Se la patria è oltre confine

Il servizio civile all’estero, in zone di conflitto, ieri e oggi. Dalla marcia a Sarajevo ai caschi bianchi.
Giovanni Grandi e Nicola Lapenta (Associazione “Comunità Papa Giovanni XXIII”)

Una delle pagine più significative della storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare di questi quarant’anni è, senz’altro, quella del servizio civile all’estero che, come altri aspetti di questa storia, è dovuto passare attraverso lotte, tribunali, difficoltà e resistenze burocratiche prima di affermarsi e ottenere un riconoscimento ufficiale.

Ex Jugoslavia
La storia italiana dei cosiddetti “caschi bianchi” nasce, in maniera strutturata, durante la guerra nella ex-Jugoslavia, a partire dal 25 giugno 1991 (giorno in cui Slovenia e Croazia inaugurano la dissoluzione della Repubblica Socialista Federale), quando una vasta parte del volontariato e del mondo pacifista cominciò a interrogarsi su come la società civile potesse rispondere costruttivamente a quel conflitto esploso alle porte di casa.
Nell’ambito di quel dibattito, alcuni obiettori di coscienza al servizio militare decisero di recarsi in Bosnia e Croazia disobbedendo ai divieti all’espatrio imposti dagli obblighi della gestione del ministero della Difesa. La legge allora in vigore, infatti, non prevedeva la possibilità di svolgere servizio civile all’estero e, più in generale, chi era sottoposto agli obblighi di leva era soggetto a particolari restrizioni. La riforma della legge, che venne approvata agli inizi del 1992, prevedeva per la prima volta la possibilità di svolgere servizio civile in un altro Paese della Comunità europea o nei Paesi in Via di Sviluppo. Ma quella legge non venne promulgata dall’allora Capo dello Stato Cossiga e ,dunque, nulla cambiò per gli obiettori.
Nel dicembre del 1992 il Ministero negò a tre obiettori il permesso di partecipare alla marcia della pace “dei 500” a Sarajevo, promossa tra gli altri da “Beati i costruttori”. Ciononostante, i tre, compiendo un atto di disobbedienza civile, vi si recarono. Questo genere di atti si ripeterà più volte nel corso del 1993 (ad esempio con la marcia “Mir Sada-Pace adesso” di agosto) quando, complessivamente, un centinaio di obiettori si recherà nei territori della ex Jugoslavia, oltre la metà dei quali in disobbedienza civile. Proprio nel 1993 la Comunità Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi lanciò l’“Operazione Colomba”, cui partecipano anche obiettori di altri enti.

Disobbedienza civile
Si trattava ormai di una vera e propria campagna organizzata, che portava la pratica della disobbedienza civile da un livello di scelta individuale a una strategia collettiva di gruppi di obiettori di coscienza che espatriavano, auto-denunciandosi pubblicamente, sotto il nome comune di “obiettori al servizio della pace”. Il 29 maggio 1993 tra i tre italiani uccisi in un agguato a Gorni Vakuf mentre portavano aiuti umanitari alle popolazioni stremate dalla guerra, c’era anche Sergio Lana, obiettore della Caritas di Brescia.
Bisognerà aspettare il 1996 (quando ormai il conflitto armato era terminato), perché una legge (la n. 428, sulla “missione di pace” in Bosnia) apra timidamente qualche spiraglio, stabilendo che il ministero della Difesa autorizzava gli enti convenzionati a inviare nei territori della ex-Jugoslavia obiettori di coscienza che ne facessero richiesta. Ma le difficoltà burocratiche non diminuirono. Un anno dopo, la legge n. 439 del 1997 consente agli enti, dietro autorizzazione, di inviare obiettori all’estero nell’ambito di missioni ONU e di operazioni per il mantenimento della pace o umanitarie. Proprio nel settembre di quell’anno, 15 obiettori partecipano al progetto “I Care Sarajevo” recandosi per due settimane nella capitale bosniaca in disobbedienza civile.
Finalmente, con la legge di riforma del 1998, si aprirono le porte per un servizio civile oltre i confini italiani: a quanto aveva previsto la legge del 1992 mai promulgata, si aggiunse anche la possibilità per gli obiettori di partecipare a missioni umanitarie e, cosa importante, si decise la sanatoria per tutti quegli obiettori che, negli anni precedenti, si erano recati all’estero senza permesso e le cui vicende giudiziarie venivano così definitivamente concluse.

