Parola e storia

In principio era la Parola. Che si colorava di bellezza e di bontà. Percorso biblico alla ricerca della natura sublime, divina, che è in ogni persona.
Mercedes Navarro (teologa, docente di Psicologia alla Università Pontificia di Salamanca)
Fonte: traduzione a cura di Adriana Pantaleo

In principio la Parola nominò la bellezza. Questa bellezza è tutta condensata nel termine ebreo tôb, che designa il buono e il bello; il buono in un ampio ventaglio di significati, come anche il bello. Nel buono e nel bello di questo racconto l’armonia scorre, per di più, con naturalezza, dunque in Gen 1 si genera l’ordine. Le nostre traduzioni della Genesi hanno preferito l’interpretazione etica (e Dio vide che era cosa buona) senza tenere in conto la bellezza (intesa come una idea più ampia e più profonda dell’estetica): e Dio vide che era cosa bella. La preferenza del buono sul bello non è innocente, né tanto meno priva di conseguenze. Nello stesso racconto della Gen 1-3 la scelta dell’etica, intesa come valore primo nella gerarchia dei significati e separata dalla bellezza, crea e rafforza una distanza tra le due dimensioni.

Interpretazioni
Il primo effetto negativo, all’interno del libro e del suo stesso contesto, ricade sulla donna, come si evidenzia sempre nella Genesi due capitoli più avanti. In 3,7 l’esperienza dell’attraente frutto dell’albero viene descritta dal narratore in termini e sequenze paralleli all’esperienza divina. Invece di interrogarsi sul significato o sui significati, l’interpretazione più comune stigmatizza la donna quando si invaghisce del bello e del desiderabile che percepisce in quello che vede, cioè si ignora l’interessante parallelismo di termini e sequenze che si viene a stabilire fra la percezione di Elohim e la percezione della donna. Lei, come Dio, intende e valuta positivamente ciò che ha visto. Percezione e valutazione conducono, come in Elohim, a una scelta specifica che sfocia nell’azione finale di mangiare il frutto. Questo atto, tuttavia, è stato considerato l’inizio di tutti i mali nella storia del cristianesimo. Inoltre, ha prodotto un cambiamento nell’antropologia, nel concetto di condizione umana. La cognizione divina dell’essere umano, maschio e femmina, come molto bello/buono (Gen 1,27) è stata improvvisamente interrotta a causa dell’interpretazione semplicistica, e comunque parziale, di una valutazione presumibilmente etica.
La sopravvivenza delle interpretazioni culturali (ancestrali) dei miti ostacola i cambiamenti, rendendoli troppo lenti, in modo che la molteplice e diversificata interpretazione della maggior parte degli esegeti non sembra aver cambiato troppo il nostro immaginario collettivo circa la relazione di reciprocità tra il bello e il buono. La bellezza, sfortunatamente, è stata assoggettata all’etica. In questo modo la percezione della bellezza nel mondo religioso cristiano, come peraltro avviene in altre religioni, è stata oggetto di sospetti e di controllo, soprattutto quando la bellezza è associata alle donne e al femminile. Tuttavia, è necessario ricordare come tutto è cominciato: con un’immagine del mondo e dell’umanità in cui bellezza ed etica si legano strettamente. Si tratta di un ideale, senza dubbio. Ed è anche una proposta. Ancora lì, come punto di riferimento, nei testi biblici fondativi.
Nella Bibbia ebraica troviamo alcune tradizioni legate a questa interpretazione e altre tradizioni distanti da essa. A volte la bellezza è percepita come una minaccia etica (si veda la tentazione dell’idolatria e del suo legame con il lusso, fonte di ingiuste differenze sociali, nei libri profetici); talora è associata all’inganno e alla seduzione (libri sapienziali); in altri casi, la minaccia della bellezza è collegata alla trasgressione delle regole, come i matrimoni misti (meticciato e letteratura post-esilica) in grado di diluire la propria identità etnico-religiosa.
Ma ci sono potenti testimonianze sulla forte unità di bellezza ed etica. È il caso del libro di Ruth e, più esplicitamente, il caso del Cantico dei Cantici: qui l’umano, attraverso il viavai delle emozioni, la bellezza dei corpi affidati allo sguardo dell’amato e dell’amata nel gioco dell’attrazione sessuale, rivela la bellezza e la gioia di questo incantesimo che chiamiamo innamoramento. La persona è bella fuori ed è bella dentro. Sono belli i luoghi, il cibo, le cose, il piacere, l’attesa, l’incontro, il desiderio disinibito, la carezza, la libertà e il ritmo con cui tutto viene trebbiato. Questa bellezza irradia bontà attorno a sé. La bontà sembra proteggere gli amanti e vigilare le ombre e le minacce che li circondano. Nel Cantico, la bellezza e l’amore creano un mondo umano, vivibile, intimo, personale, che, lontano dall’essere escludente, raggiunge l’altro, lo include per renderlo parte della propria felicità.
La bellezza nella Bibbia, poi, è profondamente legata alle parole, al loro contenuto e alla loro forma. La Bibbia ebraica ha costruito con il linguaggio quello che altre culture costruivano con l’iconografia e i monumenti. Sperimentiamo questa bellezza nel leggere e ascoltare molte delle narrazioni bibliche, cantici, poesie, preghiere, in una fusione di forma e contenuto. Non dimentichiamo che la maggior parte degli scritti erano destinati ad ascoltatori, non esattamente a un pubblico di lettori o lettrici. Si tratta di una bellezza che ci presenta le grandi gesta di un popolo, o l’eccellenza di un personaggio, come anche i suoi piccoli compiti quotidiani, o la sua umanità più semplice, nella quale, ancora oggi, è facile riconoscersi. Le belle parole della Bibbia mostrano il sublime nell’ordinario. E il sublime, all’occorrenza, illumina gli aspetti di una realtà che spesso non è né esemplare, né eticamente accettabile. La bellezza delle parole bibliche è la bellezza della profondità umana, quella bellezza che rivela la sua complessità, le sue ambiguità, la sua capacità per il meglio e per il peggio. Tutte queste belle parole, che tingono di bellezza l’umano globale, derivano dalla costante presenza della divinità: una caratteristica che rende questo libro dei libri il riferimento identitario di un popolo, Israele, e di molti diversi popoli giudeocristiani, oggi diffusi in tutto il mondo.

