Dalla feritoia della cella

La bellezza della vita dietro le sbarre. Un “fine pena mai” si racconta.
E ci parla di amore, di dialogo, di gioia.
Cosimo Rega

Decisamente un paradosso questa idea di parlare della bellezza della vita. Voglio dire, di attribuire a me il compito di farlo. Dal carcere perenne. Dal punto di vista della mia storia qui dentro. La bellezza riesci a concepirla solo con molta difficoltà dalla prospettiva del carcere, la negazione assoluta del bello. Celle disanimate, gelide e grigie. Non un fiore, non un quadro qui.

Fine pena mai
In trentaquattro anni, mi sono fatto le carceri di mezza Italia. Tra evasioni e rivolte, dopo averne prese di santa ragione, sono stato spostato da un penitenziario all’altro. Gelsomina mia moglie, però, alla fine arrivava sempre, con i nostri due figli, Damiano e Sabrina. Aveva sedici anni e io ventuno quando ci siamo sposati, il suo amore per me è la prima cosa bella della mia vita. Io son vissuto finora della forza di questa relazione, delle tacite intese fra noi, dell’amore che viene persino dalle lenzuola pulite di casa, che Gelsomina in tutti questi anni ha continuato a consegnarmi, da una parte all’altra dell’Italia. Il rapporto con mia moglie, l’affettività mai interrotta con la mia famiglia, hanno contribuito in maniera determinante a non incattivirmi. Malgrado la megalomania che ha fatto di me una testa calda in famiglia, un complice di azioni che mi hanno intrappolato nel codice malavitoso. Grazie a loro sono riuscito a tradurre questa follia in un percorso capace di riscatto, persino di pacificazione.
La sentenza dell’ergastolo mi aveva colto preparato nel 1995. I collaboratori di giustizia mi avevano accusato, ormai sapevo come sarebbe andata a finire e, da duro, ero pronto al peggio. Quello che non mi aspettavo era il codicillo con cui il giudice apparecchiò per me la temibile condanna “fine pena mai”, che comporta la perdita della potestà genitoriale, l’esenzione perpetua dai pubblici uffici, e la cancellazione anagrafica. Cioè l’annullamento della mia esistenza fuori dal carcere. L’isolamento definitivo. Sentii che mi avevano piegato.

Divisioni
Fu anche l’irruzione inattesa di una nuova forza interiore. Tutto prese il via con la decisione di fare ammissione delle mie responsabilità penali davanti ai miei figli e mia moglie. Per loro, un colpo tremendo. Entrammo tutti nel tunnel doloroso della colpa e dell’espiazione, dicendoci che ne saremmo usciti un giorno molto lontano, ma più forti. La nuova consapevolezza non avrebbe spaccato la nostra famiglia. “Ma tu pensi che un muro di cinta possa dividerci?”: Gelsomina sigillò il patto con disarmante forza, quasi una legge di natura. Quanto a me, questa ammissione impose un salto di qualità. Fece scaturire la necessità di voltare pagina e passare da una forma di ribellione diciamo militante e tradizionale – le occupazioni dei tetti, i tentativi di fuga – a una rivoluzione più profonda, generatrice di rinnovamento. Insomma, era come se fosse giunto il tempo di dare finalmente un senso al carcere, al luogo che per me non aveva mai avuto senso.
Decisi di avviare un percorso di autoanalisi con una psicologa che, con ostinata pazienza, riuscì a penetrare il groviglio incrostato della mia personalità, trovando un filo tra le mie resistenze senza fine. A poco a poco mi misi a nudo. È stata un’esperienza in certi momenti insostenibile, estenuante. Ma ne è valsa la pena, una svolta sulle vicende del mio passato, ma anche per la proiezione del mio futuro. Mi trovavo a Rebibbia nell’area di alta sicurezza dal 1981, ma mi fu chiaro che il lavoro di disvelamento su di me esigeva nel contempo un processo di umanizzazione esteriore; così mi risolsi a intraprendere uno sciopero della fame per due mesi per chiedere – questa volta pacificamente – un miglioramento delle nostre condizioni di vita, assediate dalle regole di un regime particolarmente alienante. Furono le prime prove di dialogo con l’istituzione carceraria, e il direttore di Rebibbia, Carmelo Cantone, decise di ascoltarmi, di darmi carta bianca se le cose fossero state fatte con criterio, senza colpi di testa. Fu lui a cominciare la rivoluzione.

