Un nuovo inizio

Il magistero di pace di Benedetto XVI. Nelle Beatitudini la nonviolenza, nei volti la profezia di pace.
Sergio Paronetto (vicepresidente Pax Christi Italia)

Nel primo messaggio per la Giornata mondiale della Pace (1 gennaio 2006), il Papa afferma che la scelta del nome Benedetto indica il suo “convinto impegno a favore della pace” nel riferirsi sia al patrono d’Europa che a Benedetto XV “che condannò la prima guerra mondiale come ‘inutile strage’ e si adoperò perché da tutti venissero riconosciute le superiori ragioni della pace”. Purtroppo, oggi, nonostante guerre devastanti e alte spese militari, “ristagna nella palude di una quasi generale indifferenza il processo politico e giuridico messo in atto dalla Comunità Internazionale per rinsaldare il cammino del disarmo”.
Una rapida sintesi del magistero di pace di Benedetto XVI, scritta subito dopo la sua rinuncia (un gesto di pace legato a una visione sobria e condivisa dell’autorità) può essere solo un primo approccio. In Benedetto XVI l’attenzione alla pace sembra meno sofferta di quella più coinvolgente (anche se emarginata) di Giovanni Paolo II. Il suo stile appare spesso dottrinale, ma invita alla fatica del pensiero, offre robusti elementi di una teologia nonviolenta, introducendo alcune novità a partire dal richiamo frequente (inconsueto per un Papa) alla“nonviolenza”. Il 23 luglio 2006 ad Aosta, a una giornata per la pace tra Israele e Libano, osserva: “Proprio in questo momento in cui c’è un grande abuso del nome di Dio occorre affermare che la croce vince con l’amore. Si deve dare la testimonianza della vittoria di Dio attraverso la non violenza”. Allo Stadio di Verona, il 19 ottobre 2006, proclama: “Cristo è speranza per il mondo perché è risorto, ed è risorto perché è Dio. Anche i cristiani possono portare al mondo la speranza perché risorgono con Lui alla vita nuova dell’amore, del perdono, del servizio, della non violenza”. Il 5 luglio 2011 afferma, gandhianamente, che in tutti i rapporti umani e sociali, “la regola del rispetto e della non violenza» costituisce «la forza della verità” che può assicurare il futuro.

Temi e fonti
Nel Papa è netta la differenza tra pacifismo (realtà multiforme, per lui moralistica o ideo-logica) e nonviolenza intesa come verità profonda della persona e sostanza del messaggio cristiano,collegata ad alcuni temi radicali: l’infinito amore di Dio Padre, la dimensione trinitaria, la vita di Cristo, le Beatitudini, la teologia dei volti, la dignità della persona, la cura della bellezza e del creato, la Chiesa segno-strumento di pace, la dinamica sociale dell’eucarestia, la lotta all’ingiustizia e alla fame, il bene comune, la famiglia umana, il dialogo, il perdono, la rifondazione etica dell’economia. Tra le fonti principali, gli otto messaggi per la Giornata mondiale della pace dove si citano spesso la “Pacem in terris”, la “Populorum progressio” e i messaggi del predecessore.
Nella verità la pace (2006)
La persona umana, cuore della pace (2007)
Famiglia umana, comunità di pace (2008)
Combattere la povertà, costrui-re la pace (2009)
Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato (2010)
Libertà religiosa, via della pace (2011)
Educare i giovani alla giustizia e alla pace (2012)
“Beati gli operatori di pace” (2013)
Interventi argomentati sulla pace sono presenti in alcuni viaggi: Germania (agosto 2005),Turchia (novembre 2006), Camerun-Angola (marzo 2009), Terra Santa (maggio 2009), Cipro(giugno 2010), Libano (settembre 2012); nelle encicliche “Deus caritas est” (2005), “Spe salvi” (2007) e “Caritas in veritate” (2009); nei libri su Gesù; nei discorsi al Corpo diplomatico, ai Sinodi episcopali (africano e mediorientale); in angelus, udienze, incontri con i giovani (Assisi giugno 2007, Loreto settembre 2007) e con i teologi; al “Cortile dei gentili” (Parigi marzo 2011); in TV (aprile 2011) o nell’evento mondiale di Assisi (ottobre 2011).

Dialogo
Nei giorni della prima visita in Germania, a Colonia, il Papa affronta la questione dell’incontro ecumenico («le divisioni esistenti fra i cristiani sono uno scandalo per il mondo e un ostacolo per la proclamazione del Vangelo») e del dialogo fra cristiani e musulmani che «non può ridursi a una scelta stagionale. Esso è, infatti, una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro [...]. Quante pagine di storia registrano le battaglie e le guerre affrontate invocando, da una parte e dall’altra, il nome di Dio, quasi che combattere il nemico e uccidere l’avversario potesse e essere cosa a Lui gradita. Il ricordo di questi tristi eventi dovrebbe riempirci di vergogna, ben sapendo quali atrocità siano state commesse nel nome della religione. Le lezioni del passato devono servirci a evitare di ripetere gli stessi errori». L’incontro con i musulmani è sollecitato sia con messaggi alle istituzioni religiose dell’Islam sia con interventi in Terra Santa, Medio Oriente, Africa. Dopo la tensione seguita all’incauta (strumentalmente enfatizzata) citazione di Regensburg, il chiarimento successivo e il viaggio in Turchia (novembre 2006)riaprono l’orizzonte di un cammino comune.
Il pezzo forte del viaggio è l’omelia al Santuario di “Meryem Ana Evì” (la casa della Madre Maria) a Efeso il 29 novembre 2006. Esso parte proprio dalla lettera paolina agli Efesini e invoca il realizzarsi della profezia di Isaia: «“Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is2,4). Di questa pace universale abbiamo tutti bisogno; di questa pace la Chiesa è chiamata ad essere non solo annunciatrice profetica ma, più ancora, “segno e strumento”».

