Guardandoci intorno

Estetica, bellezza, paesaggio: triade dell’identità umana, sulla Terra.
Pier Paolo Balbo (Ordinario di urbanistica e architettura del paesaggio, Università la Sapienza di Roma)

La bellezza sembra il concetto più semplice, elementare: vediamo una forma “felice”.
Cogliamo la presenza di una qualità della forma di una cosa. Nel mio mestiere di “artigiano” delle realizzazioni dell’abitare, la bellezza è la condizione di accettabilità del proposito trasformativo. O dovrebbe essere. Per tutti è il codice di riferimento del giudizio condiviso sulla qualità. Codice semplice intuitivo immediato.
Eppure, questo livello elementare io lo vorrei considerare la sfida più difficile, sia pratica che gnoseologica, sulla quale misurare la nostra stessa cultura materiale. Come usiamo questo concetto? Nei modi di dire si nasconde la verità. Alcune abitudini lessicali sono rivelatrici, magari inconsapevolmente: in particolare quelli sulla bellezza. Siamo abituati a dire il “bello” in contesti diversi, spesso con slittamenti di significato. Diciamo: è una bella persona. Oppure, può essere una bella idea. Il “bello” è in questi casi il suggello formale del buono. La retorica dimostra che abbiamo bisogno della forma, cioè della concretezza, proprio per rafforzare lo spirito delle cose. Le cose, cioè, escono dalla nostra indifferenza (insensibilità), nel momento in cui le apprezziamo nella loro forza estetica (di segno positivo o negativo). La percezione del bello e del brutto è la scintilla: è quella facoltà tutta umana che dimostra la nostra cognizione del mondo, come lo percepiamo (razionalmente ed emotivamente). Forse, potremmo dire che è il valore ultimo del “cogito ergo sum”. La Bellezza è uno strumento necessario all’attivazione della nostra cultura personale, come cultura civica. Dove etica ed estetica si avvicinano: il peso che diamo alle cose, al loro apprezzamento, alla loro partecipazione denota anche il grado di capacità giudicante che ne è sotteso. Kalos kai agatos, bello e buono si affiancano.

