PAROLA

Innamorato dell’altro

La pedagogia dell’incontro, dell’ascolto, della giustizia: il punto di partenza e di riferimento è l’altro. Non l’io. Al di là di tutto e di ogni credo, la relazione e il dialogo reggono il mondo.
Maria Pia Facchini (educatrice e formatrice)

Don Tonino non ha lasciato specifiche elaborazioni, un particolare testo sulla Pedagogia e sul proprio metodo educativo; ma esso indubitabilmente esiste e si può provare a dedurlo attraverso la lettura dei suoi scritti e soprattutto attraverso il suo agire quotidiano insieme agli altri e per gli altri. Già nel suo Progetto Pastorale, intitolato, non a caso, “Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi”, possiamo ritrovare le tracce di quello che don Tonino farà nella sua attività di vescovo della diocesi di Molfetta dall’ottobre 1982 fino al giorno della sua morte, nell’aprile del 1993. Allo stesso modo, rileggendo il testo “Don Tonino Educatore”, ho ritrovato tracce di quello che sarà il modo di vivere e di educare l’altro di don Tonino.
Ma è, appunto, soprattutto attraverso il particolare modo di relazionarsi all’altro, in fatti e parole, che don Tonino disegna un proprio e originale percorso di pedagogista. Nel libro di Antonio S. (un suo allievo), ad esempio, emerge la figura del don Tonino educatore, per 10 anni insegnante di italiano presso il seminario minore. Questo libro è come il preambolo a tutto quello che, poi, don Tonino farà da vescovo. Nel libro in questione emerge come don Tonino si sia spogliato del proprio abito da sacerdote e abbia indossato, in quei lunghi anni, quello del pedagogista/educatore, attento alle diversità degli alunni e alle loro specifiche esigenze, che si fa accanto all’educando per fargli sentire la forza e il coraggio e quindi lo stimolo a crescere. È mia opinione che in quegli anni don Tonino si formi e poi cominci a mettere in pratica una volta divenuto vescovo. Il suo modo di relazionarsi con gli allievi, infatti, era molto significativo, diverso dal professore dell’epoca di cui parliamo: con loro organizzava tornei di calcio, pallavolo, li portava al mare; con loro s’è inventato un giornale interno dal nome “Antenna” (dove ciascuno aveva un suo spazio e ovviamente ce l’aveva anche il don); viveva con i suoi alunni e li viveva (questo passa attraverso la lettura del libro) come sculture da scolpire e non secondo le proprie aspettative, ma riuscendo a estrapolare da ciascuno di loro il dono profondo che ognuno custodiva. Anche la sua esperienza parrocchiale a Tricase appare come una vera risorsa dal punto di vista educativo: incontrare i parrocchiani, le persone, guardandole negli occhi, ricordarne il nome, salutarle chiedendo loro un semplice “Come stai?”.
Si può definire tutto questo pedagogia essenziale?

