NONVIOLENZA

Bontà e bellezza

Agnes Heller: una delle pensatrici più importanti della nostra epoca, sopravvissuta al ghetto di Budapest, allieva di Lukacs, riferimento della Scuola di Budapest, racconta la sua vita in un dialogo appassionato con Francesco Comina e Luca Bizzarri.
Luca Bizzarri (Giurista)

Esistono aspetti e caratteristiche diverse per spiegare a un giovane che si approccia al pensiero contemporaneo e si chiede: “Chi è Ágnes Heller?”.
In prima battuta si potrebbe rispondere nel modo più diretto e vero: Ágnes Heller è una delle pensatrici più celebri della nostra epoca. Ma la risposta su chi sia la Heller non può fermarsi a questo aspetto, poiché, oltre a essere una filosofa, nel senso classico del termine, la Heller è anche una donna che ha fatto della responsabilità il paradigma della sua vita attiva.
Oggi è il punto di riferimento dell’opposizione contro un governo di estrema destra che lei stessa definisce “bonapartista” ed espressione del più basso e degradante sfruttamento del consenso che sta nuovamente vivendo l’Ungheria da un paio di anni a questa parte, a causa del regime del primo ministro Viktor Orbán, la cui azione di governo ha già portato alla modifica della Costituzione in chiave populista e liberticida, nel più completo sgomento dell’opinione pubblica europea, e che continua a esercitare una politica di limitazione costante delle libertà fondamentali dei propri cittadini.

