CONCILIO

La condanna della guerra

Pace e guerra nel Concilio Vaticano II. Dai documenti
del Magistero alla possibilità che ogni persona
approfondisca il tema della nonviolenza attiva
come l’unica via per una vera pace.
Luigi Bettazzi (Vescovo emerito di Ivrea, padre conciliare, già presidente internazionale di Pax Christi)

Il problema della pace e della guerra fu uno dei più presenti al Concilio Vaticano II, soprattutto nella discussione su “La Chiesa nel mondo contemporaneo” (Costituzione Gaudium et spes). Il problema della pace risulterà tra quelli più urgenti da affrontare per la Chiesa e i cristiani nel mondo d’oggi, così come lo era stato nel mondo di sempre.
La Chiesa nei primi secoli avvertiva l’incongruenza della guerra col Vangelo, tanto da aver avuto quelli che, convertendosi, ripudiavano la guerra, pronti anche a subire il martirio per diserzione (come S. Massimiliano, poi proclamato patrono degli obiettori di coscienza). I tanti soldati venerati come santi o avevano subito la morte per il rifiuto (come S. Massimiliano) o erano soldati con il compito – a loro affidato – di polizia, salvo venire martirizzati quando erano in procinto delle battaglie (anche perché in genere si facevano precedere da culti agli dêi pagani o all’imperatore divinizzato).
Ma quando, con Costantino, il cristianesimo diventò religione di Stato, allora la milizia divenne… meritoria, come partecipazione ai compiti di uno Stato “cristiano”, e quindi come estinzione dei pagani, e più tardi delle altre religioni e delle eresie. Di fronte al rischio di violenze assolute, si cominciò con S. Agostino ad ammettere solo le guerre giuste, indicando le condizioni (dalla legittima autorità, per cause proporzionate e senza violenze ingiustificate), poi, molto più tardi, viste le troppe eccezioni (come causa proporzionata poteva essere indicata anche il rifiuto di un sovrano di concedere la mano della figlia al figlio di un altro sovrano!), si giunse ad ammettere solo le guerre di difesa. V’erano stati Papi, soprattutto dopo la fine del potere temporale dei Papi, che costituiva il motivo per la legittimità di una guerra (positiva per gli alleati al Papa, negativa per gli altri), che avevano condannato la guerra (da Benedetto XV che definì la prima guerra mondiale un’”inutile strage”, a Pio XII che ammoniva, alla vigilia della seconda guerra mondiale: “Nulla è perduto con la pace, tutto può essere perduto con la guerra…”), ma solo Giovanni XXIII ebbe a dichiarare, nell’Enciclica “Pacem in terris”, che “in questo nostro tempo che si gloria per l’energia atomica, è irrazionale (“alienum a ratione”) pensare che la guerra possa ancora essere il mezzo per riparare i diritti violati”.

Pacem in terris
Sollecitati anche da questa Enciclica, che condannava la corsa agli armamenti, specie di quelli atomici che assorbono “una percentuale altissima di energie spirituali e di risorse economiche” e fanno sì che “gli esseri umani vivano sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi a ogni istante con una travolgenza inimmaginabile”, i Padri conciliari han trattato con estremo impegno il problema della pace e della guerra.
E se Giovanni XXIII, rivolgendosi a “ogni essere umano” insisteva su ragionamenti razionali, molti Padri del Concilio Vaticano II, nell’impostare la Costituzione pastorale su “La Chiesa nel mondo contemporaneo” (la Gaudium et spes), avrebbero voluto una condanna della guerra in nome del Vangelo.
Ricordo, ad esempio, il padre Gauthier con tutto il movimento per la Chiesa dei poveri, ma anche due Cardinali (Feltin, arcivescovo di Parigi, e Alfrink, arcivescovo di Utrecht, che avrei poi conosciuto come il primo e il secondo Presidente internazionale di Pax Christi). Purtroppo la guerra in corso nel Vietnam creava ostacoli (il Card. Spelman, arcivescovo di New York e ordinario militare negli USA, supplicava: “Non pugnalate alle spalle i nostri giovani che in Estremo Oriente stan difendendo la civiltà cristiana!”). Si giunse peraltro a condannare (l’unica condanna del Concilio!) la guerra “totale”, allora denominata ABC (atomica, biologica,chimica), che coinvolge le popolazioni civili: “questo Sacrosanto Concilio, facendo proprie le condanne della guerra totale, già pronunciate dai recenti Sommi Pontefici, dichiara: ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione deve essere condannato” (GS 80). Le parole sono molto chiare e forti, tanto che il nostro teologo don Chiavacci ne deduceva che un cristiano non potrebbe fare il soldato se non facendo “obiezione di coscienza”, almeno implicita, ma esplicita nel momento in cui gli venisse imposta una forma di guerra totale.

