DIRITTI UMANI

Affari nostri

A colloquio con don Domenico Arioli, missionario in Niger. Il prezzo dei nostri interessi per l’uranio e il petrolio è la guerra, la povertà e le malattie per la popolazione locale.
Intervista a cura di Giulia Ceccutti

Uno dei Paesi più poveri del pianeta e una delle miniere di uranio più grandi al mondo. Sono gli estremi del Niger, stato dell’Africa occidentale che confina a nord con Algeria e Libia, a ovest con Burkina Faso e Mali, a sud con Nigeria e Benin, e a est con il Ciad. Don Domenico Arioli, missionario per la diocesi di Lodi, da dieci anni è parroco di Dosso, nella diocesi di Niamey, nel sud-ovest del Paese. La sua è una voce preziosa che traccia un quadro molto chiaro della complessa realtà sociale e geopolitica in cui la missione è inserita. Un fiume in piena di dati e notizie che ci spiega – anche – cosa c’entriamo noi con questo Paese abitato in gran parte dal deserto.

Non tutti sanno che il Niger è tra i primi produttori di uranio al mondo. Chi gestisce l’estrazione, chi ci guadagna?
Il Niger esporta uranio da quarant’anni. Nel nord, tra le città di Agadez e Arlit, c’è una delle più grandi miniere di uranio al mondo. La Francia, attraverso Areva – una multinazionale dell’energia, a partecipazione statale – ha l’esclusiva nell’estrazione e non vuole rinunciarvi. Tutte le imprese dell’indotto dell’uranio in Niger sono francesi (trasporti, costruzioni, strade, ecc.), e il controllo di questa risorsa è vitale per gli interessi e le strategie francesi in quest’area. Va sottolineato anche che questo uranio non serve a nulla ai nigerini, che non hanno centrali nucleari e che comprano l’energia, prodotta con il petrolio, dalla Nigeria. Ricordiamo infine che l’Italia, in particolare le regioni del nord, acquista l’elettricità dalla Francia: ciò che succede in Niger ci riguarda, dunque, tutti da vicino.

Qual è la posizione del governo nigerino?
L’ultimo presidente aveva concesso l’estrazione dell’uranio a venti Paesi, tra cui la Cina. Attualmente, però, come dicevamo, è la Francia a detenere l’esclusiva. Ed è significativo che la scorsa settimana l’attuale presidente, Mahamadou Issoufou, abbia dichiarato su un giornale della stampa locale – ed è stata per tutti qui una sorpresa – che i guadagni che derivano dall’uranio sono troppo esigui. Quest’affermazione fa pensare al preludio di una rinegoziazione per concedere lo sfruttamento anche ad altri Paesi, tra cui, appunto, la Cina. Areva non starà a guardare e cercherà di opporsi suscitando, come ha fatto finora, ribellioni e varie forme di terrorismo!

Quali sono, per la popolazione nigerina, le principali conseguenze dell’estrazione dell’uranio?
Le conseguenze in questi anni sono state guerre e ribellioni, malattie e contaminazioni, terreni tolti e acqua che rischia di esaurirsi. Quando si estrae l’uranio occorre infatti moltissima acqua. Areva in quarant’anni ha dovuto utilizzare circa 270 miliardi di litri d’acqua, contaminando dunque le acque e seccando la falda delle zone di estrazione. Si calcola che più di 80.000 persone siano state contaminate nelle due città principali create per l’estrazione dell’uranio, ossia Arlit e Akokan. Scorie radioattive vengono vendute al mercato e utilizzate per costruire strade, case, granai. Il numero di tumori è inoltre molto elevato.
Ci sono degli studi su questo?
Ce ne sono diversi. Sulla stampa locale, anche la scorsa settimana è uscita un’indagine di una ONG nigerina che lavora sui temi dell’ambiente, supportata da una ONG francese. Questo studio ha verificato che nel nord, nel territorio di Arlit (a circa 800 km dal confine con Libia e Algeria), c’è una regione di ben 30.000 ettari contaminata dall’uranio. Come conseguenza, ci sono polveri tossiche che la gente e gli animali respirano.