Il volto
Nei Vangeli la bellezza appare nel volto concreto di Gesù di Nazareth, riflesso del volto divino. Appare nelle sue parole, nei suoi gesti, nelle sue narrazioni. Si condensa in un’immagine di gran forza evocativa per i suoi primi destinatari, che egli chiama il Regno di Dio e che equivale al grande Progetto divino sull’umanità e per l’umanità. Questo Progetto ricrea il mondo che ha ereditato, lo attualizza e lo espande in tutte le direzioni, abbattendo qualsiasi ostacolo. Afferma che questo mondo bello e utopico sarà un progetto comprensivo di salvezza, dall’interno verso l’esterno e dall’esterno verso l’interno. Ancora una volta, la bellezza e l’etica si fondono secondo il Regno di Dio, o Progetto divino, spargendo i loro beni; le realtà più semplici brillano, cambiano di nome e di significato. Il Progetto di Gesù, che lui afferma essere lo stesso sogno di Dio, è rinascita, è novità, con parole conosciute ma logorate dall’uso, un uso improprio: giustizia, amore, verità, libertà. Attraverso volti comuni e persone straordinariamente ordinarie in situazioni di vita abituali, questo progetto ha mosso i primi passi. E siamo ancora al suo interno. Resta tutto da ricreare, da rinnovare, per tornare a sognare, per provare, per sperare. Il progetto Gesù (di Dio) non ha una data di scadenza. La sua bellezza e la bontà non passano, sono permanenti, forse hanno solo bisogno di parole nuove, di nuovi collegamenti.
Riportare la bellezza alla bontà che emana nel Vangelo ha a che fare con la Pasqua, poiché la bellezza non è solo un abbellimento nell’aspetto, ma la parola con la quale spesso definiamo la trasformazione. Nel duplice senso fuori-dentro, dentro-fuori. La trasformazione che sfida i confini più difficili, come la vita e la morte. La trasformazione che ci restituisce la nostra divinità latente, a volte nascosta e, molte altre volte, persa nello sconforto.
Tentazione o orizzonte illimitato? Chi decide che cosa è o che cosa deve essere la bellezza, se teniamo aperte le porte più sognate della somiglianza con la bellezza infinita che è Dio, se è ancora incompleto lo sviluppo del suo bel Progetto inaugurato da Gesù? Chi osa dire l’unica e ultima parola sulla Divinità? Chi l’ultima, unica e definitiva parola sull’umanità, sull’umano?
La storia della Chiesa è una storia complessa, in questo senso. Sarebbe ingiusta se vedesse solo il lato negativo, e anche distruttivo, di una bellezza associata con l’umano, e in gran misura al femminile e alle donne, percepita come una minaccia riconducibile al male. Molta creatività, molte opere belle testimoniano, invece, la sensibilità a certe forme di bellezza. Non si può tuttavia nascondere una linea trasversale che è l’ambivalenza e il riduzionismo misogino con cui la Chiesa, le Chiese, hanno vissuto l’associazione tra la bellezza e le donne e, ancor più, tra bellezza, donne e bontà. Ambivalenza, riduzionismo e opposizione manichea tra anima e corpo, tra esteriore e interiore, tra spirito e materia. Oggi sta guadagnando terreno una percezione di tipo olistico della realtà. Eppure la Chiesa, in particolare la Chiesa cattolica, non ha dato ancora segno di aver superato la nefasta antropologia che continua a dividere, sottrarre, separare, emarginare, escludere. Il mondo, invece, è desideroso di addizione e moltiplicazione, di collegamenti e inclusioni, di un ordine evocatore di quell’inizio, quando la vita cominciò con la Parola di un Elohim che non separava la bellezza dalla bontà.

 

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