Obiettori in Chiesa

L’obiezione di coscienza al servizio militare e la Caritas Italiana: un’esperienza ricca e felice, che ha coinvolto numerosissimi giovani volontari, generosi e con un gran senso della solidarietà al servizio dei più deboli.
Giuseppe Pasini (già direttore della Caritas Italiana)

L’obiezione di coscienza al servizio militare, nell’ambito ecclesiale italiano, fu, per anni, anche dopo la promulgazione della legge, un tema d’interesse esclusivo di piccoli gruppi di cattolici. Si aprì all’attenzione della Chiesa italiana solo in occasione del primo grande Convegno ecclesiale, celebrato a Roma nel 1976.
Il tema generale del convegno era “Evangelizzazione e promozione umana”: un tema allora di grande attualità, ma oggettivamente molto vasto. Gli organizzatori del convegno lo suddivisero pertanto in 22 articolazioni, affidate ad altrettanti gruppi di studio. Il gruppo che affrontava il tema “Evangelizzazione e Pace” espresse l’auspicio che la Chiesa italiana proponesse ai giovani cattolici, obbligati al servizio di leva, di optare per il servizio civile sostitutivo, facendo obiezione di coscienza. Aggiunse, inoltre, l’auspicio che fosse offerta anche alle ragazze l’opportunità di un anno di servizio civile.
La proposta della sottocommissione fu ritenuta molto significativa da padre Bartolomeo Sorge, e la inserì nella relazione di sintesi finale. La proposta fu sottolineata da una lunga ovazione dei 1600 delegati del convegno, in segno evidente di approvazione.

Obiezione e Caritas
A quel punto si pose il problema di chi, nella Chiesa italiana, doveva farsi carico di attuare la proposta. Non poteva essere l’Ufficio Catechistico, molto impegnato nei nuovi strumenti di catechesi ma, per tradizione, alieno da problemi di tipo operativo. L’ufficio di Pastorale giovanile, che sarebbe stato il più idoneo a sviluppare un’iniziativa destinata ai giovani, ancora non esisteva. C’era l’Azione Cattolica, con un settore giovanile, però era un’associazione e non un organismo pastorale. A quel punto l’attenzione si concentrò sulla Caritas Italiana, di recente istituita, che disponeva di una larga rete di collegamenti territoriali e che, attraverso le Caritas diocesane, poteva raggiungere gli spazi operativi per il servizio civile. La Caritas Italiana, inoltre, era ancora in fase emergente, esprimeva una forte spinta innovatrice e godeva della stima sia della Chiesa come della società civile. La sollecitazione maggiore arrivò da mons. Gaetano Bonicelli, allora sottosegretario della CEI: più volte egli incoraggiò mons. Nervo, vice-presidente della Caritas Italiana, ad attivarsi, dicendo che si trattava di un’iniziativa importante e significativa.
Così nel 1977 mons. Nervo decise di presentare la proposta nella Presidenza Caritas per l’approvazione. L’allora presidente, mons. Guglielmo Motolese, arcivescovo di Taranto, avanzò qualche perplessità: “Ho sentito il parere dell’ammiraglio del porto di Taranto: egli dà un giudizio negativo sugli obiettori; sono ragazzi ribelli, poco rispettosi delle istituzioni quali l’esercito e quindi crescono con scarsa sottomissione all’autorità”. Ma mons. Italo Calabrò, direttore Caritas di Reggio Calabria, membro della presidenza, appoggiò con forte convinzione la proposta di mons. Nervo: “Eccellenza, lei ha sentito il parere dell’ammiraglio, ma io conosco direttamente questi giovani: sono contrari alla violenza, ma in linea con il Vangelo. Sono generosi, sinceri, hanno il senso della solidarietà e del servizio verso i più deboli; ritengo che l’iniziativa costituirebbe una preziosa opportunità per la Chiesa, per svolgere la sua missione educativa”. A quel punto, mons. Motolese, da gran signore com’era, rispose: “Se la presidenza è d’accordo sull’avvio di questa esperienza, io non mi oppongo”. A conferma della sincerità delle sue espressioni, ricordo che la Caritas diocesana di Taranto fu tra le prime ad accogliere gli obiettori di coscienza. Così, nel giro di poche settimane, fu firmata la convenzione con il ministero della Difesa e la Caritas Italiana divenne, in pochi anni, l’Ente con il numero più alto di obiettori.

