ARMI

Strumenti di morte

Cluster bombs: vietare gli investimenti. Se non ora, quando?
Giuseppe Schiavello (Campagna Italiana Contro le Mine)

Il recente rapporto lanciato il 14 giugno u.s “Worldwide Investments in Cluster Munitions, a shared responsibility” prodotto da IKV Pax Christi and FairFin, entrambe membri della CMC dimostra che dal 2009 le banche e altre istituzioni finanziarie di 16 Paesi hanno investito più di 43 miliardi di dollari in compagnie che producono cluster bombs. La ricerca contiene informazioni su 137 banche e istituzioni finanziarie che investono in produttori di cluster bombs. Di queste banche, 27 provengono da Paesi che sono parte della Convenzione sulle munizioni cluster, tra cui l’Italia.
Lo stesso rapporto ci svela, inoltre, che dal 2009 un numero crescente di banche stanno abbandonando gli investimenti in compagnie coinvolte nella produzione di bombe cluster migliorando l’approccio etico agli investimenti. Tra le banche italiane, Intesa San Paolo‐ Imi San Paolo ha rinnovato nel 2011 la sua policy rispetto alle armi bandite dalle convenzioni internazionali ma è ancora coinvolta in un finanziamento (bonds) alla Lockeed Martin mentre Unicredit ha dichiarato di aver escluso dalla sua branca asset gestionale Pioneer Investments compagnie coinvolte nella produzione di cluster bombs. Ma tra policy dichiarate e investimenti reali generali c’è ancora un largo margine di azione, dovuto anche ai collegamenti tra compagnie controllate dalle holding.

Coinvolgimento italiano
Le munizioni cluster sono state utilizzate dalla fine della II Guerra Mondiale in 36 Paesi. Dall’entrata in vigore della convezione (1 agosto 2010), sono tre i casi documentati di uso di munizioni cluster: nel febbraio 2011, la Thailandia ha lanciato munizioni cluster in Cambogia durante gli scontri armati al confine, nell’aprile 2011, le forze armate governative fedeli a Muammar Gheddafi hanno lanciato cluster bombs MAT-120 di produzione spagnola sulla città libica di Misurata, e nel luglio 2012 le forze armate governative siriane fedeli a Bashar al Assad hanno lanciato munizioni cluster su Jabal Shahshabu, un’area montuosa nei pressi della città centrale di Ha-ma.
La legge di ratifica italiana (L.95/2011) ha chiaramente accolto, grazie a un emendamento sostenuto dalla società civile e presentato dalla senatrice Amati, nell’articolo 7, il principio che anche il supporto finanziario alla produzione, detenzione e commercio delle munizioni a grappolo sia un comportamento da sanzionare penalmente e che, quindi, abbraccia per logica estensione il divieto di supporto finanziario ad aziende estere attualmente coinvolte nella produzione di ordigni con effetti indiscriminati.
Malgrado la legge di ratifica faccia esplicito riferimento a tale divieto, si è ritenuto più utile procedere alla promozione di una legge specifica sulla proibizione del finanziamento da parte delle istituzioni finanziarie alla produzione estera di ordigni, già banditi da una Convezione di così grande rilevanza internazionale, sottoscritta e ratificata anche dal nostro Paese.

