PACIFISMO

Guerra alla guerra

La storia affascinante di Ernst Friedrich, una delle figure più radicali del pacifismo europeo. Disertore durante la prima guerra mondiale, fu legato a Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Fondò l’Anti Kriegs Museum e lanciò il manifesto “mai più la guerra”.
Francesco Comina

Ernst Friedrich è rimasto ostinatamente fedele alla sua insonne aspirazione: urlare al mondo che la guerra è sradicabile, che ogni arma va spezzata e che l’unica forma di convivenza civile sta nell’incontro di volti e nella dialettica delle idee secondo prassi di pace e di nonviolenza.
Pochi in Italia conoscono la sua storia. Eppure Ernst Friedrich è stato uno dei testimoni di pace più radicali del Novecento. Faceva parte di quel cenacolo di artisti, scrittori, attori, musicisti, poeti che nella Berlino del primo dopoguerra affermavano il ripudio totale della guerra. Mettevano in mostra i volti tumefatti dei soldati feriti e mutilati, trasformavano gli elmi in vasi di fiori e diffondevano, fra i giovani, le idee di Tolstoj e di Gandhi. Già nel 1919 Friedrich incise nel metallo il simbolo del fucile spezzato per farne delle spille da diffondere fra i giovani dei gruppi anti-autoritari da lui fondati nel nome dei Freie Jugend (libera gioventù). Ne fece una copia di un metro e la affisse all’entrata del suo museo contro la guerra (Anti Kriegs Museum). Nel 1924 lanciò il manifesto Nie wieder Krieg (mai più la guerra) coinvolgendo intellettuali di primo piano come lo scrittore Kurt Tucholsky, il pittore George Grosz e la scultrice Käthe Kollwitz che disegnerà l’urlo del ripudio divenuto ben presto il simbolo del pacifismo mondiale (la Kollwitz morirà il 22 aprile del 1945 senza aver potuto brindare alla libertà e alla pace, come aveva sognato per tutta la vita).

Orrore quotidiano
Nel libro Krieg dem Kriege (in italiano è uscito col titolo Guerra alla Guerra. 1914-1918: scene di orrore quotidiano) Friedrich mette a nudo la violenza, butta addosso al lettore le facce orrendamente mutilate di giovani mandati al fronte come carne da macello nelle trincee o nei campi di battaglia. Si appella alle donne: “Non lasciate che i vostri mariti vadano al fronte! Attaccatevi al collo dei vostri uomini e non lasciateli partire, nemmeno quando arriva la cartolina di precetto!”. E ancora: “Manomettete i binari, gettatevi davanti alle locomotive! Impedite che la carneficina si compia!”. Invita i giovani a ribellarsi al comando di uccidere il nemico “perché non ci sono nemici ma solo ideologie di potenza che trasformano gli amici in nemici”.
Negli anni Venti la Germania è percorsa da fremiti nazionalistici. Scorre sangue. I pacifisti rischiano la vita, lo stesso Friedrich, disertore durante la prima guerra mondiale, viene rinchiuso in carcere per alcuni anni. L’odore acre della violenza si respira nell’aria. Non è difficile prevedere quello che sarebbe accaduto di lì a poco: “L’ultima guerra – scrive nel libro – la più terribile che sputerà gas, veleno e fuoco su uomini, animali e case, non è ancora scoppiata”.
Friedrich avverte l’arrivo della bufera. Il ripudio della guerra diventa il fine di una vita. Non abbandona la militanza politica (Ernst era legato al movimento pacifista di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht e al Partito Socialdemocratico Indipendente), ma decide di aprire il suo libro e di farne un museo.

Il Nobel
Nel 1925 fonda l’Anti Kriegs Museum dove gli oggetti della guerra, gli strumenti di morte e terrore, le scene dell’orrore vengono accompagnati dalle denunce e dalle istanze di una nonviolenza attiva secondo gli ideali di un pacifismo ancorato nella storia. Per il suo coraggio e la sua determinazione si fa conoscere a livello internazionale. Il suo libro diventa una piccola bibbia del pacifismo europeo tant’è che nel 1929 diversi ambienti culturali e istituzioni svedesi diffondono una campagna internazionale per proporre Ernst Fridrich al premio Nobel per la Pace.
Con l’avvento del nazismo, l’Anti Kriegs Museum viene letteralmente preso d’assalto e trasformato in un centro di tortura del regime nazista. Friedrich riesce fuggire e a ripararsi dapprima in Svizzera e poi in Belgio. Aiutato da alcuni amici riesce addirittura a rimettere in piedi il museo e a tenerlo aperto per alcuni anni, dal 1936 al 1940. Dopo la fine della guerra Friedrich si stabilisce a Parigi dove muore nel 1967.
Nel ricevere il premio Nobel per la pace nel 1971 il presidente della Repubblica federale tedesca Willy Brandt ha ricordato la tenacia e la grandezza morale di “un uomo che per tutto l’arco della sua vita politica ha tenuto accesa la stella della pace”.
Nel quartiere di Wedding a Berlino, in Brüsseler Strasse, l’Anti Kriegs Museum di Ernst Fridrich è rimasto pressoché identico all’originario. Lo ha riaperto nel 1982 il nipote, Tommy Spree, un insegnante pieno di simpatia ed empatia. Tommy ti accoglie, ti segue, ti spiega. Ci sono in mostra gli oggetti raccolti da Ernst. Ci sono i manifesti, le foto, i reperti della guerra. Ci sono i libri. C’è l’immagine originale del fucile spezzato. Da una botola si scende in una cantina che riproduce i rifugi antibellici utilizzati dalle famiglie per ripararsi dal diluvio di bombe nei giorni e nelle notti della battaglia finale contro il nazismo. Si ripercorre la storia del movimento pacifista attraverso i testimoni più famosi e le vicende più note. In questi mesi è visitabile la mostra di scritti e foto dell’antimilitarista comunista Kurt Tuchosky, uno dei poeti e scrittori che più di tutti sono rimasti nella memoria letteraria della capitale tedesca.
“Io non conosco nemici / né nell’aldilà, né nell’aldiquà ci saranno le linee di confine / Io conosco soltanto l’essere umano” (Ernst Friedrich).

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