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Storie parallele

Brescia e Taranto: stessi veleni. Ecco una prima ricostruzione della mappa dell’Italia inquinata.
Alessandro Marescotti (a.marescotti@peacelink.it)

Ci sono storie parallele di inquinamento. Taranto è stata inquinata non solo dalla diossina ma dai policlorobifenili, detti Pcb. Essi erano contenuti in un fluido che veniva chiamato “apirolio”. Un liquido cancerogeno. Sgrassava bene le mani.

Taranto
E gli operai se le lavavano ignorando il pericolo. Non venivano avvisati dalla direzione. Alcuni si portavano persino i contenitori vuoti a casa, dopo aver effettuato i rabbocchi. Li sciacquavano e poi li usavano per metterci l’olio. L’apirolio veniva usato anche per lucidarsi le scarpe. Spesso era gettato via e finiva nei tombini. E poi in mare. La caratteristica dell’apirolio è quello di una volatilità estrema e quegli operai che si sono portati i contenitori in cucina, o che si sono lucidati le scarpe nella camera da letto, hanno contaminato l’intonaco della propria abitazione. Fino alla fine degli anni Settanta, ai lavoratori non era arrivata alcuna informazione sulle precauzioni da adottare. Nei trasformatori che usavano apirolio (il solo stabilimento siderurgico ne aveva 1800 tonnellate) vi sono state perdite. E un paio di esplosioni. Nel normale funzionamento dei trasformatori poteva esserci una volatilità dell’apirolio per cui occorreva creare sistemi di confinamento e filtraggio. L’apirolio ha contaminato il terreno e il mare. Questo avveniva a Taranto senza che la popolazione lo sapesse.

Brescia
A Brescia intanto – sempre senza che la popolazione lo sapesse – in un’altra fabbrica veniva prodotto l’apirolio che contaminava Taranto.
A Brescia, il limite di legge per i terreni contaminati da apirolio è superato dalle 553 alle 6 mila volte. Giovanni Maria Bellu e Carlo Bonini documentano il disastro in questa pagina web www.virusilgiornaleonline.com/cronaca_16.htm
A scoperchiare a Brescia il pentolone di questa terribile storia non è stato un esperto di chimica ma l’insegnante di italiano e storia Marino Ruzzenenti. Sembra veramente assurdo che sia un insegnante di lettere, a guidare la sua città alla scoperta dei veleni nascosti.
Fu un temporale estivo a far scoppiare il caso. Si allagò il cortile della quarta circoscrizione, la “Dusi”. Raccontano Bellu e Bonini: “I liquami erano filtrati dal muro di cinta della circoscrizione, addossato ai capannoni della ‘Caffaro’. Un’istituzione cittadina. La più antica e unica fabbrica chimica di Brescia, del 1906 e finita alla Snia (azienda chimica italiana, ndr.), della Fiat, e infine ai nuovi padroni di Brescia, la Hopa di Gnutti e Colaninno. Il presidente della IV circoscrizione, il forzista Mauro Margaroli, fece il diavolo a quattro. Voleva solo sapere di quel tanfo. Gli abitanti avevano paura”.
E così venne fuori la verità. Si scoprì che in quella fabbrica si produceva una sostanza pericolosissima, l’apirolio, con il suo contenuto di Pcb. I terreni risultarono contaminati seimila volte sopra la norma.

Storie parallele
Marino Ruzzenenti dieci anni fa lancia l’allarme. “Per anni – dice Ruzzenenti – l’Asl di Brescia ha affermato che i PCB non fanno male alla salute. Centinaia di studi sulla tossicità dei PCB, su cui conviene l’intera comunità scientifica internazionale, vengono così superficialmente e irresponsabilmente buttati nel cestino”.
La questione dell’informazione assume, come si può notare, una rilevanza strategica e sembra essere la grande assente sia a Taranto sia a Brescia. Storie parallele. Brescia fabbricava l’apirolio per Taranto. Una città produceva il veleno che uccideva l’altra e, nel fabbricarlo, si contaminava ancor di più. Non è una storia da raccontare questa?

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