Il moderno samaritano
Attento nel Papa è lo sguardo sull’Africa. Nel primo libro su Gesù, la parabola del buon samaritano è utilizzata per condannare i mali della globalizzazione a danno delle «popolazioni africane derubate e saccheggiate». È necessario accorgersi che «anche il nostro stile di vita, la storia in cui siamo coinvolti, li ha spogliati e continua a spogliarli» (Gesù di Nazareth, 2007, 235-236). A proposito dell’eliminazione della povertà estrema entro il 2015, nella lettera ad Angela Merkel del 23 aprile 2007, rileva che non si tratta di un compito straordinario o di una concessione rimandabile, ma di «un dovere morale grave e incondizionato, basato sulla comune appartenenza alla famiglia umana […]; la comunità internazionale deve continuare ad adoperarsi per una riduzione significativa del commercio di armi sia legale sia illegale, del traffico illegale di preziose materie prime e della fuga di capitali dai Paesi poveri e deve impegnarsi per l’eliminazione tanto di pratiche di riciclaggio di denaro sporco quanto della corruzione di funzionari nei Paesi poveri». Argomenti analoghi si mescolano a considerazioni sulla dimensione sociale dell’eucaristia. Con i suoi limiti, l’esortazione “Sacramentum caritatis” (marzo 2007) propone una mobilitazione liberatrice. «La conversione sostanziale del pane e del vino nel suo corpo e nel suo sangue pone dentro la creazione il principio di un cambiamento radicale [...], un cambiamento destinato a suscitare un processo di trasformazione della realtà, il cui termine ultimo sarà la trasfigurazione del mondo intero» (11).

Le quattro grandi questioni
Nel messaggio del 1 gennaio 2007, Benedetto XVI illustra le quattro grandi minacce alla pace. La prima riguarda l’ingiustizia: «da una parte, le disuguaglianze nell’accesso ai beni essenziali,come il cibo, l’acqua, la casa, la salute; dall’altra, le persistenti disuguaglianze tra uomo e donna nell’esercizio dei diritti umani fondamentali» (6, 7). La seconda è quella dell’uso violento della religione: «inaccettabili sono concezioni di Dio che stimolino all’insofferenza verso i propri simili e il ricorso alla violenza nei loro confronti. È questo un punto da ribadire con chiarezza: una guerra in nome di Dio non è mai accettabile» (10). La terza concerne la scarsa attenzione alla dignità umana e all’intreccio tra diritti e doveri: «Bene sentenziava, al riguardo, il mahatma Gandhi: “il Gange dei diritti discende dall’Himalaia dei doveri”» (11 e 12). La quarta è l’armamento atomico: «Quanto appare attuale, a questo proposito, il monito del Concilio Ecumenico Vaticano II contro la guerra moderna! (“Gaudium et spes” n. 80)». Di qui l’appello ai cristiani a impegnarsi con gli occhi rivolti a «riconoscere il suo Volto nel volto di ogni persona umana, cuore della pace!» (15-17).

La profezia dei volti
Il 1 gennaio 2010, Benedetto XVI affermerà che il tema del volto ci offre «una chiave di lettura del problema della pace nel mondo», che «meditare sul mistero del volto di Dio e dell’uomo è una via privilegiata che conduce alla pace». Per non restare nel vago, il Papa guarda a coloro che sono «in balia di guerre e violenze: profughi, rifugiati, migranti forzati. Volti scavati dalla fame e dalle malattie, volti sfigurati dal dolore e dalla disperazione. I volti dei piccoli innocenti sono un appello silenzioso alla nostra responsabilità: di fronte alla loro condizione inerme, crollano tutte le false giustificazioni della guerra e della violenza. Dobbiamo semplicemente convertirci a progetti di pace, deporre le armi di ogni tipo e impegnarci tutti insieme a costruire un mondo più degno dell’uomo». Qui sta «la profezia dell’umanità che siamo chiamati a formare».

Le Beatitudini
La profezia dei volti, assieme all’angelus del 18 febbraio 2007, rappresenta forse il momento più alto del magistero pontificio, per la Chiesa un nuovo inizio (ancora troppo impegnativo, probabilmente, per essere accolto nella sua profondità).
«Il Vangelo di questa domenica contiene una delle parole più tipiche e forti della predicazione di Gesù: “Amate i vostri nemici” (Lc 6,27). È tratta dal Vangelo di Luca, ma si trova anche in quello di Matteo (5,44), nel contesto del discorso programmatico che si apre con le famose “Beatitudini”. Gesù lo pronunciò in Galilea, all’inizio della sua vita pubblica:quasi un “manifesto” presentato a tutti, sul quale Egli chiede l’adesione dei suoi discepoli, proponendo loro in termini radicali il suo modello di vita. Ma qual è il senso di questa sua parola? Perché Gesù chiede di amare i propri nemici, cioè un amore che eccede le capacità umane? In realtà, la proposta di Cristo è realistica, perché tiene conto che nel mondo c’è troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà […]. Giustamente questa pagina evangelica viene considerata la magna charta della nonviolenza cristiana, che non consiste nell’arrendersi al male – secondo una falsa interpretazione del “porgere l’altra guancia” (cfr Lc 6,29) – ma nel rispondere al male con il bene.

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