COOPERAZIONE

Guerre prevedibili

La crisi in Mali, l’intervento militare, gli sfollati e l’incapacità di prevenire i conflitti armati.
Paola Amicucci (Ufficio Stampa Intersos)

Un flusso incessante di persone sta lasciando il Mali per sfuggire al conflitto armato nel nord del Paese, fino a gennaio scorso sotto occupazione delle forze estremiste nella regione dell’Azawad a maggioranza tuareg e oggi teatro di una guerra di ‘liberazione’ portata avanti da esercito francese e maliano insieme a contingenti della CEDEAO, la Comunità degli Stati dell’Africa dell’Ovest.
Uno scenario che preoccupa perché si destabilizza l’intera regione del Sahel, dove dal 2012 il Movimento di liberazione dell’Azawad e i gruppi islamisti di Ansar Dine e dell’Aqmi, Al Qaeda per il Maghreb Islamico, hanno scacciato dal Nord del Mali i soldati regolari, occupato le città di Gao e Timbuctù e imposto la sharia provocando rivolte sedate nel sangue.
Secondo le Nazioni Unite, dall’inizio dell’intervento militare francese ad oggi, sono 30 mila gli sfollati che hanno lasciato le proprie case, 230mila persone si sono spostate verso il sud del Paese. I rifugiati, invece, nei Paesi vicini al Mali sono 144mila, di cui 54 mila in Mauritania, 50mila in Niger e quasi 39mila in Burkina Faso.
“Oltre le conseguenze a breve termine della guerra quello che dovremo affrontare sono le decine di migliaia di persone in fuga, soprattutto donne e bambini, che stanno lasciando il Mali in questi giorni”, racconta Federica Biondi, responsabile Africa occidentale della Ong Intersos. Nel campo rifugiati di Mberra dove da marzo 2012, sono arrivate nel giro di pochi giorni più di 600 famiglie dal confine, si aspetta un flusso di quasi mille rifugiati al giorno, se non più grande, che andrà ad aggiungersi alle 55mila persone già presenti al campo. “Ci siamo attrezzati per dare aiuto immediato ai nuovi arrivati, kit d’emergenza e cibo e poi la presa in carico dei più vulnerabili. Ci occupiamo, soprattutto, della protezione dei bambini e dei minori soli, che si trovano ancora più a rischio con l’escalation della guerra. Bisogna prevenire l’arruolamento forzato e la chiamata alle armi dei gruppi ribelli, le violenze e gli abusi dentro e fuori il campo”, spiega ancora Federica.
Oggi nel campo di Mberra i rifugiati trovano accoglienza e riparo in condizioni difficili dovute alla povertà, alla malnutrizione e al clima estremo del deserto saheliano. Il governo mauritano ha già deciso di aprire un secondo campo rifugiati nella località di Agor per accogliere il numero crescente di rifugiati dal Mali.

Aiuti umanitari
“La popolazione civile si sta spostando dalle zone colpite dai combattimenti e dai bombardamenti nel nord del Mali verso luoghi più sicuri, fuori e dentro il Paese” racconta Code Cisse, responsabile della missione in Mali dell’organizzazione umanitaria INTERSOS, “Siamo preoccupati per le conseguenze della guerra: nell’area di Mopti dove c’è la nostra base abbiamo reso operativo un piano d’emergenza per far fronte alla nuova crisi”. Le operazioni militari e gli scontri fuori e dentro le città con i gruppi ribelli delineano un quadro molto pericoloso. Il personale di Intersos è attivo a Mopti, dove ha ripreso le attività logistiche per le distribuzioni di kit di prima necessità per gli sfollati e la popolazione civile.
Nelle 5 “province” dell’area di Mopti, oggi tornata alla calma, un team di operatori umanitari si occupa delle condizioni di circa 41.000 sfollati, raccogliendo i dati dei nuclei familiari, della loro composizione e dei loro bisogni umanitari (educazione, salute e igiene, sicurezza alimentare). Con il profiling già portato a termine, gli operatori umanitari hanno in carico il monitoraggio e l’intervento sui casi di abusi e di violenza di genere con esperti di protezione dei diritti umani. Nei conflitti armati le prime vittime, infatti, sono le donne, minacciate dalle violenze sessuali, usate come strumenti di guerra.
“Oggi vediamo l’intervento militare nel nord del Mali ma, per chi come noi lavora da anni nei Paesi del Sahel sull’emergenze nate dai conflitti sulle risorse naturali, le minacce concrete di una destabilizzazione dell’intera regione erano evidenti” continua Federica Biondi, responsabile Mauritania di INTERSOS. “Si sono trascurati allarmi e richiami anche dopo la fine del conflitto in Libia, che ha fatto precipitare la crisi nel Sahel con il ritorno di migliaia di combattenti armati nella regione del nord Mali. Oggi è difficile prevedere cosa accadrà, sappiamo, però, che decine di migliaia di civili pagano già il prezzo più alto”.
È alto l’allarme per la difesa e protezione dei diritti umani: nella città appena liberata di Dire e a Mopti si sono registrati casi di vendetta su collaborazionisti dei gruppi ribelli islamisti con lapidazioni nelle strade, ritorsioni e nuove escalation di violenza.

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