Artista
Per molti compagni di prigione questa virata fu vissuta come un autentico tradimento. Da un giorno all’altro smisi di attenermi alle ferree consuetudini della cultura mafiosa che vige implacabile dentro il carcere, non ho più dato la mano a nessuno dei boss, non ho più baciato nessuno. Intanto, discutevo con il garante (dei detenuti del Lazio) Marroni per mettere in piedi una struttura dentro il reparto di alta sicurezza. Creammo, con altre quattro o cinque persone, il primo circolo dell’ARCI, La Rondine, con lo scopo di acquistare alcuni computer e attivare un corso di informatica per la patente europea e da lì, forse, un primo lavoro. Sono particolarmente grato alle istituzioni e agli operatori sociali, penso all’assessore Luigi Nieri che accolse la nostra idea, e trovò una soluzione occupazionale per noi. Fu una transazione interessante. All’inizio fu proposto il lavoro per 4 di noi (su 9 che avevano fatto il corso) a 1000 euro al mese: una soluzione non adeguata. Grazie al direttore di Rebibbia e all’assessore fu rinegoziata per dare lavoro a 8 persone, a 500 euro al mese. Si trattava della nostra prima vertenza, che dava corpo alla nostra dignità non più solo come individui, ma come gruppo.
Io, però, amavo l’arte. Ho sempre avuto la passione per il teatro, ma non ho mai potuto realizzarla. Mi gettai a capofitto nello studio della poesia e dei drammaturghi, sempre più convinto che la cultura è la sola maniera per combattere l’altra cultura. Intanto, pensavo, era fondamentale continuare la rivoluzione ormai in atto dentro il carcere. Era necessario alimentare ancora la dinamica positiva venutasi a creare dentro il reparto, e che stava contagiando anche i più refrattari. Così proposi a Cantone e al garante dei detenuti di formare una compagnia teatrale. Superando lo scetticismo del direttore del carcere riuscimmo a metterci al lavoro per la messa in scena di Natale in casa Cupiello e poi Napoli Milionaria. Isabella de Filippo venne a saperlo e ci fece visita in carcere, per assistere alle prove. Era il 2000. Fu un successo. Il direttore dovette ricredersi. Da allora non abbiamo più smesso. Fare teatro nel carcere è stato come liberarsi. Se ci penso, c’è molta bellezza in questa frequentazione di arte e di vita. Da essa è nata la trasformazione delle nostre vite: il polo universitario dove studiano 30 persone oggi a Rebibbia, l’esigenza per me di scrivere. E poi La Tempesta in napoletano, gli altri progetti.

Un senso
Il grande incontro con il regista Fabio Cavalli, che ho conosciuto grazie a Marroni, è il capitolo più noto di questa vicenda. Gli proposi di lavorare con noi, anche se non potevamo offrirgli niente. Cavalli è un regista geniale, ma non è stato semplice. Bisogna capire le leggi del carcere per lavorarci, così alcune incomprensioni sul ruolo del capocomico come figura fondamentale per tenere insieme i detenuti e salvaguardare la loro dignità nella comunità protetta di quel reparto sono state comprese e risolte solo dai fratelli Taviani. In 4 settimane e mezzo è stato girato il film Cesare deve morire, e “nulla sarà più come prima”, fu il saluto di Paolo e Vittorio quando lasciarono Rebibbia alla fine del film.
Non saprei dire se la mia vita è bella, di certo so che vivo molte gioie. La gioia grande è pranzare con Gelsomina, come due fidanzati, prima di tornare a Rebibbia il pomeriggio. I miei figli sono orgogliosi di me, e anche tutta la mia famiglia. Con loro ho trascorso per la prima volta il Natale a casa, dopo tre decenni, a dicembre: una cosa da non credere. Sono un uomo che ha fatto un percorso duro, ma serio. Uno sforzo di riconquista della vita più esigente di quello che si impone a una persona normale. Oggi il senso della mia esistenza mi è chiaro: lavoro, giro nelle scuole: il mio desiderio e il mio compito è fare bene al prossimo, dopo tutto quello che ho tolto agli altri con il male che ho fatto.

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