Bellezza e arte
Se percorriamo la parabola di questa dote umana nella storia, seguendone la traiettoria nei campi via via succedutisi, dobbiamo domandarci: con quale capacità attiva essa si dimostra ancora? Quale senso può avere oggi l’affermazione che “la bellezza salverà il mondo” (Dostoevskij)? Bellezza e Arte. Nel passato, l’arte raccontava il mondo, lo decodificava nella sua essenza. L’artista estraeva la bellezza per raccontarla a tutti. La pittura era, nel contempo, linguaggio e filosofia, percezione materiale e metafisica. Oggi vi è ancora questa decodifica? Qual è diventata la funzione dell’arte? Nella sfera dell’interpretazione/progettazione dell’abitare (il mio mestiere), il concetto di bellezza è basilare, ma il meno scontato e oggettivo. Va coniugato con altri. Io propongo di connettere tre termini, estetica, bellezza, paesaggio, che non denotano delle “cose materiali”, ma piuttosto una relazione tra cose. Io direi che interfacciano due entità molto importanti: quella dell’Uomo e quella del Mondo. Tre termini “relazionanti”, che parlano del rapporto cruciale tra realtà esterna delle cose (la materia) e nostro “apprezzamento” (lo spirito). Arte e scienza nella storia dimostrano le doti emotive e razionali sviluppate dalle diverse culture umane intorno a questo rapporto.
Questa dote relazionale va approfondita e attualizzata: in che modo oggi siamo “parte del mondo”? In che misura ci sentiamo “responsabili del mondo”? Specialmente noi occidentali ormai fuori dai vincoli inibitori delle religioni (che ancora tenevano in serbo il rispetto della creazione), ma per questo più disarmati. Il rapporto “uomo – mondo” contiene un giudizio coinvolgente.
Il tema che mi pongo, da quando mi occupo di pae-saggio, è il sentimento della Terra che le diverse culture e civiltà hanno avuto in passato e hanno ancor oggi. Essere sulla Terra e essere parte della Terra. La domanda che mi preme è quale consistenza abbia questo sentimento dell’abitare la Terra, quale forma della sua presenza (o quale livello del suo affievolimento). Quanto rimane della carica ideale della Bellezza nei valori dell’Occidente? O quanto il suo affievolimento è indice (o addirittura causa) della sua sostanza distruttiva? La distruzione generalizzata dei paesaggi in tutte le diverse condizioni di habitat, in particolare del mondo occidentale, è il sintomo di un rapporto degradato. Ma vorrei ancora rimanere sul generale dell’Estetica, e domandarmi: la bellezza cosa è?
Partirei da una constatazione etologica: il ruolo della forma nel regno animato è cruciale. La meravigliosa varietà e infinita caratterizzazione di tutto il mondo animato è stata sicuramente sospinta dalla “funzionalità attrattiva”. Principio di identificazione e di continuità. Gli attributi sessuali, ad esempio, sono stati potenziati, o meglio, abbelliti nell’evoluzione, per garantire la continuità biologica delle specie. Così le relazioni di nutrimento: il fiore e l’ape. L’estetica è il principale motore della biosfera: la policromia degli uccelli e delle piante, la sontuosità dei mantelli, delle corna e criniere, tutti i caratteri formali rientrano nella “strategia dell’attenzione”, o meglio dell’attrazione, che ogni specie ha elaborato nella sua propria evoluzione e nel rapporto con l’ambiente, con il proprio habitat. Vi è un “disegno endogeno” (diciamo: auto-design/auto-progetto). La bellezza delle forme, colori, suoni, odori (la perfezione delle relazioni vitali fissata nelle caratteristiche materiali), come “linguaggio delle cose” è strutturale e strutturante. La bellezza è stata il linguaggio del mondo vivente: sino all’avvento dell’uomo.
Da quando, in 6 milioni di anni, l’uomo si è trasformato da animale opportunista ad animale pensante, sapiente, alla cultura materiale si è progressivamente aggiunta, in forme sempre più invadenti, la cultura delle diverse umanità. Ognuna ha imposto lo slancio vitale sempre più ambizioso di plasmare la forma del mondo a sua immagine, slancio che contiene a un tempo il massimo della pietas verso il Creato e il massimo della hybris umana a sottometterlo. Ma rimaniamo all’estetica delle cose. La bellezza indica un livello alto di apprezzamento formale: un’alta qualità della forma, che si infonde intorno all’oggetto. Bellezza è un’aura intorno alle cose; quando riusciamo a percepirla, emana come “materia baciata dalla cultura”. È la massima sintonia di forme sedimentate nella nostra conoscenza. Ogni volta che essa si manifesta, è una vittoria nel rapporto di sfida tra una forma concreta e un modello, che la forma “avvicina e corregge”. Invera e tradisce. O supera. Realtà concreta e specifica che rinnova la felicità formale di una rinascita di un canone, la bellezza è aspirazione di un nuovo equilibrio potenziale. Come Lucrezio insegna in De Rerum Natura, tanti sono i luoghi della bellezza.
Un luogo per eccellenza è dato dal punto di concentrazione dei fattori identitari: il volto umano. Così anche la forma animale, o l’assetto architettonico, o il corpo umano. Ma anche il sentire umano, sintonia tra corpo e spirito, sentimento del mondo umanamente percepito. Tanti luoghi di valore, prima di arrivare a quello paesaggistico, con cui vorrei concludere. In generale la bellezza “trans – figura” come forma oltre la forma. La bellezza è la percezione di un superamento reale di un valore ideale: è la visione interiore (culturale e condivisa) di felicità delle forme reali.
La bellezza è una professione di ottimismo (di ricerca continua, progettuale e di fede, di percezione costante del reale). La bellezza è il sentimento della o delle sintonie, raggiunte o rincorse: in che misura è la finalità del progetto? Ecco, io credo che essa sia l’obiettivo (non dichiarato, ma sempre presente) del lavoro di architetto, forse mai totalmente raggiunto, nei singoli episodi progettati, ma che andrebbe promosso nella strategia divulgativa: racconto e orizzonte di un procedere. La bellezza del sogno (che anticipa e attrae le reali fattibilità) andrebbe difesa e coltivata, come esercizio d’innalzamento: è Beatrice che sospinge Dante in tutto il suo percorrere l’umana e divina Commedia. La luce in fondo alla spirale.
Arrivo al Paesaggio: che evoca il valore dell’abitare. Il paesaggio racconta il valore dei luoghi, in due sensi, come inveramento di una “sintonia terrestre” o “ decadimento di un suolo calpestato”. Per il paesaggio, la bellezza è, per cosi dire, promessa e rimprovero; è valore reale – potenziale (percepito o progettato), o valore offeso. Insomma è una “densità” da dipanare, una selva da attraversare.