Gaudium et Spes
La Costituzione Gaudium et spes aggiunge (81): “È necessario pertanto, ancora una volta, dichiarare: la corsa agli armamenti è una delle piaghe più gravi dell’umanità e danneggia in modo intollerabile i poveri; e c’è molto da temere che, se tale corsa continuerà, produrrà un giorno tutte le stragi, delle quali va già preparando i mezzi”.
La lunga e approfondita trattazione sulla pace (la pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi al solo rendere stabile l’equilibrio delle forze contrastanti, nè è effetto di dispotica dominazione, ma essa viene con tutta esattezza definita opera della giustizia… la pace è frutto anche dell’amore”, n. 78), ha fatto maturare all’interno del popolo di Dio nuove prospettive. Il timido accenno fatto dalla Gaudium et spes all’obiezione di coscienza (“sembra conforme a equità che le leggi provvedano umanamente al caso di coloro che, per motivi di coscienza, ricusano l’uso delle armi, mentre tuttavia accettano qualche altra forma di servizio della Comunità umana”) si sviluppò poi in un incoraggiamento nei documenti pontifici successivi, ma soprattutto maturò all’interno del popolo di Dio. Pax Christi italia si unì ai movimenti per il riconoscimento legale dell’obiezione di coscienza e, quando venne riconosciuta da un decreto legge del 1972, fu una delle prime organizzazioni a offrirsi per i Corsi di addestramento, e padre Balducci e don Milani, che subirono attacchi anche giuridici per la loro rivendicazione all’obiezione di coscienza e di un intelligente antibellicismo, erano frutti del Concilio.

Populorum Progressio
Gli stessi Sommi Pontefici hanno poi sviluppato la riflessione. Paolo VI, nell’Enciclica “Populorum progressio” (1969), dirà che il nuovo nome della pace è – come dice l’intestazione – “lo sviluppo dei popoli”, e che pertanto essa va perseguita in un’azione per eliminare l’ingiustizia dello sfruttamento dei popoli o di loro settori da parte di quelli più benestanti.
Dopo vent’anni (1987), Giovanni Paolo II nell’Enciclica “Sollecitudo rei solcialis” concluderà che il nuovo nome della pace è la solidarietà, con tutte le conseguenze pratiche che se ne devono derivare, soprattutto dai cristiani. Dopo oltre quarant’anni (2009) Benedetto XVI, nell’Enciclica “Caritas in veritate”, apre al superamento delle guerre, sotto la garanzia di un’Autorità politica mondiale, “da tutti riconosciuta”, che goda “di potere effettivo per garantire a ciascuno la sicurezza, l’osservanza della giustizia, il rispetto dei diritti” (n. 67). Il discorso sulla “nonviolenza attiva”, il grande ideale del Mahatma Gandhi (che diceva di averlo appreso anche dal Vangelo, ma di non essersi mai fatto cristiano vedendo quanto poco essi lo mettono in pratica) sta ritrovando la sua caratteristica evangelica. Mons. Tonino Bello vi era giunto al vertice del suo cammino di profeta (e martire!) della pace; mentre la grande Assemblea del Consiglio ecumenico delle Chiese cristiane, tenuta nel 2011 a Kingston in Giamaica, ne ha fatto il tema della sua riflessione e del suo impegno.
Credo che questo sia il compito di ogni essere umano ragionevole: approfondire il tema della nonviolenza attiva come l’unica via per una vera pace. E tanto più dev’essere la missione di ogni cristiano, per coerenza col Vangelo e – per un cattolico – come sviluppo definitivo delle timide ma determinanti aperture del Concilio Vaticano II.

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