CULTURA

Onori e stellette?

A rendere omaggio ai militari della missione Usaf in Afghanistan anche le scuole. A onorare i “figli migliori della patria”. Con tanto di benedizione dell’Unicef.
Luca Kocci (Adista)

Bambini delle scuole elementari, alunni delle scuole medie e studenti degli istituti superiori, tutti in piazza, a Caserta, a salutare e a rendere omaggio ai 2.200 bersaglieri della Brigata Garibaldi – di stanza nel capoluogo campano – rientrati in Italia dopo quasi sei mesi di missione “di pace” (dal 31 marzo al 14 settembre) in Afghanistan, condotta sotto le insegne dell’International security assistance force (Isaf), la missione militare avviata nel dicembre 2001 – all’indomani della guerra degli Usa in Afghanistan per “vendicare” gli attentati alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001 – su mandato del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e poi affidata alla Nato.

Bambini e alzabandiera
Due giorni di festeggiamenti, il 27 e 28 settembre scorsi, a cui hanno preso parte le autorità militari – fra cui il capo di Stato maggiore dell’esercito Claudio Graziano – civili – il sottosegretario alla Difesa Gianluigi Magri e il sindaco di Caserta Pio Del Gaudio – e religiose, il vescovo della città, monsignor Pietro Farina, successore di monsignor Raffaele Nogaro, il quale, invece, sulle cosiddette missioni militari di pace, e in particolare su quella in Afganistan, ha usato sempre parole di netta condanna, attirandosi anche le ire del presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga che aveva chiesto al Papa di deporlo.
La partecipazione degli alunni e degli studenti delle scuole agli onori per i “figli migliori della Patria” è stata salutata con grande entusiasmo ed enfasi dal sindaco di Caserta Del Gaudio (Udc): “Il rapporto di Caserta con la Brigata Garibaldi – ha voluto spiegare – è ultradecennale e si rafforza sempre di più. È bello che siano bambini e soldati a suggellare ancora una volta questa intesa nel segno di valori, come l’appartenenza e l’identità nazionale, che sono alla base del nostro vivere civile”. Ai ragazzi e alle ragazze è toccato prendere parte alla cerimonia dell’alzabandiera in piazza IV novembre, dove c’è il mastodontico monumento ai caduti in inconfondibile stile trionfale fascista, e poi marciare in corteo fino a piazza Carlo III, all’ingresso della Reggia, dove hanno potuto ascoltare le parole del comandante della Garibaldi, Luigi Chiapperini: “I nostri soldati, con il loro insuperabile impegno, hanno dato lustro alla nostra grande Nazione, dimostrando che il soldato italiano non è secondo a nessuno”.
Quello fra militari e studenti casertani, come peraltro sottolineato dal sindaco, è un legame di vecchia data. E che può contare anche su un precedente che fece da apripista per portare direttamente nelle scuole gli ufficiali delle Forze Armate a reclutare adolescenti per l’esercito professionale, trasferendoli dalle aule scolastiche alle caserme. Nel dicembre del 2004 proprio a Caserta venne, infatti, sottoscritto un Protocollo d’intesa fra la Provincia e il Distretto militare della città per realizzare negli istituti superiori una serie di iniziative “finalizzate alla promozione e alla divulgazione delle opportunità occupazionali previste dalla Legge n. 226 del 23 agosto 2004”, ovvero il provvedimento che anticipò al primo gennaio 2005 la sospensione della leva obbligatoria e, contestualmente, istituì i “Volontari in ferma prefissata” (Vfp) per uno o quattro anni nell’Esercito, nella Marina e nell’Aeronautica. Prese il via così una serie di incontri nelle classi terminali delle scuole superiori, tenuti dai militari, che fece schizzare la Campania e Caserta in cima alla classifica delle adesioni ai primi bandi per il Vfp, con un numero di reclutati pari a quello registrato nell’intera Italia settentrionale. E non a caso Caserta era, e resta, una delle province con il più alto tasso di disoccupazione, pari a più del doppio della media nazionale. E in queste condizioni, l’arruolamento viene considerato come una delle poche opportunità – se non l’unica – per tentare di sfuggire alla disoccupazione o al precariato. Gli Usa, dove i recruiters dell’Us Army battono le scuole dei ghetti e vanno a stanare gli studenti universitari in difficoltà economiche, insegnano.

Soldati in classe
Dopo Caserta arrivarono tutte le altre province e regioni, da sud a nord, e oggi la prassi di accogliere e invitare i soldati nelle classi per presentare agli studenti le opportunità lavorative nelle Forze armate, condite dall’esaltazione dei militari al servizio della pace, dei diritti e della democrazia, è diventata la normalità pressoché in tutte le scuole. “Il Vfp1 (Volontario in ferma prefissata per 1 anno, n.d.r.) è un giovane motivato e dinamico, con un forte senso di responsabilità, in grado di mettersi in gioco per valorizzare le proprie doti caratteriali e accrescere la propria preparazione, pronto ad operare anche in contesti internazionali”, si legge nel libretto informativo dell’Esercito italiano che verrà distribuito anche quest’anno nelle scuole dove i militari avranno accesso. E per non puntare solo sulle motivazioni ideali, ma per solleticare quelle più materiali, viene precisato: “Prenderai uno stipendio base iniziale di 800 euro, che ti garantirà l’immediata indipendenza economica, oltre al vitto e alloggio gratuiti nella tua sede di servizio”.
Ma a Caserta, in prima fila ad appaludire i bersaglieri della Garibaldi, c’era anche l’Unicef, l’agenzia delle Nazioni Unite che dovrebbe occuparsi dei diritti dell’infanzia, con la vicepresidente nazionale Margherita Dini Ciacci e la presidente provinciale di Caserta Emilia Narciso. Una partecipazione che ha stupito Antonio Lombardi, coordinatore di Pax Christi Napoli, che all’Unicef ha scritto una lettera aperta. “Non voglio spendere molte parole su questo episodio, che rappresenta solo l’ennesima scelta che contribuisce a comporre il disastro pedagogico che attraversa la società italiana, in particolare la scuola, che anche a Caserta manda gli alunni a battere le mani”, scrive Lombardi. “Ai giovani e giovanissimi, anziché insegnare l’arte della pace e additare modelli di comportamento nonviolenti, sviluppando un senso critico verso la guerra, le armi, le strutture che delle armi e della guerra hanno fatto il proprio affare (le industrie belliche) e il proprio lavoro (le Forze Armate), si continua a spacciare la favola perniciosa del soldato che porta la pace. Che caduta culturale e che vergogna! Persino l’Unicef si orienta a celebrare l’orgia di sangue e soldi chiamata guerra, dimenticando che proprio i bambini sono i più esposti a diventarne vittime. Perché non invitate i familiari dei bambini uccisi in Afganistan? Perché non chiamate a ‘festeggiare’ i bambini-soldato della Sierra Leone, del Congo, della Liberia, dell’Angola, del Sudan? Avrei apprezzato un vostro comunicato critico e di presa di distanze dai festeggiamenti, in nome di tutti i bambini del mondo: perché la guerra è sempre tetramente uguale a se stessa e i corpi dei bambini giacciono riversi sul terreno anche se la chiamano ‘missione di pace’. Ma tant’è, dobbiamo annoverare anche l’Unicef tra quelli che esaltano il mondo militare, che con la pace per l’infanzia non ha nulla a che spartire”.

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