Buon governo
Il nostro paesaggio, difeso dalla Costituzione e poi dimenticato, calpestato dalla fame di cubatura diffusa in tutti i territori, il nostro paesaggio ci chiede (disperatamente) di lavorare a un progetto per fare rinascere quella bellezza che solo un “sentimento di comunità” può produrre. Il bello di un paesaggio è valore collettivo, o non è. È ben nota l’Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo del ciclo di affreschi di Ambrogio Lorenzetti, conservato nel Palazzo Pubblico di Siena (1338-9). Quell’affresco disegna un paesaggio e una Civitas e, ci accorgiamo oggi, il “bel Paese” è ancora tributario al sentimento collettivo del periodo comunale, i cui effetti si sono conservati sino al Novecento. Anzi, sino al boom edilizio del dopo guerra, in cui abbiamo confuso ricostruzione di case e distruzione di paesaggi: esercizio ancora virtuale negli anni Sessanta, sempre più reale nell’ultimo trentennio. L’istanza della Costituzione ha perso la sua carica emotiva, polverizzandosi nei mille egoismi individuali. Oggi, parlare di paesaggio è operare un disincanto: vedere il brutto per ricominciare a desiderare la bellezza. È un’operazione di psicanalisi collettiva, in cui il paesaggio va ricostruito come luogo mentale, luogo del desiderio. Perché il paesaggio è, insieme, luogo della vista, della memoria e dell’affetto (Milani); ogni sguardo incontra un paesaggio, ma al contempo lo ricrea fino a idealizzarlo. Visione e sentimento si muovono insieme, creando una sorta di benefico cortocircuito fra bellezza ed emozione, fra immagini e affetti.
Quest’operazione va condotta nel concreto delle pieghe del territorio. Vanno ritrovate le singole parole di un discorso da ri-dire. Penso a Benjamin, sognatore ozioso e studioso dei modi concreti e contraddittori in cui l’arte parla del mondo; il paesaggio con lui è messa in sequenza serrata dei materiali del territorio, ad esempio quello urbano dei passages di Parigi, o delle poesie di Baudelaire. Penso a una vera rieducazione sentimentale: lo era quella del “flaneur” di Benjamin, il “paesaggista urbano” che, per evocare il sentimento che emerge dalla città, calarsi nei suoi ritmi iperaccelerati senza farsene invischiare, si fondava sul camminare e percepire, sentire il paesaggio sotteso nelle cose e nei sentimenti.
Dovremmo re-immedesimarci, sapendo che la forza letteraria sospinge la bellezza. Non potremmo più parlare di paesaggio toscano, se non socchiudessimo gli occhi per velare il pulviscolo che ha invaso i suoi stupendi paesaggi collinari. O dovremmo guardare le immagini di Google Earth, per caricarci di rabbia e ritrovare la forza di volontà (sempre collettiva) di un “impossibile restauro di paesaggio”.

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