In principio l’altro
In questo aveva sposato la filosofia di Lèvinas, il quale asseriva che “in principio c’è l’altro”, non l’“io”. In principio era l’altro, l’altro intronizzato, messo al centro della propria attenzione” (vol. 4 scritti di pace p. 354). Il suo modello educativo comincia proprio con quello che è la base della relazione con l’altro: l’attenzione che Lui aveva nei confronti di ogni persona era incredibile, lo salutava per nome quando lo incontrava per strada; e non solo chi lo frequentava… E il compimento di questo percorso teorico-pratico di educatore avviene con l’arrivo a Molfetta, dove diviene il vescovo che si è fatto popolo; e io, che l’ho frequentato e ho condiviso con lui tanti e diversi momenti, lo considero su tutti il mio pedagogista di riferimento. Si può ricordare a questo proposito il primo intervento di don Tonino da vescovo nella scuola elementare di Molfetta vicina all’Episcopato. Egli sceglie di cominciare dai bambini, dall’essere loro accanto o, come dice anche don Bosco, loro sostegno educativo, decidendo di operare molto, quindi, per la prevenzione. Da subito ha trovato un gioco da fare con i bambini, partendo dalla parola AMARE per arrivare alla triste parola ARMARSI. Riconosce in ogni dove l’importanza del gioco fino a quando non lo scrive in modo chiaro, nel passo della lettera a Sara (Abramo, p. 27) “giocando, non ci sono privilegi e le regole sono uguali per tutti. Poiché chi gioca deve accettare un’uguaglianza iniziale, non può accampare vantaggi, e deve sistemarsi con gli altri sulla linea di partenza. Perché, anche se il gioco termina col vantaggio di qualcuno, il risultato di oggi è sempre ribaltabile domani; e alla fine subentra la logica del pareggio, che è anche logica di parità”. E successivamente torna su questo tema quando, con il Coordinamento della Caritas, riesce a invitare alcuni professori dell’Università Pontificia Salesiana per costruire un percorso formativo per gli operatori della Caritas e i catechisti, ben sapendo che i Salesiani ci avrebbero trasmesso quello che a lui piaceva passarci: l’importanza del gioco nelle varie situazioni. Ma nella costante attenzione all’altro risalta anche l’invito fatto a un docente dell’Università Salesiana a venire a parlare di pedagogia della ri-educazione in diocesi (Ferraroli, Ricca…). E di quello che è il suo pensiero riguardo l’attenzione all’altroparla, divulga nei convegni cui partecipa in giro per l’Italia, tra i quali, quello che più mi colpisce, da sempre, è quello svoltosi ad Assisi nel 1992, quando, rivolgendosi agli insegnanti ed educatori intervenuti a un’iniziativa promossa da “CEM – Mondialità”, parla di “brivido della passione”, traendolo da una Lettera di Antonio Gramsci in cui questi diceva, appunto, che “manca il brivido della passione”. “Il brivido, la pelle d’oca che ti viene quando sei innamorato”.
Don Tonino pedagogista è, appunto, innamorato dell’altro che vuole educare, lo coccola, lo stimola, lo bacchetta. E, quindi, la sua pedagogia muove proprio da questo suo “essere per l’Altro”.
Un altro elemento importante della sua pedagogia risiede nell’invito alla contemplazione delle cose: “Abituate i ragazzi alla contemplazione delle cose, delle piccole cose, perché sfuggono, ormai. Questo ve lo dico con passione, col brivido della passione. Ve lo dico perché lo sperimento io (…) La contemplazione era il gesto dell’augure, il sacerdote pagano, che col suo bastone disegnava simbolicamente uno spazio, ‘temno’ e poi, all’interno di quello spazio che aveva disegnato, si fermava a osservare gli avvenimenti che si succedevano: il volo degli uccelli, oppure il passaggio degli animali”.
Ritengo che, in questo stralcio, don Tonino abbia tracciato un elemento del proprio Essere ovvero che ci abbia voluto insegnare a contemplare la Natura, a porre attenzione ai passaggi dei gabbiani (a lui tanto cari), alla Natura che si trasforma di stagione in stagione. Credo che questo sia un aspetto determinante del don Tonino educatore e quasi pedagogista, perché mi ha condotto a saper contemplare tutto ciò che mi circonda, a fotografarlo nella mia memoria; e oggi, nel mio lavoro di educatore a scuola, provo a trasmetterlo ai “miei” bambini.

