Alienum a ratione

La condanna della guerra nei documenti magisteriali.
E il sostegno all’obiezione di coscienza.
Intervista a mons. Luigi Bettazzi.
10 dicembre 2012 - Intervista a cura di Renato Sacco

È sicuramente uno dei protagonisti della storia della Chiesa italiana degli ultimi decenni, ma è stato anche in prima fila nel movimento che ha portato, tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta, al riconoscimento legale dell’obiezione di coscienza al servizio militare. Mons. Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, in qualità di presidente di Pax Christi Italia, si è ritrovato a “lottare” per il riconoscimento di un diritto a favore dei giovani non solo sul piano giuridico, ma anche culturale ed ecclesiale. Insomma, un testimone prezioso da ascoltare per capire che cosa successe quarant’anni fa.
50 anni fa il Vaticano II, nella Gaudium et spes, si limitò a un generico plauso nei confronti degli obiettori, senza una vera e propria presa di posizione più coraggiosa. Era il massimo che si poteva avere?
Al Concilio v’era chi sollecitava una condanna radicale della guerra in nome del Vangelo, mentre papa Giovanni XXIII l’aveva fatta nell’Enciclica Pacem in terris in nome della ragione (“con i mezzi di distruzione oggi in uso e con le possibilità di incontro e di dialogo, ritenere che la guerra possa portare alla giustizia e alla pace è fuori dalla ragione – alienum a ratione”). L’America era allora in guerra in Vietnam e i vescovi americani chiedevano di “non pugnalare alle spalle i loro giovani che in Estremo Oriente stavano difendendo la civiltà cristiana!”.
In quell’atmosfera fu un buon inizio quello di chiedere che gli obiettori di coscienza venissero trattati umanamente dalle autorità. Dopo due anni (1967), Paolo VI affermerà che questa obiezione di coscienza è cosa buona e il Sinodo dei vescovi del 1971 dichiarerà che è corrispondente al Vangelo.

Pax Christi si impegnò molto a favore degli obiettori in carcere e per il riconoscimento legale. Che cosa ricorda, in particolare?
Il Consiglio Nazionale di Pax Christi, appena costituito nel 1968, decise di fare una Marcia della pace nella notte di Capodanno, ispirandosi alla Giornata mondiale della pace indetta da Paolo VI nel primo gennaio di quell’anno; si scelse per il primo anno di partire da Sotto il Monte, il paese natale di papa Giovanni, dal cortile della cascina della sua famiglia (dove ci arringò padre Turoldo), percorrendo, poi, a piedi i più di venti chilometri che separano da Bergamo. Alle porte della città si unì un folto gruppo di simpatizzanti e si giunse al Seminario, dove il vescovo locale celebrò la Messa di mezzanotte. L’anno seguente (31 dicembre 1969) si fece la marcia in Veneto, finendola, intorno alla mezzanotte, nella piazza davanti al carcere di Peschiera, dove erano rinchiusi gli obiettori di coscienza, allora condannati per questa colpa. L’anno seguente si andò a Condove, all’inizio della Val Susa, dove gli operai di una fabbrica avevano fatto obiezione di coscienza alla costruzione di carri armati, ottenendo in cambio di costruire autocarri. E l’anno successivo si andò in Abruzzo, a Filetto presso l’Aquila, dove un ufficiale tedesco (poi divenuto…vescovo) aveva fatto uccidere tredici partigiani per salvare il paese dall’incendio distruttivo imposto da Berlino.
Quando nel 1972, sotto il governo Andreotti, il parlamento approvò il riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare, nell’incertezza seguita all’inaspettato riconoscimento, Pax Christi offrì una delle tre organizzazioni per preparare gli obiettori (le altre due furono la Comunità di Capodarco di Roma e l’Ospedale psichiatrico di Basaglia a Trieste) aprendo per due anni il corso per aspiranti obiettori nella Casa dell’Ospitalità di Ivrea (e si trattava per gran parte di obiettori radicali).
Nel mondo cattolico si trattava di un atteggiamento discusso. Quando partecipai, come presidente di Pax Christi, a una riunione a Roma (nel salone di una comunità protestante!) per l’istituzione della LOC (Lega Obiettori di Coscienza), mi trovai a parlare dopo il sen. Parri, del Partito d’azione (poi rifluito nei Repubblicani), e prima di una donna comunista dell’UDI (Unione Donne Italiane) ed ero guardato come un… marziano!
Come si è evoluto l’atteggiamento della Chiesa italiana verso l’obiezione di coscienza?
I Salesiani si resero conto che l’obiezione di coscienza poteva offrire l’opportunità del servizio civile anche nei loro oratori, e questo indusse poi la Caritas nazionale ad aprire le porte agli obiettori, divenendo, in seguito, la più grande organizzazione che li utilizzava. Comunque, posto che si utilizzavano gli obiettori al servizio militare, si doveva valorizzare la loro ispirazione originaria, sollecitando quindi la riflessione anche sui problemi della militarizzazione e sull’ideale della nonviolenza attiva.

Oggi non c’è più la leva obbligatoria: a che cosa si deve obiettare?
Oggi si deve continuare a far riflettere sulla mentalità della via militare come soluzione dei problemi e questo è anche in linea con la Costituzione italiana che, all’articolo 11, “ripudia la guerra” come mezzo per risolvere le crisi internazionali. E dovremmo incoraggiare la proposta di un anno di “servizio civile” che metta per un anno tutti i giovani – uomini e donne – al servizio dei settori più deboli e più indifesi della società.

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