DEMOCRAZIA

Per uscire dal tunnel

Crisi e rinascita della democrazia: quale il ruolo dei cattolici?
Roberto Mancini (Professore di Filosofia Teoretica all’Università di Macerata)

La crisi attuale, in effetti, è una trappola. Infatti, una società fondata sulla prevaricazione e sull’avidità imprigiona l’umanità e la natura. Che cosa fare allora? Alla fine del 1942, a proposito del ruolo pubblico dei cristiani, Bonhoeffer si chiedeva: “Possiamo ancora essere utili?” (Resistenza e Resa, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 1988, p. 73). Oggi noi cattolici abbiamo il dovere di riprendere questa domanda pensando al destino del nostro Paese e deponendo ogni presunzione o rivendicazione di meriti. Dobbiamo anzi cominciare da una salutare autocritica.
Attualmente nella Chiesa italiana moltissimi restano confusi e ripiegati negli spazi della vita privata, mentre altri, come Comunione e Liberazione, sono direttamente corresponsabili del disastro del ventennio berlusconiano e persistono nella stessa cecità senza dare alcun segno di pentimento. Ci sono persino alcune figure di spicco della gerarchia che dimostrano di non aver imparato niente dalla storia più recente e ancora sognano per l’Italia l’avvento di “un partito di centro che guardi a destra”.
Ci sono, poi, quelli che, come la Cisl e le Acli, senza interrogarsi sull’involuzione conservatrice che da tempo le ha colpite, presumono di portare al Paese la soluzione della crisi rifondando un centro politico cattolico che coniughi l’evocazione ideologica dei valori cristiani e la miope concretezza della politica neoliberista rappresentata dal governo Monti. Il difetto di fondo di simili prospettive viene anzitutto dall’incapacità di porre al primo posto, nella vita della società e delle sue istituzioni, la giustizia. Intendo la giustizia secondo la dignità, la fraternità e la sororità, la giustizia dei diritti e dei doveri umani, la “giustizia più grande” (Mt 5, 20) che Gesù chiede di servire e di cui i cattolici dovrebbero ricordarsi come del loro primo dovere quotidiano.
In luogo di questo orientamento, i soggetti che ho citato si ispirano a valori concepiti moralisticamente (tra i quali infatti non figurano mai la giustizia e la misericordia), all’apprezzamento per il capitalismo, come se fosse un benefattore dell’umanità, al centrismo di chi si trova ben insediato nella società esistente. Basta confezionare questi ingredienti con un appello alla “Dottrina sociale della Chiesa” e il gioco è fatto. Con ciò ci si esonera dal considerare le proprie responsabilità e dal vedere che il sistema economico e politico vigente è così iniquo che deve essere cambiato radicalmente, senza sottostare ai ricatti del Mercato e delle oligarchie che, in Italia e nel mondo, si nascondono dietro questa parola magica.

Celebrando il Concilio
D’altra parte, nella Chiesa abbiamo anche molte persone e aggregazioni di buona volontà, che denunciano l’ingiustizia e cercano strade nuove. Hanno nostalgia del Concilio Vaticano II e giustamente lo celebrano, ma sembrano a loro volta soggetti dispersi, frammentati nei loro gruppi, privi di una visione rinnovata, che sia congruente con le esigenze del presente e con il dono del futuro. Infine bisogna ricordare anche come ci siano molti altri che, spinti dalla fede ma senza innalzare vessilli o targhe di riconoscimento del loro cattolicesimo, lavorano nelle situazioni della frontiera che separa iniquità e democrazia, cercando di superare la prima e di elevare la seconda. Li troviamo nella lotta contro le mafie e per i diritti dei sacrificati dal sistema, nei movimenti per la pace e per la difesa della natura, nelle esperienze d’incontro tra le culture e tra i popoli. Proprio questo modo di tradurre la fede rappresenta, a mio avviso, una traccia essenziale per tutti noi.

