DIRITTI UMANI

Ladri d’infanzia

Bambini soldato e mafie: dal Congo a Napoli, tantissimi i minori coinvolti in guerre, conflitti armati, lotte tra clan e traffici illeciti. Veri crimini contro l’umanità.
Cristiano Morsolin

Mercoledi 15 marzo 2012 : una data storica per la giustizia internazionale. Dopo 10 anni dalla sua creazione, la Corte Penale Internazionale (CPI) presenta il suo primo verdetto, una vera vittoria per coloro che difendono i diritti dell’infanzia. CPI ha condannato in primo grado “il Signore della Guerra” Thomas Lubanga. Per la prima volta l’arruolamento di minori viene giudicato crimine di guerra da un organismo internazionale.
Thomas Lubanga, ex capo della milizia dell’Unione dei Patrioti Congolesi delle Repubblica Democratica del Congo (Rdc), è stato condannato a 14 anni di reclusione dalla Corte Penale Internazionale, in seconda istanza il 10 luglio 2012. Imputato per crimini di guerra nell’ambito della Seconda Guerra del Congo, e in particolare per aver rapito e arruolato bambini soldato durante la guerra civile in Ituri (2002-2003), nell’est della Rdc. I ribelli sotto il suo comando sono stati accusati di violare sistematicamente i diritti umani, di massacri etnici, uccisioni, torture, stupri, mutilazioni e coscrizioni forzate bambini soldato. I bambini maschi erano costretti ad arruolarsi nella milizia, a combattere e uccidere; le bambine sfruttate come schiave sessuali per i ribelli.
Questa condanna storica può avere positive ricadute anche in altri Paesi come Colombia e Messico e può riaccendere l’attenzione internazionale, considerando che sono almeno 15 i Paesi nel mondo in cui si arruolano bambini soldato, nonostante 142 siano gli Stati che hanno ratificato il protocollo delle Nazioni Unite sul divieto della partecipazione di minori ai conflitti armati.
Secondo l’ultimo rapporto dell’Onu (aggiornato ad aprile 2011), non esistono dati ufficiali sui bambini soldato, ma si conoscono i Paesi dove ogni giorno vengono costretti a imbracciare un fucile e a sparare: in Myanmar e in Colombia, dove se ne contano 14mila; in Afghanistan, Ciad, Somalia, Repubblica Centrafricana. In occasione della recente Giornata internazionale contro l’uso dei bambini soldato, è stato reso noto che, dal 2010, circa 11mila sono stati reinseriti in Sudan, Repubblica Democratica del Congo (dove però ne risulterebbero arruolati ancora 35mila) e Myanmar. La Colombia è, dopo la Repubblica democratica del Congo, il Paese con il maggior numero di bambini soldato, secondo la Relazione 2012 del Tribunale internazionale sull’infanzia colpita dalla guerra e dalla povertà.

Dalla guerra alle mafie
Nel novembre 2008 ho accompagnato Rosario Crocetta (vice-presidente dalla Commissione UE sulle mafie) per uno scambio con il sindaco di Medellin (Colombia) Alonso Salazar sulle politiche pubbliche di cittadinanza per bambini/e e giovani utilizzati dalle mafie. Ha dichiarato che era “perplesso sul fatto di andare proprio a Medellin, la città dei cartelli del narcotraffico, sapendo che le mafie ormai sono collegate in tutto il mondo”. Ma poi ha accolto l’invito dell’associazione antimafia Libera: “La situazione laggiù è davvero tremenda e il sindaco ha avuto un grande coraggio a organizzare una manifestazione antimafia. Lì i ragazzini vengono rapiti per farli diventare narcotrafficanti e guerriglieri”.
Sul tema ho iniziato uno studio comparativo tra le realtà di Medellin e di Gela (e un primo abstract è stato pubblicato dalla Rivista Foro di Bogotà e dal prestigioso Osservatorio di Geopolitica della criminalità - Francia).
Sono 1066 i minorenni morti in Messico negli ultimi tre anni a causa della guerra contro il narcotraffico, di cui circa 166 nel 2010. Secondo la Rete per i Diritti dell’Infanzia in Messico (Redim), i bambini e i giovani sono i grandi perdenti di questa battaglia, poiché “stanno apportando molte morti e vi sono pochi risultati a loro vantaggio”. Juan Martin Perez, direttore esecutivo dell’organizzazione, ha detto che queste morti si registrano principalmente negli stati di Chihuahua, Sinaloa, Durango e Tamaulipas, dove il calo della violenza ha accentuato la percezione di insicurezza nei genitori e nei figli. Negli ultimi tre anni, il tasso di omicidi tra i giovani compresi tra 15 e 17 anni di età è triplicato in Chihuahua e quintuplicato in Sinaloa; auspicabile, quindi, che il governo “prenda delle misure preventive e presti attenzione a questi casi e non li lasci impuniti”.

