CHIESE

Maschio e femmina li creò

La più estesa organizzazione di suore americane apre il dibattito sulla necessità che la Chiesa oggi sia più inclusiva. E, soprattutto, aperta alle riflessioni femministe.
Gisella Evangelisti (esperta in cooperazione e mediazione di conflitti, scrittrice)

Nel 2006, dopo 40 anni di insegnamento all’Università di Yale, la professoressa emerita di teologia Margaret Farley, una suora appartenente alla Congregazione della Misericordia, ha deciso di scrivere un libro per rispondere ai dubbi dei suoi studenti su un tema cruciale nella loro vita, l’amore, in un momento storico in cui le certezze e i precetti ereditati dai genitori si sfaldavano.
Come avere una sana e felice vita amorosa, si chiedevano i giovani, senza cadere in un cinico “all’arrembaggio”? Il libro, “Just Love, a Framework for Christian Sexual Ethics” (“Solo amore: qualche punto di riferimento per l’etica sessuale cristiana”) di Margaret Farley, ha dato a molti di loro una risposta soddisfacente.
Secondo la teologa, un rapporto è sano quando è basato sul libero consenso di due persone (sia di sesso diverso che dello stesso sesso), sul reciproco desiderio, uguaglianza e fiducia, sulla rivelazione di sé, sulla fertilità (intesa come un impegno per dare vita a un altro essere umano, o a diffondere bontà e bellezza nella comunità) e, infine, sulla giustizia sociale, come rispetto non solo tra la coppia, ma verso tutti i membri della comunità. Si scioglie così, tra gli altri, il tabù dell’omosessualità, considerato dalla Chiesa cattolica un “disordine”.
La reazione del Vaticano non si è fatta attendere e la Congregazione per la Dottrina della Fede ha dichiarato che il libro rappresenta un “grave danno per la religione, per la sua ‘comprensione non corretta’ del tema e ne ha vietato l’uso nei collegi cattolici. “Non avevo alcuna intenzione di parlare a nome della Chiesa ufficiale”, ha risposto suor Margaret Farley. Il libro ha esplorato la sessualità nelle diverse tradizioni religiose, fonti teologiche ed esperienze umane, e ha solo voluto prender parte al dibattito sull’etica sessuale.
Un dibattito che, a quanto pare, è stato capace di dar fuoco alla prateria.
La principale organizzazione statunitense, che rappresenta 1500 ordini religiosi conta su 57.000 suore (l’80% delle sisters presenti nel Paese), ossia la Leadership Conference of Women Religious (Conferenza della Leadership di Donne Religiose, LCWR), ha sostenuto le tesi della nota teologa, ma è incorsa nell’accusa, da parte del Vaticano, di lasciarsi influenzare da certo “femminismo radicale”, (senza però dare definizioni né di “femminismo” né di “radicale”).
“Se ‘femminismo radicale’ è semplicemente la ricerca della parità tra uomini e donne nella Chiesa, ebbene, siamo femministe radicali”, ha dichiarato la presidente dell’organizzazione delle religiose, suor Pat Farrell.
Il conflitto si è andato estendendo. Il Vaticano ha ordinato a tre vescovi degli Stati Uniti di procedere a un riesame completo della organizzazione del LCWR in vista di una sua controriforma. La LCWR ha considerato sproporzionate le sanzioni emesse nei suoi confronti e le autorità vaticane hanno convocato a Roma suor Pat Farrell, mentre si moltiplicavano sui giornali e su internet i messaggi a sostegno di Margaret Farley e l’organizzazione delle religiose.

Femminismo radicale?
Come afferma Lise Miller, nel Washington Post del 10 giugno scorso, l’utilizzo da parte del Vaticano del termine “femminismo radicale” chiarisce di più sul carattere dei cardinali che su quello delle suore cosiddette ribelli.
“Sarebbe bene che la Chiesa fosse meno ipocrita e più saggia nel tema delle relazioni”, aggiunge una collega dello stesso giornale, Susan Brooks Thistletchwaite. “Se qualcuno ha un disperato bisogno di norme di etica sessuale, è proprio la Chiesa, scossa dagli scandali di preti pedofili”.
Tuttavia, ciò che difende la gerarchia vaticana, composta da anziani cardinali di razza bianca, oltre a un concetto astratto di sessualità, che si scontra con la pratica quotidiana dei fedeli, laici o religiosi, è la questione del potere. Nonostante le lotte interne che hanno portato a sciorinare al sole i panni sporchi nascosti per decenni, come i conti opachi dello IOR, o lo scandalo dei preti pedofili, (fornendo materiale per molti romanzi di intrighi), per le autorità vaticane le suore dovrebbero mantenersi ad aeternum lontane dal ministero sacerdotale, anche se nei Vangeli non c’è una sola riga che dichiari la donna inadeguata al sacerdozio.

Per una Chiesa inclusiva
La madre della teologia femminista radicale americana, come Lise Miller ricorda, è stata Mary Daly, che ha insegnato per anni presso il Boston College, il collegio dei Gesuiti. Partecipando al Concilio Vaticano II, la professoressa rimase colpita dalla totale assenza di partecipazione femminile alle sessioni del Concilio, e dal contrasto tra l’atteggiamento arrogante e gli abiti sgargianti dei principi della Chiesa, con quelli sobri e l’umiltà delle poche donne che assistettero alle sessioni. Nel suo libro “Al di là di Dio Padre” (“Beyond God The Father”, 1974) Daly scriveva: “Se Dio è maschio, anche il maschio umano è di conseguenza divinizzato. Il patriarca divino giungerà a castrare le donne quanto l’immaginazione umana lo permetta”.
Queste riflessioni hanno alimentato generazioni di donne, che hanno riconosciuto come le grandi religioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo e islam), sostituendo le antiche religioni del Mediterraneo, che includevano anche divinità femminili, hanno avuto un peso determinante nella sottomissione della donna nella società.
Alla fine, sister Pat Farrell, presidente della più importante organizzazione delle religiose americane, è uscita dalla riunione del 12 giugno con le autorità vaticane a Roma, senza cantare Hallelujah. È stato un incontro franco, ma “difficile”, ha commentato, e sono tempi difficili. Se il Concilio Vaticano II, cinquanta anni fa, ha esteso il concetto di Chiesa da “gerarchia” a “popolo di Dio”, è la gerarchia che dovrebbe cambiare i suoi modi autoritari ed escludenti, diventando più umana, inclusiva e democratica, imparando ad ascoltare veramente le persone, i loro desideri, i loro problemi, come ha fatto suor Margaret Farley. Dovrebbe diventare, appunto, più “femminista e più radicale”, riprendendo quei termini (mal) usati in forma denigratoria. Ma, per ora, non si possono aspettare moltiplicazioni di pani e pesci dagli attuali timonieri della barca di Pietro.

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