TESTIMONI

Lanza Del Vasto

Passo passo con un discepolo di Gandhi, testimone nonviolento, consapevole che la pace è possibile e che uno stile di vita comunitario può essere una strada non solo percorribile, ma risolutoria di molti dei problemi attuali.
Antonino Drago

Pax Christi Italia ha pubblicato un sostanzioso opuscolo, Peace Pieces, che raccoglie testi vari sulla pace e su coloro che hanno speso la vita per essa. Anche grazie all’impronta che ha lasciato don Tonino Bello, l’opuscolo presenta la pace non come una semplice aggiunta ai vari impegni di un cristiano, ma come suo primo obiettivo: si è cristiani in quanto si cerca e si attua la pace per quel che si può e si riesce; la croce, simbolo del cristiano, è la via di fede per portare la pace.
Alla fine del Concilio ebbi la fortuna di conoscere Lanza del Vasto e poi di approfondire la sua spiritualità cattolica nonviolenta, della quale anche don Tonino mi chiedeva, quando ci incontravamo.
Lanza Del Vasto (1901-1981) è stato l’unico discepolo occidentale di Gandhi; e lo è stato da cattolico, tanto che, girando l’India a piedi, portava sempre la croce sul petto.
Nel 1936 egli sentì che una nuova guerra mondiale si stava avvicinando e nessuno aveva una risposta al perché gli uomini, sistematicamente, ricascano nell’infliggersi da soli un flagello (perché non è certamente Dio che vuole le guerre). Solo un uomo poteva avere la risposta: Gandhi. Perciò andò in India e là trovò questa risposta: occorre ristrutturare la società come società di pace, così come allora dimostrava Gandhi che viveva in comunità con una regola nonviolenta.
Dopo l’incontro con Gandhi (1937-38), la sua vita è stata spesa per la missione ricevuta: fondare comunità gandhiane in Occidente; cioè comunità di vita interreligiosa che subito esprimessero quel mondo nuovo che la pace dovrebbe realizzare, cioè l’approssimazione, per quel che si può e si riesce, di quel Regno di Dio che vorremmo si realizzasse su tutta la Terra. Infatti, perché mai Gesù, pur avendo l’enorme missione dell’annuncio e della testimonianza, avrebbe fatto comunità con dodici e più persone?
La regola della sua comunità ha introdotto il voto della corresponsabilità; questo è l’atteggiamento tipico di Cristo (che, Figlio di Dio, si è fatto corresponsabile del peccato strutturale dell’umanità) e dei suoi seguaci, detti appunto cristiani (don Milani l’aveva riproposto con la frase: “I care”=ne sono responsabile). A questo voto si associa naturalmente quello della nonviolenza (a quando un altro Ordine religioso cattolico che si basi sul voto della Pace, se non della nonviolenza?).
Il primo compito della comunità è il lavoro di autosussistenza, in modo da soddisfare al minimo dei comandamenti, tanto piccolo che (come diceva Tolstoj) i civilizzati del mondo moderno hanno dimenticato: “Lavorerai con il sudore della tua fronte…”; così da compiere il lavoro base di ogni uomo, quello del pane e così rompere la catena degli sfruttamenti reciproci. Ma questa autosussistenza è anche spirituale, per cui il primo voto del lavoro è anche quello del lavoro quotidiano su se stessi. Infine, è il lavoro della Festa; perché “Lavorare vi unisce, ma la Festa vi unisce ancora di più”; perché la Festa è la celebrazione dell’Unità. E lui, poeta, drammaturgo, musico e scultore, ha saputo ben fare festa. Egli ha introdotto la nonviolenza nei rapporti tra le religioni; ma senza confonderla con gli orientalismi o con una mistura di tutte le religioni; cioè, non come nuova religione, ma come la base di tutte le grandi religioni.
Poiché la pace è stata intesa anche attraverso un conflitto, la Comunità dell’Arca è stata la prima in Europa a combattere le bombe nucleari, si è battuto nonviolentemente contro la guerra in Algeria, ha manifestato per ottenere la legge sulla obiezione di coscienza, e via via, fino all’ultima lotta con José Bové contro gli OGM in Francia. Anche in Italia ci sono state due comunità per qualche tempo (1980-1995); esse hanno compiuto molte battaglie: dall’antinucleare alla lotta, assieme a don Tonino, contro gli F-16; e così anche i suoi seguaci italiani (ad es., a Genova 2001).