Potere-individuo
In fondo, il tema della relazione potere/individuo plasma il pensiero helleriano in ogni sua espressione filosofica e di vita. Dalla sua Teoria dei bisogni in Marx, oggetto del volume che la rese famosa in tutto il mondo e che uscì con molteplici ristampe in Italia nel 1974, al suo costante attivismo in campo politico a difesa delle fasce più deboli della popolazione.
Tuttavia la figura di Ágnes Heller non si limita solo a questo. La filosofa ungherese è prima di tutto una testimone autorevole del secolo passato e un’osservatrice critica e coraggiosa del secolo presente. È testimone diretta di molti dei passaggi storici importanti che hanno segnato il Novecento europeo, e spesso internazionale e, scorrendo la sua biografia, ne scopriamo facilmente il motivo ed è, al contempo, osservatrice critica e coraggiosa del presente perché non ha timore a instaurare scambi dialettici spesso conflittuali con riconosciuti pensatori, molto più “pop” di lei, sui grandi temi della modernità, di cui è riconosciuta interprete. Contesta, con argomentazioni alla mano, il concetto di “liquidità” in Zygmunt Bauman, di cui fra le altre cose è grande amica, il concetto di “banalità del male” espresso da Hannah Arendt nel resoconto del processo a carico di Otto Adolf Eichmann a Gerusalemme ed è altresì poco incline ad accettare la concezione di “brevità” del secolo appena trascorso, cui ci ha abituato il pensiero di Eric J. Hobsbawm. Pertanto, la figura della Heller ci appare nella doppia veste di pensatrice acuta e retta, oltre che di donna dinamica e realista.
Nata nel 1929 a Budapest in una famiglia ebrea, vive un’infanzia segnata dalla povertà, ma allo stesso tempo da figure importanti per la propria formazione come quelle della nonna Sophie, intellettuale pioniera poiché fu la prima donna a laurear-si alla facoltà di lettere di Vienna, oppure del padre Pál, anarchico e scrittore, e che lei stessa definisce “uomo politico pensante” pur non avendo aderito ad alcun partito politico. Un aspetto, questo della libertà dalle strutture di partito, fondamentale nel rapporto che la Heller stessa svilupperà con gli organismi politici ungheresi e anche nelle valutazioni cui si spingerà a esprimere sulla relazione con il suo maestro e amico György Lukács.
Nel marzo del 1944, quando l’Ungheria viene invasa dalle truppe tedesche di Hitler, la famiglia vive il comune destino di molti ebrei d’Europa ed entra nel ghetto di Budapest, dal quale il padre verrà deportato per poi morire nel campo di concentramento di Auschwitz. All’età di 18 anni la Heller conosce Lukács alla facoltà di filosofia dell’Università di Budapest, ne rimane folgorata, intuisce il suo destino di filosofa e instaura un rapporto di collaborazione prima e di amicizia poi che durerà fino alla morte del filosofo ungherese. Nel 1953 Heller diventa, quindi, assistente di Lukács alla cattedra di filosofia estetica, condividendo con il grande intellettuale ungherese il progetto di “rinascita del marxismo”, ossia di una lettura più in linea con i nuovi bisogni, più vicina alla realtà delle persone e meno rispettosa delle interpretazioni dogmatiche del partito comunista sovietico, ma mai risparmiando al maestro critiche sulla scelta di adesione di quest’ultimo al partito comunista ungherese (Lukács ricoprirà infatti la carica di ministro della cultura popolare sotto il secondo mandato di Imre Nagy fino alla rivolta del 1956). La visione critica del marxismo e il continuo tentativo della sua decostruzione caratterizza il lavoro di ricerca della filosofa anche negli anni successivi alla rivoluzione ungherese, anni nei quali la Heller viene espulsa dall’Università e viene accusata di revisionismo da parte del partito comunista che incomincia a censurare pesantemente i suoi scritti e di tutti gli amici e studiosi che rimangono fedeli a Lukács e ai quali lui stesso si rivolgerà, poco prima di morire nel 1971, in una lettera al Times Literary Supplement con il nome di “Scuola di Budapest”. Di questo gruppo faranno parte oltre ad Ágnes Heller anche Férénc Fehèr (il secondo marito della Heller), Mihály Vajda, György Márkus, Mária Márkus, János Kis, György Bence e Ándras Hegedüs. Tutti i componenti della “Scuola di Budapest” affronteranno da diverse angolature e su piani differenti il tema della rinascita del marxismo in chiave umanista. La stessa “Scuola di Budapest” (ma la Heller in particolare) giocherà un ruolo da protagonista nel corso degli incontri estivi organizzati dalla rivista Praxis a partire dal 1963 fino al 1974 sull’isola croata di Korčula, nel corso dei quali si avvicenderanno molti intellettuali marxisti provenienti da tutta Europa uniti nella critica all’approccio dogmatico di stampo sovietico del marxismo. Nel 1960 Heller viaggia per la prima volta in Italia, un viaggio nel completo anonimato e lontana da quella celebrità che si affermerà alla fine degli anni Sessanta e che permetterà all’opera della Heller di diventare primaria nella riflessione teorica dei movimenti della nuova sinistra europea. Un viaggio, quello italiano, di completo abbandono nell’arte e nei tesori del Belpaese che cambierà radicalmente la prospettiva della filosofa nei confronti del Rinascimento e del suo canone estetico: “Fu il mio primo viaggio in Occidente. Nelle vie, nelle chiese, nelle case e nei palazzi di Firenze ho incontrato un sogno, o meglio, ho incontrato il mio sogno di un mondo adeguato all’uomo”. Dal quel viaggio in avanti il rapporto della Heller con il nostro Paese, con i suoi intellettuali e i suoi movimenti politici, è stato costante e, anzi, sempre più frequente.
A causa della forte censura sul proprio lavoro e dei continui controlli e pedinamenti vissuti in patria, la Heller decide nel 1977 di abbandonare assieme al marito l’Ungheria, di accettare l’incarico volto a coprire il posto vacante alla cattedra di sociologia dell’Università di Melbourne in Australia e, successivamente nel 1986, di spostarsi negli Stati Uniti a New York dove le viene offerta la cattedra di filosofia alla New School for Social Sciences che appartenne ad Hannah Arendt.
Oggi Ágnes Heller vive nuovamente a Budapest, dove ritorna già nei primi anni successivi alla caduta del muro di Berlino e dove è membro dell’Accademia ungherese delle Scienze. A 83 anni si dedica ai figli e ai nipoti non perdendo l’attaccamento e la passione al lavoro e alla scrittura di nuovi libri come il recente “I miei occhi hanno visto” (ed. Il Margine) scritto insieme a Francesco Comina e al sottoscritto, ai viaggi che la conducono senza soluzione di continuità da una parte all’altra del mondo a causa dei costanti impegni di conferenze e di lezioni nelle università più prestigiose e dove a volte le vengono attribuiti riconoscimenti importanti, come il recente conferimento del premio internazionale Primo Levi, che le verrà consegnato a Genova il prossimo 21 ottobre.

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