Coinvolgimento italiano
La problematica dei bambini coinvolti in organizzazioni criminali interessa anche l’Europa e in particolare l’Italia. La mafia in Puglia, Campania, Calabria e Sicilia può contare su un esercito di 1.721 piccoli soldati: bambini di dieci anni arruolati dai clan – e con la vita, quindi, praticamente segnata, scadenzata da provvedimenti dell’autorità giudiziaria. Un dato sconfortante. Già dal 2005, l’Associazione dei magistrati per i minorenni, sociologi e operatori di Bari hanno avviato un’inchiesta, a 360 gradi sulla situazione dei minori coinvolti nelle mafie in quattro regioni a rischio nel Sud Italia, nel tentativo di proporre un percorso comune di prevenzione. Prendendo le mosse dai numerosi fatti di cronaca e dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, a loro volta ex bimbi al soldo, i magistrati lanciarono l’allarme su quello che la mafia rappresenta per i minori: un’istituzione totale, un potente mezzo di intimidazione sulla popolazione. E, allo stesso tempo, un generoso datore di lavoro, che impiega i bambini per trafficare e spacciare droga, in cambio di lauti guadagni e droga a volontà
Oltre ai minori direttamente coinvolti a diversi livelli nell’attività criminale, preoccupa il fenomeno dei cosiddetti “ragazzi alone”, che pur non essendo imputati, né appartenendo a famiglie mafiose, “sono lambiti dall’alone mafioso”. Ragazzi che vivono un’adesione immaginaria e simbolica alla mafia, “una sorta di affinità elettiva, che li rende pronti a mettersi a servizio e a compiacere famiglie mafiose, al fine di essere beneficiati un giorno da un accoglimento nella famiglia d’onore” (cfr. Save The Children, Atlante dell’Infanzia - www.savethechildren.it/IT/Tool/Blog/Commenti?id_blogpost=109).

Che fare?
È fondamentale evitare approcci semplicistici, saperi superficiali e privi di un fondamento scientifico. È necessario, dunque, investire nell’analisi dei bisogni, nella conoscenza scientifica del territorio, nella ricerca di settore, affinchè si possano mettere in campo azioni educative capaci di rispondere alla complessità della domanda con una risposta altrettanto eterogenea.
Affinchè il lavoro delle agenzie educative sia veramente incisivo, è necessario dunque “riprendersi la politica”, portando avanti un’azione di pressione sulla classe dirigente, definendo policies da proporre a livello istituzionale, locale e nazionale, avanzando delle proposte concrete che possano cambiare in maniera strutturale il sistema educativo. Nello stesso tempo, è necessario che gli stessi giovani facciano politica. Bisogna educare i ragazzi alla ribellione, a lottare per far rispettare i propri diritti.
Concludendo, le esperienze qui narrate tra Congo, Colombia, Italia, evidenziano un trait d’union – un filo che lega l’azione locale in una prospettiva globale. Anche la lotta contro le mafie richiede di valorizzare un arcipelago di proposte educative che incidano nelle politiche pubbliche per rompere i tentacoli della piovra, costruendo alternative sostenibili contro l’oppressione della violenza e della cultura mafiosa dei «Signori della Guerra». Le differenti esperienze della società civile qui citate, contraddicono la visione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro OIL che, nella Convenzione n. 182 dell’OIL, considera il fenomeno dei bambini soldato come «peggior forma di lavoro minorile». Esso è uno dei più gravi crimini di lesa umanità. La condanna della Corte Penale Internazionale apre nuovi scenari di cambiamento per favorire la giustizia transnazionale che crede nel protagonismo dell’infanzia e dell’adolescenza, che superi la visione del bambino soldato come vittima per approdare a un nuovo paradigma di bambino/a e adolescente cittadino attivo e attore sociale.

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