Contraddizioni
L’Italia, dopo aver depositato lo strumento di ratifica a New York il 21 settembre 2011, si è presentata per la prima volta come Stato Parte al Meeting tenutosi a Oslo dall’11 al 14 settembre 2012, e, per l’occasione, è stata rappresentata ad alto livello politico dal sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura, il quale ha voluto sottolineare come il nostro Paese, anche a dispetto della crisi finanziaria, attraverso un fondo ad hoc (legge 58/2001) continuerà a supportare l’implementazione di progetti nelle aree contaminate da ordigni bellici inesplosi come mine e cluster bombs.
Il 25 ottobre u.s. la Siria, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite in occasione della convocazione annuale del Primo Comitato (First Committee) dedicato al disarmo e alla sicurezza internazionale – oggetto di alcune dichiarazioni di Svizzera, Regno Unito e Paesi Bassi, che condannavano l’uso delle bombe a grappolo durante il recente conflitto che attraversa il Paese – ha colto l’occasione per evidenziare l’ipocrisia di quelle disapprovazioni, affermando che proprio quegli stessi governi che condannavano l’uso delle cluster ne permettono poi il finanziamento e la produzione. Il rappresentante di Damasco ha lanciato una controffensiva, invitando i diplomatici a rileggersi quanto scritto nel rapporto intitolato Worldwide investments in Cluster munitions (investimenti globali in bombe a grappolo). Il rapporto, ha concluso la replica siriana, vale per molti tra i Paesi occidentali, inclusi Svizzera e Regno Unito, dove i maggiori istituti finanziari investono nelle fabbriche di bombe a grappolo senza essere fermati dai governi.
La necessità di una legge – che sia nella direzione di un divieto di finanziamento di realtà coinvolte nella produzione di cluster bombs in modo chiaro e incontrovertibile – era stata intuita ben prima della presentazione e conclusione dell’iter della legge di ratifica della Convenzione di Oslo. Il 26 maggio 2010, infatti, a prima firma dalla senatrice Silvana Amati, veniva presentata presso il Senato della Repubblica la legge n. 2136 (misure per contrastare il finanziamento delle imprese produttrici di mine antipersona, di munizioni e sub-munizioni a grappolo, nda). Malgrado ciò, la proposta è rimasta bloccata sino a oggi, per 2 anni e 6 mesi, senza essere calendarizzato presso la Commissione Finanze a cui era stata affidata. Certamente la crisi economica e le specificità della Commissione presieduta dal sen. Mario Baldassarri, sono da considerarsi concause determinanti nel non sentire come prioritaria questa iniziativa legislativa che si rivolge al più ampio campo dei diritti umani. Tematica che, negli ultimi anni, sembra essere stata relegata ai salotti chic, nell’esercizio di quella pratica un po’ snob che è l’indignazione individuale mai, però, proiettata in quella più utile dell’agire concreto della politica. L’indignazione di prassi non è, però, adatta alla protezione dei civili coinvolti in conflitti, per questo servono norme ineludibili e coerenti. Per questo è necessario e non più procrastinabile spingere la politica ad adottare misure trasparenti e rigorose per contrastare la diffusione di strumenti di morte come le cluster bombs e le mine antipersona, il cui utilizzo è fortemente condannato da tutta la comunità internazionale.
Il 6 settembre 2012 una legge analoga a quella presentata due anni e mezzo prima in Senato, è stata presentata presso la Camera dei Deputati dall’onorevole Federica Mogherini che ha, così, raccolto l’appello della Campagna Italiana Contro le Mine e della Fondazione Culturale Banca Etica alla necessità di proporre il tema “disinvestments” all’attenzione della Camera anche in virtù del lungo blocco tecnico utilizzato al Senato per non discuterla.
La proposta di legge, affidata alla Commissione Finanze della Camera dei Deputati, è stata presentata successivamente ai suoi componenti, in qualità di relatrice, dalla stessa on. Mogherini il 24 ottobre 2012 e ora attende di procedere senza quei ritardi che ne pregiudicherebbero almeno un prezioso primo passaggio parlamentare in questa legislatura che volge al termine. Lo stesso Consiglio del Forum per la Finanza Sostenibile che raccoglie al suo interno numerose Istituzioni finanziarie, il 21 settembre u.s., in una nota ne ha auspicato il rapido esame da parte del Parlamento.
L’attesa risulta sempre difficile da comprendere soprattutto mentre nuovi focolai di guerra lasciano presagire nuove vittime civili che non riescono ad affrancarsi da quel ruolo che li vuole, nella lenta celebrazione del ripetersi, statisticamente categorizzati come “effetti collaterali”. Tutto ciò accade mentre i diplomatici di turno in un duello di fioretto verbale costruiscono strutture a difesa delle pratiche dei loro Paesi che siano esse quelle di lanciare una bomba cluster su un centro abitato o finanziare un’azienda commercialmente soddisfatta di produrle.
Oggi più che mai sentiamo il bisogno di una risposta da parte del nostro Paese: una legge di principio, etica e coerente che vesta nuovamente le dichiarazioni di intenti dell’abito della concretezza. Una legge che dica che non ci sono settori che possono chiamarsi fuori, che non ci sono zone franche quando la posta del business è la vita degli altri.
Se non ora quando?

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