AFRICA

Il tramonto di un sogno

Dall’arcobaleno di Mandela alla strage di Marikana.
Il Sudafrica, tra sogni e realtà.
Raffaele Masto (Giornalista, inviato di Radio Popolare)

Hanno sparato ad altezza d’uomo, per fare una strage. E l’hanno fatta: oltre trenta minatori morti. Non accadeva dai tempi dell’apartheid.
È successo nel Sudafrica del 2012 (il 16 agosto scorso, nel corso di una manifestazione di minatori, ndr), il Paese nel quale Nelson Mandela, il padre della nazione arcobaleno, un mese prima, aveva compiuto 94 anni.
L’avvenimento è una sorta di spartiacque tra il Sudafrica dei sogni e quello della realtà. La strage di Marikana leva il velo su un Paese che, da almeno quindici anni, vive di rendita sulla eroica lotta contro l’aparheid e sulla figura di un uomo come Mandela.
Lo scenario di questo avvenimento cruciale è stato la miniera di platino di Marikana, 90 chilometri da Johannesburg, gestita dalla più grande multinazionale del settore, la LonMin.
I minatori che ci lavorano sono tutti neri. Chiedevano aumenti salariali, maggiori diritti, più sicurezza, turni meno massacranti. Le richieste di tutti i lavoratori del mondo.
L’azienda, che si è mostrata da subito indisponibile ad accettare le richieste dei lavoratori, ha parlato di caduta del prezzo del platino sui mercati mondiali, di crisi e ha paventato subito la minaccia di tremila licenziamenti. Posizioni inconciliabili, dunque, tra impresa e lavoratori.
Il governo del presidente Jacob Zuma avrebbe potuto – meglio avrebbe dovuto – svolgere un ruolo di mediazione, chiamare attorno a un tavolo le parti. Non lo ha fatto e fonti giornalistiche sudafricane dicono che non avrebbe potuto farlo perchè alcuni ministri del suo governo possiedono pacchetti azionari della LonMin, multinazionale leader nella estrazione e commercializzazione del platino, di cui il Sudafrica detiene l’ottanta per cento delle riserve mondiali.
Ciò che è accaduto a Marikana, in realtà, è il risultato di venti anni di incapacità dei governi di chiudere, almeno parzialmente, quella forbice che separa i milioni di neri-poveri dalla minoranza di ricchi (in maggioranza bianchi). In sostanza è il risultato dell’incapacità di dimostrare alla popolazione che era possibile uscire dall’apartheid, non solo politicamente ma anche economicamente.
Sono passati venti anni dalla nascita della nazione arcobaleno ed era (ed è) lecito, per la popolazione, pretendere qualche risultato visibile, oltre alle questioni di facciata.

Gli eredi di Mandela
Certo, chi arrivava venti anni fa in un aeroporto sudafricano vedeva solo personale bianco (a parte i lavoratori di fatica). Oggi agli sportelli, alle biglietterie, alla sicurezza ci sono molti neri. Ma non è sufficiente.
Anche nella miniera di Marikana erano tutti neri e, per quello che si sa, pagati con uno stipendio da fame (400-450 euro al mese), con turni massacranti e sistemi di sicurezza che lasciano a desiderare. E, quasi certamente, gran parte di quei lavoratori, a fine turno, tornano nella loro baraccopoli o in quartieri appena diversi dalle township dell’apartheid.
Insomma, gli eredi di Mandela hanno fallito. Il Paese è lacerato da disuguaglianze insopportabili in regimi democratici: un tasso altissimo di sieropositivi e mancanza di politiche sanitarie per limitare questo flagello, delinquenza diffusa, analfabetismo a livelli inaccettabili.
Gli eredi di Mandela non hanno fallito solo sul piano interno ma anche su quello internazionale. Il Sudafrica poteva diventare la potenza continentale, la bandiera di un’Africa che chiede giustizia, che chiede investimenti corretti, che portino vantaggi sia a chi li fa che a chi offre la possibilità di farli. Invece, il Sudafrica è una potenza che chiede alle proprie multinazionali di investire come hanno fatto quelle delle vecchie potenze coloniali e come fanno oggi quelle delle potenze emergenti (Cina, Russia, India, ecc.). Le imprese sudafricane in Africa non sono diverse per aggressività, cinismo, capacità di penetrazione e di influenza politica su governi sovrani.
Insomma, l’irascibile, caratteriale, ipertiroideo Tabo Mbeki, che fu il primo presidente del dopo-Mandela, e l’impresentabile Jacob Zuma di oggi hanno pesanti responsabilità per il massacro di Marikana. Non solo, ce le hanno anche per ciò che è avvenuto dopo. Jacob Zuma è stato capace solo di proclamare una settimana di lutto nazionale. Non ha evitato che la LonMin minacciasse di licenziamento i tremila lavoratori che, dopo il massacro, anche per rispetto ai caduti, rifiutavano di rientrare al lavoro senza prima aver ottenuto, almeno parzialmente, gli obiettivi per i quali stavano lottando.
Insomma, questa tragica vicenda ha mostrato che il Sudafrica di oggi non è quella nazione arcobaleno sognata da Mandela, ma un’aggressiva potenza continentale che si muove unicamente su logiche liberistiche portate avanti da una classe politica nera che aveva tutt’altro mandato.

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