POTERE DEI SEGNI

Un vescovo secondo Concilio

Sembra proprio che la fotografia della Chiesa meglio riuscita sia quella che la ritrae col lezionario in mano o con la casula addosso. Quella che la riprende
col grembiule ai fianchi è giudicata un tantino osè, scattata forse in momenti
di intimità e di abbandono…
Tonio Dell'Olio e Renato Sacco

A 50 anni dal Concilio Vaticano II, è doveroso ricordare don Tonino “un vescovo secondo il Concilio”. Era anche il titolo del convegno tenutosi a Molfetta, a 10 anni dalla sua morte, il 24-25-26 aprile 1993, promosso dalla diocesi di Molfetta, Pax Christi, edizioni la Meridiana, fondazione don Tonino Bello e scuola di Pace ‘don Tonino Bello’. Sono disponibili le registrazioni complete di quel convegno, ed è stato pubblicato anche un libro (ed. la Meridiana, “Don Tonino Vescovo secondo il Concilio”, con i contributi di Bregantini, Caselli, Cassano, Ciotti, Pansini, Ragaini, Scoppola, Zanotelli, Zizola).
Ma don Tonino, più che parlare del Concilio, ha fatto scelte ispirate al Concilio. Anzitutto le sue prime parole in merito al Concilio (era stato anche a Roma qualche tempo, chiamato dal suo vescovo) erano anche un po’ perplesse, come lui stesso annota in alcuni appunti: “Qui sono di una lentezza esasperante, sabato si riunirono tutti i vescovi per la prima discussione e, dopo un’ora, se ne uscirono senza aver combinato niente”.
Ma sono le scelte da lui fatte a essere pienamente e profeticamente conciliari. Riportiamo qualche brano del suo Progetto Pastorale del 25 dicembre 1984: “Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi”.
“Le nostre Chiese, purtroppo, sono così. Riscoprono la Parola, ne intuiscono la centralità, e si studiano caparbiamente di annunciarla. Celebrano liturgie splendide, e anche vere, ne purificano le incrostazioni, e ne rivelano con passione le pregnanze nascoste. Quando però si tratta di rimboccarsi le maniche e di cingersi le vesti, c’è sempre un asciugatoio che manca, una brocca che è vuota d’acqua e un catino che non si trova. Sembra proprio che la fotografia della Chiesa meglio riuscita sia quella che la ritrae col lezionario in mano o con la casula addosso. Quella che la riprende col grembiule ai fianchi è giudicata un tantino osè, scattata forse in momenti di intimità e di abbandono e che, comunque, non è bene far circolare troppo nei salotti perché la gente non faccia commenti. È proprio vero: la Chiesa del grembiule non totalizza indici altissimi di consenso. (…)
Che cosa si ricava in conclusione, da questo giro d’orizzonte? Due cose: 1. che l’evangelizzazione non può ridursi alle ‘parole’, ma deve scendere sul terreno dei ‘fatti’. 2. che i fatti devono essere evangelizzazione. (…)
Stando così la situazione, e dovendo pur deciderci a qualcosa, noi non esitiamo a presentare per le nostre Chiese locali delle linee di fondo, che forse potranno apparire spericolate e di rottura. Sono, invece, dedotte da un chiaro impegno di coerenza col Vangelo, dalla cui attuazione dipende la sorte stessa del Cristianesimo. Proponiamo, pertanto, questa linea tematica: ‘Una Chiesa che si fa ultima, per stare con gli ultimi e per lottare con gli ultimi’. Non è la Chiesa delle fughe neocatare, degli slanci paradossali, delle reviviscenze utopiche, ma quella della Kenosis, dello svuotamento. È la Chiesa che vuole essere segno ed epifania del Cristo, che, pur essendo Dio, non ha disdegnato di farsi uomo e assumere le condizioni di servo. (…) Stare con gli ultimi significa prima di tutto ‘prendere coscienza che i poveri esistono ancora’, e sono più numerosi di quel che si pensa. Non sono pochi i cristiani convinti che oggi di poveri non ce ne siano più, e che Gesù abbia preso un abbaglio o abbia pronunciato un paradosso quando affermò ‘I poveri li avrete sempre con voi’”.

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