Lotte Nonviolente
Tra la fine degli anni Novanta e gli inizi del nuovo millennio si assiste alla nascita, a Falconara, nei pressi della base delle Nazioni Unite, del movimento che ancora oggi viene denominato dei “caschi bianchi”. Anche la Campagna di Obiezione fiscale alle spese militari, sin dal 1998, ha individuato nella promozione e sostegno del servizio civile all’estero degli obiettori una finalità della campagna stessa, evidenziando che il significato primo della presenza di questi in zone di conflitto è proprio quello di essere operatori di pace, nelle varie forme possibili (monitoraggio dei diritti umani, assistenza al rientro dei profughi, sostegno a gruppi locali di pace…).
Potremmo dire che proprio con queste esperienze di lotta nonviolenta nasce la figura di “casco bianco”, così come intesa ancora oggi dalle associazioni che fanno parte della “Rete Caschi Bianchi” (Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Caritas Italiana, Focsiv e Gavci) e che concretamente gestiscono e promuovono progetti di servizio civile in interventi all’estero, in aree di conflitto, non solo armato, di povertà strutturale, di emergenza umanitaria, che coinvolgono alcune centinaia di giovani ogni anno. I primi caschi bianchi sono stati obiettori di coscienza e hanno dovuto fare ricorso alla disobbedienza civile. Cosa ha spinto questi giovani a disobbedire e a partecipare alla guerra con le popolazioni colpite? Forse la vicinanza: in fondo la Jugoslavia era proprio a un passo, oltre il confine, oltre il mare. Forse il fatto che le vittime del conflitto non erano poi così diverse da noi: erano mamme, bambini, studenti, lavoratori, anziani ecc. Così questa guerra, che ha colpito in modo pesante i civili, al contempo ha permesso di sperimentare una forma di difesa che ha reso proprio i civili protagonisti attivi. La loro scelta di “disobbedire” ha rappresentato un segno di contro-cultura, un vento nuovo che smuove le coscienze della società civile e delle istituzioni. I civili dimostrano concretamente come sia possibile, e anzi auspicabile, l’intervento nonviolento in un contesto conflittuale, quale strumento prioritario per risolvere le crisi internazionali, costruire legami e ricostruire interessi comuni. Tutto questo si è mosso in una cornice internazionale molto più ampia, alimentata dalle prospettive contenute nell’Agenda per la Pace di Boutros-Boutros Ghali (1992) ma anche nel “sogno” di Alex Langer di costruire un corpo civile di pace riconosciuto a livello europeo.
Oggi i caschi bianchi sono volontari del servizio civile nazionale che svolgono il loro impegno all’estero in missioni di promozione della pace, dei diritti umani, dello sviluppo e della cooperazione fra i popoli all’interno di un progetto “madre” ideato congiuntamente dalle organizzazioni della Rete.
La legge del 2001, che ha istituito l’attuale servizio civile nazionale, ha inserito tra le finalità di questa esperienza proprio il compito di promuovere la solidarietà e la cooperazione, a livello nazionale e internazionale, con particolare riguardo alla tutela dei diritti sociali, ai servizi alla persona e all’educazione alla pace fra i popoli. Il cardine di questa legge è la caratterizzazione del servizio civile come forma di difesa della Patria con mezzi e attività non militari, da non dimenticare in questo preciso momento storico, visto che si riflette su una revisione della legge e su una riforma del suo impianto normativo.
Sono circa 500 i giovani che ogni anno partono in servizio civile all’estero, cercando di difendere la Patria in modo nonviolento. Alcuni di questi rispondono ancora al nome di caschi bianchi perché condividono un’idea precisa di servizio civile, quasi un modello, che si fonda su alcuni semplici ma importanti elementi. Si tratta anzitutto di esperienze che si realizzano in situazioni di conflitto o di violenza strutturale, che scelgono la nonviolenza come modalità e come stile di presenza, che si originano e si fondano sulla condivisione diretta della vita con chi soffre, che sono finalizzate a rimuovere le cause ingiuste che determinano le situazioni in cui i caschi bianchi operano, che si adoperano per essere voce di chi non ha voce, che, infine, rappresentano un’esperienza di formazione per gli stessi giovani che la fanno. Sono questi gli elementi che hanno condotto 6 volontari a partecipare, tra l’ottobre 2011 e l’ottobre di quest’anno, al progetto “Caschi bianchi: Oltre le vendette” in Albania, realizzato dalla Comunità Papa Giovanni XXIII in partenariato con Caritas Italiana e Focsiv, per sperimentare forme di difesa civile non armata e non violenta in contesti di conflitto. Sarà questo il futuro del servizio civile? C’è da augurarselo.

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