POTERE DEI SEGNI

Sarajevo, vent’anni fa

Faceva freddo. La città era assediata. E in 500, disarmati e coraggiosi, entrarono tra i fuochi e le paure. Tra loro v’era anche don Tonino.
Era l’11 dicembre 1992.
Tonio Dell'Olio e Renato Sacco

Vent’anni fa la marcia a Sarajevo, 500 persone, dal 7 al 13 dicembre 1992, nella città assediata. Don Tonino ha voluto esserci, nonostante la malattia. Dopo tanti anni, rileggere qualche brano del suo “Diario da Sarajevo” aiuta a rivivere non solo quei momenti e quella guerra, ma illumina, stimola e inquieta le coscienze anche oggi di fronte alle guerre

Ingresso a Sarajevo
11 dicembre 1992
“Di buon mattino, sulla esilissima base di qualche assicurazione giunta ieri sera sul tardi, si decide di partire per Sarajevo. (…) Una delegazione di dieci persone, guidata da p. Cavagna e dall’on. Guidi si reca a Ilidza a parlamentare con le autorità militari serbe. Una trattativa lunghissima, estenuante. (…) Intanto la gente del posto viene sul pullman a offrirci un the caldo. Una signora serba ha visto gli autisti intirizziti dal freddo e, benché fossero tutti croati, li ha portati a casa e ha offerto un pranzo per loro. Sono entrato a salutarla: si è messa a piangere. Poi si è avvicinato un uomo e mi ha invitato a casa sua, dove si faceva un banchetto funebre. Sono entrato e mi ha detto: «Io sono serbo, mia moglie è croata; queste mie cognate sono musulmane, eppure viviamo insieme da tempo, senza problemi: ma chi la vuole questa guerra?». A vedere quella gente di estrazione etnica così diversa, seduta alla stessa mensa, ho pensato a quella definizione di pace che riporto spesso nelle mie conversazioni: convivialità delle differenze.
Si è fatto tardi. Le speranze si affievoliscono. (…) Ed ecco, all’improvviso, giunge l’autorizzazione dei serbi: entrate pure a Sarajevo (…). Da nove mesi, quando giungono le quattro pomeridiane, in città non entrano neppure le camionette dell’Unproform dell’ONU. Ma stasera c’è un’altra ONU: quella dei popoli, della base. A quest’ONU dei poveri, che scivola in silenzio nel cuore della guerra, sembra che il cielo voglia affidare un messaggio: che la pace va osata. (…)

A Sarajevo
12 dicembre 1992
Sveglia rapida. Sullo scalone della scuola, nonostante la carenza di acqua e di generi alimentari, delle ragazze ci offrono il the caldo e una focaccia. (…) Subito usciamo in città per incontrarci, divisi in quattro gruppi, con i responsabili religiosi del posto. Incredibile l’accoglienza della gente lungo le strade, dalle finestre. (…)

Ancona,
13 dicembre 1992
Poi rimango solo e sento per la prima volta una grande voglia di piangere. Tenerezza, rimorso e percezione del poco che si è potuto seminare e della lunga strada che rimane da compiere.
Attecchirà davvero la semente della nonviolenza? Sarà davvero questa la strategia di domani? È possibile cambiare il mondo col gesto semplice dei disarmati?
È davvero possibile che, quando le istituzioni non si muovono, il popolo si possa organizzare per conto suo e collocare spine nel fianco a chi gestisce il potere? Fino a quando questa cultura della nonviolenza rimarrà subalterna? (…) Ma in questa guerra allucinante chi ha veramente torto e chi ha ragione? E qual è il tasso delle nostre colpe di esportatori di armi in questa delirante barbarie che si consuma sul popolo della Bosnia?
Sono troppo stanco per rispondere stasera. Per ora mi lascio cullare da una incontenibile speranza: le cose cambieranno, se i poveri lo vogliono”.
don Tonino Bello (dal Diario della marcia di Sarajevo, dicembre 1992)

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