Voto di nonviolenza
Così egli è stato tra i primissimi a introdurre la nonviolenza in Europa. Ma l’impegno di base tra la gente comune non gli ha fatto tralasciare di testimoniarla davanti alla struttura ecclesiale cattolica. È stato sempre fedele alla Chiesa, tanto che, nel timore di poter fuoriuscire dalla verità, si è rivolto a un domenicano affinché seguisse il suo insegnamento. Era amico del card. Daniélou. Il suo commento al Vangelo (1953) è uscito con l’imprimatur. È stato ricevuto in udienza da papa Giovanni Paolo II.
All’annuncio del Concilio, subito si è reso conto della sua grande novità. Prima ha mobilitato i gruppi dei suoi seguaci in Francia per prepararsi alla novità e per farlo con opportune iniziative. Durante la prima sessione, ha digiunato ben 40 giorni a sola acqua per chiedere al papa Giovanni XXIII quattro punti sulla pace; di essi tre sono stati accolti dalla Pacem in Terris: obbedienza sì, ma anche obiezione di coscienza; condanna della corsa agli armamenti; la pace legata alla giustizia. Alla fine del digiuno l’enciclica fu consegnata nelle mani della moglie, proprio alla vigilia della pubblicazione. Nella terza sessione del Concilio (ottobre 1965) ha organizzato un digiuno internazionale di 20 donne (tra le quali la statunitense Dorothy Day, fondatrice dal movimento Catholic Worker) per 10 giorni a sola acqua, affinché i Padri conciliari si pronunciassero a favore della nonviolenza. Per intermediazione del Padre Gauthier, l’ultimo giorno del digiuno trovarono un vescovo (quello di Verdun, città martire da un milione di morti per le guerre franco-tedesche) che si fece carico di trasmettere il loro messaggio al Concilio (se ne può trovare la registrazione nei resoconti conciliari). La frase suggerita da loro è stata inserita nel n. 78 della Gaudium et Spes.
Lanza del Vasto è stato discepolo di Gandhi anche e soprattutto nel portare avanti la riflessione sulla pace e la nonviolenza. Ha suggerito una lettura del Vangelo basata sulla conversione; lettura così profonda, che a lungo è rimasta ineguagliata. Ma soprattutto ha saputo vedere sinteticamente la Bibbia attraverso tre momenti cruciali: il peccato originale in Genesi 3, in Apocalisse 13 la sua crescita nei rapporti sociali come peccato strutturale (concetto che solo trent’anni dopo la enciclica Sollicitudo Rei socialis ha incominciato a indicare, ma che purtroppo è rimasto poco studiato dai teologi); e infine la conversione da questo Male, sia personale che sociale strutturale; essa è indicata dalle Beatitudini.
Il concetto di conversione anche strutturale fonda la nonviolenza nella teologia cristiana, ma la fonda anche in ogni altra religione che abbia dei testi sacri che invitino alla conversione dai mali dentro l’uomo e nella struttura (ad es. la religione indù).
Lanza del Vasto ha così risposto a una domanda basilare: perché la pace non arriva spontaneamente?
Come costruire una società che rifugga dai peccati strutturali? Lanza del Vasto introduce il concetto di quattro sovranità che poi Galtung ha precisato come quattro modelli di sviluppo. All’interno di una pluralità di modelli, i nonviolenti scelgono il modello di sviluppo della vita comunitaria; tipica delle dodici tribù d’Israele, descritta dagli Atti degli Apostoli e che Gandhi chiamava la civiltà della comunità-villaggio.

I peccati strutturali
In Occidente il peccato strutturale al massimo grado è quello delle strutture sociali della scienza e tecnica. Qui c’è una grande profezia di Lanza del Vasto. Il Concilio, dopo vari secoli di chiusura alla modernità e alle sue espressioni più precise, scienza e tecnologia, le ha accettate acriticamente senza discuterle. Lanza del Vasto ha sottolineato (prima di lui, Tolstoj e Gandhi) che la pace e la nonviolenza sono possibili solo se si raggiunge un atteggiamento sapienziale su di esse, tanto da sapersene emancipare (I. Illich) e, se necessario, separarsene e combatterle (ad es., la corsa agli armamenti, le centrali nucleari e la economia finanziaria).
Da almeno cinquant’anni Lanza del Vasto ha dimostrato, nonostante tutti i sospetti di orientalismo e di fuga dalla realtà spirituale e sociale, che la pace e la nonviolenza sono ben compatibili con il cristianesimo cattolico; anzi, si può riformare positivamente il cristianesimo cattolico ancor più di quanto è avvenuto nel Concilio, anche ai più alti livelli teologici. Questa riforma ancora ha da dire importanti novità, da realizzare al più presto davanti ai peccati strutturali che sempre più soffocano il mondo.
Benché ancora vari cattolici si distanzino in svariati modi da pace e nonviolenza, già don Tonino Bello aveva compreso pienamente questa riforma; e l’ha saputa comunicare con la sua semplice predicazione poetica e soprattutto portando, con la marcia dei 500 a Sarajevo, l’augurio di Pace, Forza e Gioia a una popolazione martoriata da una guerra.

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