Il ruolo e le responsabilità della Francia sono dunque cruciali…
La Francia in tutte le sue ex colonie vuole mantenere lo sfruttamento delle risorse: per questo la gestione di quei Paesi è affidata a presidenti burattini. È il caso, ad esempio, del Burkina Faso, del Ciad, del Togo e della Costa d’Avorio. Gli interessi delle multinazionali legate alla Francia sono in tutta la regione. Il Niger ha cercato di essere indipendente ma fa molta fatica in questo; i francesi stanno facendo di tutto perché gli europei non vengano in Niger e non possano controllare le loro responsabilità. Di più: la Francia, e – dietro di lei – gli Stati Uniti, vorrebbero che tutto il Sahel fosse una zona insicura, come è oggi il nord-est del Congo. Una zona fuori controllo, in cui le multinazionali possono fare quello che vogliono con la straordinaria ricchezza dell’uranio e delle altre risorse minerarie che vi si trovano (oro, fosfati…). Il Sahel – va ricordato – è quella fascia che attraversa l’Africa del nord, e che si estende dall’Atlantico al Mar Rosso, toccando Senegal, Mauritania, Mali, Niger, Nigeria, Ciad, Sudan ed Etiopia.

In Niger c’è il petrolio?
C’è un importante pozzo di estrazione al confine del Paese, verso il lago Ciad: anche in questo caso, la Francia non vuole che il Niger lasci alla Cina il monopolio dell’estrazione, e per questo sta cercando di creare una situazione d’insicurezza generale.
Qual è, in sintesi, la situazione del nord del Niger?
Il nord del Niger è una realtà complessa. Il territorio è formato da un immenso deserto, che conta più di un milione di chilometri quadrati. In questo deserto però ci sono delle oasi: proprio oggi a pranzo, qui nella missione, abbiamo mangiato i pompelmi provenienti da queste oasi. Il nord è dunque affascinante dal punto di vista paesaggistico e turistico, ma molto povero. Nel nord inoltre vivono i Tuareg. Storicamente razziatori, una volta controllati dalla colonizzazione e impossibilitati a praticare la razzia, si sono impoveriti. Nell’epoca post-coloniale i Tuareg sono stati usati politicamente nelle varie ribellioni (l’ultima nel 2007-2009) che hanno via via reso insicuro il territorio. La logica coloniale (tuttora presente) francese ha sfruttato il principio della divisione etnica, puntando sul mito dell’emarginazione dei Tuareg da recuperare, e sostenendo che questi andassero aiutati. Ma occorre considerare che prima dell’arrivo dei colonizzatori i Tuareg hanno sempre vissuto bene: anche oggi si considerano nobili, e trattano con un certo snobismo i “piccoli” del sud del Niger. Il deserto, in conclusione, è una zona che possiede delle risorse, ma l’insicurezza in cui vive toglie mezzi e opportunità, in particolare al turismo, che è in pratica assente.

Quali sono invece i principali problemi del sud del Niger, nel quale si trova la vostra missione?
Il sud non ha ricchezze, non ci sono i grandi interessi economici e minerari del nord. Il problema maggiore è quello dell’acqua: è sporca, le piogge sono limitate e non tutti i villaggi dispongono di un pozzo. Per di più, a gestire nelle città l’erogazione dell’acqua potabile – che costa molto cara – è Veolia, una multinazionale francese che lavora in regime di monopolio. Oltre a questo, il sud del Paese ha il carico della maggioranza della popolazione che scende sempre più dal nord a causa dell’avanzare della desertificazione. Aumentano quindi i conflitti per l’uso della terra: litigi per la proprietà dei campi e conflitti tra pastori e coltivatori. L’altro elemento da considerare è, infatti, la diminuzione della possibilità di pascolo per i pastori nomadi, i Peul (di cui oggi una parte è stanziale). Il sud del Niger viene periodicamente attraversato dai transumanti che provengono da Nigeria e Benin, e viceversa: un cammino che supera a volte anche i 400 km. Dove passano, i loro animali mangiano tutto, causando danni anche ai piccoli alberi che faticano a crescere. Diminuisce quindi sempre più il terreno coltivabile. Secondo le previsioni delle Nazioni Unite nel 2050 ci saranno 50 milioni di abitanti in Niger: dove andranno a mangiare?

Qual è la percezione della popolazione rispetto a tutti questi temi e interessi economici in gioco?
Per il 90%, i nigerini non si rendono conto di essere delle vittime. Ma ora, soprattutto grazie alla radio e alle TV private (quelle statali sono invece “allineate” alle posizioni del governo), e all’emigrazione crescente nei paesi vicini, una nuova presa di coscienza sta prendendo forma.

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