In ogni diocesi
L’introduzione degli obiettori nell’ambito delle Caritas si allargò rapidamente e la convenzione ‘a regime’ si stabilizzò su 5000 obiettori all’anno. Tutte le diocesi più consistenti aderirono alla proposta della Caritas Italiana e si attrezzarono sia per l’accoglienza logistica degli obiettori (era prevista la vita comunitaria) sia per l’impegno educativo. Doveva esserci un sacerdote o un laico, nominato dal Vescovo, con il compito di curare la formazione sia sotto l’aspetto del servizio sia per l’educazione alla pace e alla nonviolenza. Era stato suggerito ai direttori diocesani di coinvolgere, nei momenti educativi, i responsabili della pastorale diocesana e possibilmente anche i Vescovi, allo scopo di diffondere progressivamente un rinnovamento culturale, in particolare per quanto riguarda gli aspetti dell’obiezione di coscienza, della nonviolenza e della pace. Il metodo risultò opportuno ed efficace.
Com’era prevedibile, la simpatia verso gli obiettori e il giudizio positivo nei loro confronti scaturivano più dal servizio che essi offrivano con zelo verso le situazioni più disparate di povertà, che dalla loro caratteristica di obiettori. Continuò a permanere negli ambiti ecclesiatici una certa diffidenza nei confronti dell’obiezione: alle orecchie abituate al rispetto delle istituzioni il termine suonava ‘contrasto,’ ostilità’, ‘opposizione’. Il servizio militare e l’istituzione ‘esercito’ non erano mai stati messi in discussione nell’ambito ecclesiale, tanto più che in tutte le strutture militari la Chiesa era presente da sempre con i cappellani militari, per la cura pastorale soprattutto dei giovani di leva. Pertanto, il massimo che si poteva attendere era che agli obiettori fosse riservata un’attenzione analoga a quella espressa nei confronti dei militari.
Molti si sono domandati, ad esempio, se la resistenza incontrata negli uffici vaticani, per ottenere un’udienza particolare per gli obiettori di coscienza, non dipendesse da questa istintiva diffidenza nei confronti dell’obiezione al servizio militare. È quanto meno strano che, nel 2003, cessata ormai l’esperienza degli obiettori, la richiesta di un’udienza ai giovani e alle ragazze in servizio civile nazionale sia stata rapidamente accolta, pur essendo partita non da un organismo ecclesiale, com’era la Caritas, ma da un membro del Governo in carica, che aveva la delega per il nuovo servizio civile.
Volontari
Nell’arco dei 27 anni in cui sviluppò l’esperienza del servizio civile degli obiettori, si calcola che, tra quelli entrati nella convenzione Caritas e quelli impiegati in altri enti cattolici, oltre 100.000 giovani abbiano fatto un‘esperienza ecclesiale “atipica” rispetto al passato. Un’esperienza di vita, nella quale la dimensione educativa era realizzata attraverso il servizio ai poveri e agli emarginati in Italia, o negli ultimissimi anni attraverso presenze di pacificazione all’estero, nelle zone di conflitto. Non è facile fare un bilancio di cosa il servizio degli obiettori abbia prodotto di positivo nei giovani e nell’ambito della pastorale.
Nei giovani è maturato un senso di maggiore appartenenza e di maggiore responsabilità nei confronti della società civile e delle sue istituzioni. Ne è prova il fatto che una percentuale significativa di ex obiettori ha continuato a impegnarsi nel volontariato, come pure nelle amministrazioni locali, in qualità di consiglieri comunali, assessori e sindaci. Qualcuno è stato eletto anche in Parlamento.
Nella Chiesa è cresciuta l’attenzione ai problemi della pace e una nuova coscienza critica di fronte alla partecipazione di militari italiani nelle cosiddette ”missioni di pace”. Ci si interroga più facilmente se tale presenza sia opportuna ed efficace.
Si è assistito, infine, a un fenomeno di ringiovanimento delle Caritas diocesane e degli altri uffici pastorali: molti dei giovani obiettori sono stati assunti nei servizi promossi dalle Chiese locali e sono divenuti perfino direttori di Caritas diocesane.
A quarant’anni dall’inizio di questo pezzo di storia, dare un giudizio positivo di questa esperienza non è da ritenere un’esagerazione.

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