DISARMO

Ripudiamo la guerra

Dalle affermazioni costituzionali a una prassi che vorrebbe legittimare la guerra come risoluzione dei conflitti. Dalle folli spese militari alla necessità
di disarmare il nostro bilancio. E il nostro cuore.
Renato Sacco

“Finche c’è guerra c’è speranza”. Il titolo del film del 1974 con Alberto Sordi può essere ancora oggi tristemente attuale. Sia perché di guerre in corso ce ne sono molte, sia perché, ovviamente, qualcuno ne trae grossi guadagni. Se è vero che i conflitti oggi nel mondo sono poco meno di 400, è altrettanto vero che il mercato delle armi, fondamentale per tenere ‘viva’ una guerra, ne trae grossi vantaggi. E anche l’Italia continua ad essere in ottime posizioni in questa classifica di export di armi, nonostante la legge 185/90 che chiede trasparenza, anche sulle banche, e vieta la vendita di armi a Paesi in guerra o in cui vengano violati i diritti umani. Una legge restrittiva. Troppo restrittiva secondo molti, e infatti sono in atto continui tentativi di modifica per ‘allargare le maglie di questi controlli’. Per rendere più fluido il commercio delle armi.
In questo orizzonte bellico c’è una generale ripresa degli affari per l’industria armiera europea. La conferma viene da quanto scrive Giorgio Beretta su Unimondo.org: “nel 2011 sono aumentati del 18,3% gli ordinativi per esportazioni di sistemi militari che hanno superato i 37,5 miliardi di euro. Crescono soprattutto le autorizzazioni per il Medio Oriente e l’Asia, diminuiscono agli Usa. Aumentano anche le consegne di armi: ma su queste il Rapporto UE non presenta i dati perché diversi Paesi (tra cui Germania e UK) non li hanno resi noti. Per adeguarsi allo standard tedesco, il governo italiano confonde le cifre: a fronte degli oltre 2,6 miliardi di esportazioni riportate nella Relazione nazionale, il governo Monti ne ha riferito all’UE solo poco più di 1 miliardo”.
La guerra, si potrebbe dire, viene sempre più ‘disinnescata’ nella sua portata tragica, di distruzione e morte, e presentata, anche nel linguaggio, come una tra le possibilità, un’occasione di lavoro, una missione di pace, un modo per difendere ed esportare la democrazia, e così via. E dire che la nostra Costituzione all’art. 11 “ripudia la guerra”! Ma non sembra essere un punto di riferimento, sembra quasi diventare un qualche cosa di archeologico, non più attuale al giorno d’oggi. Soprattutto nell’ambiente politico dove spesso si usa si la parola “guerra” ma per parlare dell’impegno politico, della lotta partitica e non, invece, in riferimento, per es, all’Afghanistan o ai bombardamenti sulla Libia. Interessante riflettere sul linguaggio, sulle parole usate. Sono il segno di un pensiero più profondo che cerca in qualche modo di rendere la guerra un’attività abbastanza normale, con cui convivere e da cui trarre profitto. E che dire di tutto l’abbigliamento mimetico che tira sempre di più sul mercato? Dai pantaloni alle borse, dalle giacche agli slip. Anche la guerra… fa tendenza.

Quei famosi arei…
Per non dire del grande businnes economico, e della grande spesa che poi grava sui cittadini. Basti citare l’esempio degli aerei da guerra F35. L’Italia ne dovrebbe comprare 90, dal costo di quasi (per ora) 130 milioni di euro l’uno. Ma questo folle progetto è spesso valutato come “una grande opportunità economica da non lasciarsi scappare”, “un treno da non perdere”. Un vero e proprio affare. Alla faccia dell’art. 11 della Costituzione e alla faccia della crisi e dei tagli alla sanità, lavoro, scuola, pensioni, ecc. La guerra è una macchina da soldi, intoccabile.
Interessante però l’atteggiamento del Canada (non certo un Paese pacifista!) che in un primo tempo aveva definito questo aereo F35 ‘santo’. Ora: “Il Canada ha deciso di ‘resettare’ la propria partecipazione al programma del caccia JSF, mentre in Italia il ministro Di Paola ha ottenuto la riforma dello strumento militare che permetterà di continuare con il progetto. (…) Per la prima volta un Paese partecipante al progetto del cacciabombardiere F-35 Joint Strike Fighter ha deciso di fermarsi, di resettare la propria partecipazione. Si tratta del Canada che ha ufficialmente deciso di fermarsi per valutare costi e implicazioni della scelta… Il Governo canadese era da tempo messo sotto pressione sia dall’opinione pubblica che dall’opposizione per la sua adesione al programma Joint Strike Fighter, avvenuta acriticamente e senza una reale valutazione dei costi (e anzi con alcune omissioni strategiche sui dati per ottenere voto positivo in Parlamento)… La decisione del Governo di Ottawa dimostra come le voci che anche in Italia da tempo si levano contro questo aereo d’attacco, che ormai è davvero e senza dubbio il più costoso progetto militare della storia, non siano solo delle cassandre idealiste e figlie di utopia pacifista ma abbiano invece fin da subito centrato i problemi di questa situazione.

Un’inutile strage
E spesso per sostenere il grande affare della guerra si mettono in campo motivazioni etiche, morali se non addirittura teologiche e religiose. A stroncare tutto questo può bastare il ricordo delle dure condanne delle guerre da parte del magistero della Chiesa, si pensi a Benedetto XV che nel 1917, prima guerra mondiale ebbe a dire: “Questa guerra, un’inutile strage”. Al Concilio Vaticano II, con la Gaudium et Spes,. A Giovanni Paolo II con la nota affermazione: “La guerra è avventura senza ritorno”. Per non dire della Pacem in terris di Giovanni XXIII: ‘alienum est a ratione’ cioè roba da matti. E proprio perché questa grande Enciclica sulla pace compie 50 nel 2013 (è stata promulgata il 6 aprile 1963), è interessante ricordare che il suo autore, papa Giovanni, è stato indicato da qualcuno come possibile patrono dei militari, quasi a voler attenuare o addirittura spegnere la grande portata profetica di quella Enciclica e di tutto il suo magistero. Ecco cosa scrive il giovane Angelo Giuseppe Roncalli quando ritorna a casa da servizio militare: “Mi sono recato all’Infermeria presidiaria per la mia visita di congedo alla Direzione dell’Ospedale militare; e tornato a casa ho voluto staccare da me stesso, dai miei abiti tutti quei segni del servizio militare, signa servitutis meae. Con quanta gioia l’ho fatto! Hai spezzato le mie catene, Signore: a te offrirò sacrifici di lode... Adempirò i miei voti al Signore davanti a tutto il suo popolo, negli atrii della casa del Signore, in mezzo a te, Gerusalemme” (da L’Utopia di papa Giovanni, Giancarlo Zizola, Cittadella, Assisi, 1974, seconda edizione, p. 48).

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