La forza dell’amore – La tenerezza dei popoli

7 dicembre 2012 - Albino Bizzotto

Sarajevo 1992 –2012: Vent’anni.
Storia di un trauma aperto da una guerra con l’odiosa connotazione etnica, collegata all’identità religiosa. E a Sarajevo: guerra con assedio.
Storici, giornalisti, scrittori, fotografi, registi hanno dato ampio conto della peculiarità e della crudeltà di quella guerra, dei ritardi e delle ipocrisie della Comunità internazionale.
Sarajevo rimane il cuore e il simbolo della realtà bosniaca. Tornare è sempre un’emozione.
Le conseguenze della guerra e il permanere della logica di guerra sono ben visibili. A Sarajevo ancora si ritrovano geograficamente concentrati i problemi irrisolti, la fatica di molti per la sopravvivenza, la mancanza di prospettive per il futuro, la spaccatura tra la realtà della popolazione e la classe politica corrotta; soprattutto una memoria difficile, divisa su quanto avvenuto, dove nessuno può esprimere la propria verità senza offendere altri. I più giovani non vogliono che nemmeno venga ricordata la guerra; per gli adulti rimane anche una memoria ingombrante.
Anche per noi la realtà di quella guerra comporta una memoria divisa e una narrazione molto diversificata.
La pace di Dayton è stata implementata solo sulla cessazione dello scontro armato, non sugli altri punti qualificanti. Di fatto è continuato il processo di radicalizzazione della divisione etnica, disattendendo al ritorno dei profughi alle case di loro proprietà, marcando il territorio con i simboli religiosi e civili. La Bosnia dovrebbe risultare un unico Stato; di fatto si configura con due realtà governative autonome e separate con ordinamenti legislativi e giudiziari diversi. Il sistema di potere è farraginoso invasivo, con una pletora di istituzioni di governo locale con burocrazie clientelari ingessate.
Sarajevo 1992 –2012: vent’anni, Sarajevo per molti di noi non è solo guerra di Bosnia. Proprio a causa della guerra e dentro l’assedio è la città testimone della forza dell’amore e della tenerezza dei popoli.
E’ la storia della resistenza della popolazione per mantenere la convivenza, nella condivisione dell’aiuto reciproco per la sopravvivenza, senza cedere alle logiche etniche. E’ l’opera delle organizzazioni caritative delle diverse entità religiose con tutta la popolazione circostante; il funzionamento degli ospedali pur con le strutture colpite, il quotidiano Oslobodenje che esce regolarmente ogni giorno grazie ai giornalisti accampati di settimana in settimana nel sotterraneo dell’edificio bombardato, l’attività coraggiosa e rischiosa di singole persone per il servizio a tutti.
Sarajevo è il terminal di una mobilitazione senza precedenti della società civile internazionale, di quella italiana in particolare.
Impossibile non far emergere dal cuore la memoria di quel primo viaggio in 500, proprio in questi giorni di dicembre, organizzato attorno alla giornata mondiale dei diritti umani. Don Tonino Bello ne è stato l’interprete più carismatico.
E’ stata l’esperienza che ha aperto storicamente la pratica della nonviolenza a tutti senza particolari competenze, anche nelle situazioni ritenute impossibili e negli spazi proibiti, come il territorio di guerra. Da quel momento, superato il senso di impotenza, è stato un fiorire di iniziative personali e collettive per creare coscienza nella società, per coinvolgere gli enti locali nella pressione politica e nell’accoglienza. Sono state attivate nuove forme di interposizione nonviolenta per fermare la guerra e per stabilire solidarietà diretta a fianco di chi si è trovato costretto per anni in balìa di una condizione crudele non voluta. I volontari a Sarajevo sono rimasti in Città anche nei momenti più rischiosi, quando tutti gli stranieri erano invitati a uscire. Assieme a piccoli servizi essenziali, si è garantito un servizio postale che mantenesse il filo della vita con i familiari e gli amici sparsi nel mondo e che rompesse quell’isolamento e quell’abbandono in cui tutti pensavano di trovarsi.
Si sono sperimentate nuove forme di organizzazione di democrazia diretta con il metodo del consenso fondato sulla fiducia reciproca.
Si è imparato a percorrere tutte le strade, sia materiali delle zone del conflitto armato, che istituzionali della diplomazia popolare stabilendo rapporti con i comandi militari, con il Governo italiano, il Vaticano e con l’ONU di Ginevra.
L’interposizione nonviolenta e la diplomazia popolare diventano strumenti della società civile per portare solidarietà e sostegno alle popolazioni sofferenti dentro al territorio di guerra e per sperimentare nuovi rapporti con le Nazioni Unite e con la Comunità internazionale per fermare la guerra e avviare processi di pace. Questa storia ci ha profondamente cambiato tutti.
Qualcuno di noi ha trovato la direzione e il senso complessivo della vita. Le strade della Bosnia, Sarajevo in special modo, hanno conosciuto, nonostante la guerra, il cammino coraggioso di tanti volontari, l’amore e la tenerezza dei popoli.
Di tutto questo, a vent’anni della cosiddetta Marcia dei 500: “Solidarietà di pace a Sarajevo”, non esiste narrazione storica, né valutazione politica. Esiste solo memoria frammentata delle persone e dei gruppi direttamente coinvolti.
Non torniamo a Sarajevo come “reduci”, né come protagonisti nostalgici. Torniamo perché vogliamo iniziare la narrazione di questa storia.
Bisognerà pur provare con i fatti che la guerra complica, non risolve i conflitti e che solo la pratica della nonviolenza è capace, anche dentro all’inferno dell’assedio, mantenere in vita, dare fiducia all’umanità che è in tutti e aprire la speranza di futuro.
Ancor oggi il mantenimento della logica di guerra blocca la possibilità di democrazia e di futuro in Bosnia.
Stiamo sperimentando una crisi che è più stabile e profonda del previsto. Tutti per la nostra parte siamo in difficoltà.
Anche oggi, come allora, solo la convivenza nell’accoglienza reciproca e nel riconoscimento dei diritti comuni, solo le strade della nonviolenza e della tenerezza dei popoli apriranno prospettive di vita, di pace e possibilità di futuro per tutti.
Per questo siamo convinti sia giusto e doveroso collegare e fare memoria di quanto abbiamo vissuto, perché questo e non la guerra ci fa incontrare con gioia e riconoscenza reciproca e dà ancora fiducia per camminare insieme.

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