La conversione
Il punto qui non sta nel dare voti a questa o a quell’area del mondo cattolico, sta nel comprendere che – fermo restando il riconoscimento del fatto che dalla Chiesa italiana sono emerse ed emergono costantemente preziose forme di impegno per il bene comune – dobbiamo giungere tutti a una coscienza complessivamente autocritica. Se siamo rimasti a guardare, bisogna ammettere che dovevamo agire. Se abbiamo agito male, favorendo la prepotenza, l’ingiustizia e l’immoralità, bisogna ammettere che dobbiamo passare per una conversione profonda del nostro modo di vivere e di operare. Se abbiamo agito nel senso del bene comune e della giustizia, bisogna ammettere che dobbiamo agire meglio e sicuramente in maniera più feconda e corale. Nessuno può trovarsi con una coscienza soddisfatta.
Se finalmente, rinunciando all’irresponsabilità, all’autolegittimazione, allo spirito settario, ci riconoscessimo corresponsabili di questa situazione e, nel contempo, sentissimo di poter contribuire al buon cambiamento perché siamo anzitutto disposti a cambiare noi, allora sì, potremmo sperare di essere utili al nostro Paese. E potremmo smettere di deludere quelli che, guardandoci, pensavano forse di poter cogliere qualcosa della trasparenza della prossimità amorevole di Dio verso tutti.
Questo risveglio sembra francamente impossibile. Eppure la Parola può riaprire i cuori chiusi, liberandoci dall’autocentramento. La luce del Vangelo può risvegliare le menti inebetite dalla mitologia della società di mercato. Lo spirito di misericordia può toccarci fino a risvegliarci dall’ipocrisia del conservatorismo e del centrismo esistenziale, quello di chi non va mai verso i margini della società per imparare dagli esclusi la verità della fraternità e della sororità. Noi, che in nome della sacralità del matrimonio giudichiamo male i divorziati senza vedere che abbiamo fatto del divorzio dal Vangelo la nostra abitudine, potremo piuttosto aprirci a sperimentare il passaggio dal giudizio alla responsabilità: la responsabilità di accogliere chiunque sia ferito dalla vita e di agire per il bene comune.

Far valere la giustizia
Non c’è visione nuova senza conversione. E se questa accade, allora quanto meno si inizia a vedere che non ci è chiesto di fare un partito in più (“un nuovo soggetto politico” come si dice di solito con espressione velleitaria, futile e narcisista), né di prendere il potere, oppure di lusingarlo per ottenere finanziamenti, esenzioni fiscali, sostegno alle scuole cattoliche e qualche legge ideologicamente gradevole. Ci è chiesto qualcosa di profondamente diverso. E cioè di far lievitare nella società dinamiche di giustizia fraterna e sororale, assumendo in ogni ambito collettivo (dentro tutti i tipi di istituzione, nei territori, nelle relazioni sociali, nel rapporto con il creato) un metodo nuovo per organizzare la convivenza. Penso al metodo della giustizia nonviolenta e restitutiva, quella che risana le contraddizioni dovute all’iniquità, che attua i diritti umani di quanti sono stati violati nella loro dignità, che riattribuisce i loro doveri umani a quanti li hanno elusi, che implica l’impegno a educare le persone in modo che possano fiorire nella loro umanità e che diventino co-soggetti della storia comune.
Questa svolta dovrà comportare, tra l’altro, l’impegno ad aiutare la società in modo che giunga a liberarsi dal mito del capitalismo globale. È urgente un’azione politica che sappia introdurre regole di giustizia nell’economia e sappia promuovere la democrazia economica, senza la quale, semplicemente, non c’è alcuna democrazia. Se molti cattolici in Italia, al di là delle loro forme particolari di appartenenza, saranno persuasi della scelta di far valere questo metodo della giustizia risanatrice, potranno contribuire a rigenerare la politica come strumento fondamentale di cura della vita comune. L’alternativa cruciale da affrontare è quella tra la politica concepita come arte della guerra per il conseguimento del potere, inteso quale fine in sé, e la politica concepita come arte della buona convivenza. Chi vuole vivere secondo il Vangelo deve scegliere la seconda via, facendo del servizio alla giustizia il metodo stesso dell’azione politica.

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