Vedere oltre
Un altro tema caro a don Tonino era quello della “dilatazione dello spazio, la capacità, cioè, di vedere più lontano”. “Se vuoi essere universale, parlami del tuo villaggio”, diceva uno scrittore. Questo significava abituare i ragazzi, ad esempio, a guardare il proprio villaggio: le pietre del proprio villaggio; le fontane; le cascate, gli spazi. E aiutarli a dilatare lo sguardo fino agli estremi confini della Terra, perché davvero tutti i bisogni entrino nella piccola casa. Dilatare lo spazio e poi restringere il tempo significa riscoprire il valore del tempo, sottrarlo, cioè, a quella pregiudiziale economica e, quindi, riscoprire il valore del tempo e la sua gratuità. E, parlando del suo maestro, traccia in modo unico alcuni tratti del suo messaggio pedagogico: “Forse la grandezza del mio maestro era tutta qui, in questa capacità di comunicare messaggi profondi più col silenzio che con le parole, di lavorare su domande legittime, di saper attendere, di non tirare mai conclusioni per tutti, di costruire occasioni di crescita reciproca, di accettare le differenze come un dono, di ritenere i suoi ragazzi titolari di una forte capacità progettuale, di dare più peso alla sfera relazionale che a quella istruzionistica, di interpretare la scuola come gioco, anzi come una festa in cui il primo a divertirsi era lui”. Ed è questa la vera novità di don Tonino, non la Carità o il suo impegno in Pax Christi ma la Persona, che ingloba e supera tutte le altre esperienze. Don Tonino intuisce che “se il nucleo di ogni Persona divina consiste in una relazione, allora ognuno di noi, in quanto Persona, stringi stringi, deve essere essenzialmente una relazione. Un Io che incontra un Tu e che diventa un Noi (come scrive anche Buber), un incontro con l’Altro. Don Tonino sceglie, come stile, la relazione interpersonale fatta con una persona dal volto unico e irripetibile, dove entra il principio di libertà e con esso il cominciamento di qualcosa di nuovo, inedito, senza previsione e quindi caratterizzato dallo stupore. L’inedito è fondamentale, perché l’uomo senza fantasia corre il rischio concreto di diventare a dimensione unica; per questo è prioritario educare alla libertà. “Dobbiamo educare la gente ad essere libera perfino di decidere diversamente da come vorremmo noi (“In confidenza col padre”), perché è nell’intimo nucleo di libertà che si misura la grandezza irripetibile di ogni uomo. Ed è per questo che la pedagogia esperienziale di don Tonino trova ulteriore e ancora più chiara spiegazione se si fa riferimento anche alla Teologia della Liberazione, che il vescovo di Molfetta cita ripetutamente, ricordando soprattutto quei vescovi dell’America Latina, e in particolare il vescovo Romero, che erano usi affermare con la forza delle parole e soprattutto dei comportamenti “il potenziale evangelizzatore dei poveri” (“Al pozzo di Sichar. Appunti sull’alterità” in “Scritti di Pace”. A. Bello), dimostrandosi così lungimiranti da proporre una catechesi il più possibile attenta ai segni dei tempi (“Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi” in “Diari e scritti pastorali”, A. Bello). E questa attenzione ai “segni dei Tempi” prevede di possedere uno sguardo nuovo, capace di saperli cogliere, leggere e interpretare, così da saper rispondere con tempestività ai bisogni che si riescono a percepire (“Sollecitudo rei meridionalis” in “Articoli, corrispondenze, lettere, notificazioni”, A. Bello). Questo è, dunque, un tema generatore, che fornisce a don Tonino l’opportunità di condividere le istanze di cambiamento che vede maturare tra le Persone, come, ad esempio, la necessità di recuperare la dimensione della contemplazione dell’esistenza (“I Segni dei tempi” in “Omelie e scritti quaresimali”, A. Bello) o l’affacciarsi di nuovi segni di speranza, che conducono a guardare in avanti e non all’indietro, come lo sviluppo di una nuova coscienza popolare che giudica, che controlla, che desidera chiarezza, che vuole pulizia e che, giustamente, assolve e condanna, perché il mondo non è invecchiato. Questi segni sono necessari ad avviare il cambiamento, perché lo orientano; e il cambiamento è inevitabile. Per questo “l’obiettivo dell’educazione diviene l’esigenza di regolare sul metro dell’uomo la trasformazione continua della società, dal momento che l’educazione è attività sociale, avente il suo fondamento nell’uomo” (“Educazione degli adulti”, M.L. De Natale).

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