare alle produzioni belliche.

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