POLITICA

Icona del buon samaritano

Don Tonino Bello e il bene comune: siamo tutti al servizio della città. Perché è un delitto lasciare la politica agli avventurieri.
Sergio Magarelli

Don Tonino Bello ha edificato le fondamenta del suo ministero sacerdotale, ma soprattutto del suo magistero episcopale, sulla roccia della giustizia, della fraternità (convivialità delle differenze), della pace, della misericordia, prendendo come modello la volontà di Dio. Attento a non considerare mai il Vangelo una semplice esercitazione letteraria, il vescovo di Molfetta è stato sempre capace attraverso ogni gesto, ogni parola, ogni sentimento, di costruire la sua casa sulla stabilità di questa roccia. La casa costruita sulla pietra nella parabola di Matteo diventa, nell’esperienza terrena del Servo di Dio, la casa sicura dove il riparo è per tutti, ma il cui accesso passa attraverso una sola porta: quella del servizio.
L’intero impegno cristiano di don Tonino è una testimonianza perenne di servizio, ma anche un invito costante al servizio come elemento imprescindibile della credibilità. La “Chiesa del grembiule” è un esempio, ed è l’immagine del servizio per eccellenza che il vescovo ha saputo trasmettere. Ma c’è un’altra icona, forse la più intensa, che don Tonino ha voluto comunicare: l’immagine e la visione di una politica intesa come azione vivida della carità.

Laici dentro
Attraverso l’azione politica si costruisce il presente e il futuro della società, dell’uomo, della sua capacità di affrontare le sfide della storia e della geografia. La consapevolezza di questo ruolo fondamentale che egli ha attribuito alla politica, lo ha portato a esporsi sul piano dialettico e pragmatico lungo tutto il cammino del ministero episcopale. Il concetto chiave del suo pensiero è oggi riconducibile, più degli altri, a una espressione di particolare risonanza: “Non c’è una politica cristiana, così come non c’è una matematica o una chimica cristiana. C’è un modo cristiano di fare politica”. Attraverso questa carismatica espressione, don Tonino è stato capace di tracciare con decisione una nitida separazione (non solo concettuale) tra politica e cristianità. È ancora più diretto quando giustifica questa posizione, dichiarando che la politica “ha una laicità che deve essere preservata da ipoteche confessionali”. Il vescovo di Molfetta ha avuto, dunque, un’unica idea universale di intendere e praticare la politica. Una politica indifferentemente ispirata alla libertà evangelica o alla cultura laica, ma a una sola condizione, capace di mettere al centro la persona: “La persona, non il calcolo di parte. La persona, non le astuzie di potere. La persona, non le mosse egemoniche. La persona, non il prestigio delle fazioni”. L’idea del “Bene Comune” è il fulcro del suo pensiero politico e non solo. L’attività amministrativa della politica è intesa come attività di bene per tutti, non soltanto dei poveri che restano l’opzione preferenziale.

Provocare la crescita
Il “Bene Comune” ha attraversato nel profondo l’intera esperienza di pastore, portandolo a invitare la sua Chiesa ad assumere, nei confronti del mondo politico, un atteggiamento di servizio. Il servizio è inteso come “azione di rispetto, d’incoraggiamento, di sostegno e di preghiera perché gli uomini impegnati nelle istituzioni pubbliche conducano nel migliore dei modi la loro difficile missione”.
Ma non è tutto qui. Don Tonino ci offre un’altra chiave di lettura. Se da una parte intende escludere ogni coinvolgimento della Chiesa in questioni politiche per evitare il rischio di elaborare quelle che egli definisce scelte dirette, dall’altra parte non esclude il dovere di denunciare. E, a questo proposito, la distinzione dei ruoli diventa importante più d’ogni suo impegno, ogni suo ammonimento o denuncia. Don Tonino ha sempre rivendicato, con estrema chiarezza, i diversi compiti fra Chiesa e politica. A quest’ultima ha riconosciuto il compito di reggere, alla Chiesa quello della profezia. Richiamandosi al Vecchio Testamento, ha riconosciuto i due ruoli diversi e opposti, non in sintonia, ma capaci entrambi di “provocare la crescita nella città”. Alla luce di questa distinzione non si può non cercare una strettissima relazione tra denuncia e disturbo, soprattutto soffermandoci sulle parole del vescovo quando afferma: “Non dovete aspettarvi mai che il vescovo, che annuncia la parola di Dio, sia sempre condiscendente, sia ovattato nel suo linguaggio, temperi i suoi bollori”. Questo modo di pensare si è tradotto nella prassi, quando in diverse circostanze ha esternato il suo pensiero facendo ricorso a parole audaci e cariche di profezia. Così si è manifestato per don Tonino il significato di denuncia e di provocazione: azioni che hanno avuto lo scopo di promuovere non solo il risveglio delle coscienze, ma anche il disturbo di chi le manovrava.
L’atteggiamento di servizio nei confronti del ruolo della politica non è stato per il vescovo soltanto un invito rivolto alla Chiesa. Anzi, ha più volte precisato che il compito della politica è soprattutto quello del servizio, invitando i politici a ispirarsi all’icona del samaritano. Il politico che diventa il “buon samaritano” è l’immagine, secondo don Tonino Bello, dell’uomo capace di misericordia, dell’uomo che vive l’impegno della politica facendosi vicino al popolo, come il buon samaritano, e di avere misericordia del dolore della gente.

Il buon samaritano
Voglio soffermarmi su quest’aspetto perché ritengo l’argomento una tra le pagine più belle della letteratura profetica di monsignor Bello, quella che racchiude la riflessione parlando di tre interventi che il vescovo distingue nell’azione politica del buon samaritano: l’intervento dell’ora giusta, quello dell’ora dopo, e quello dell’ora prima. Il vescovo appunta che “i primi due sono stati messi in atto. Il terzo intervento, no”. L’intervento dell’ora giusta corrisponde all’azione del samaritano che, a fatto compiuto, si occupa di soccorrere il malcapitato. Don Tonino lo descrive come il gesto del pronto soccorso, un’azione che il politico in ogni caso non può trascurare, “magari sotto il pretesto che a lui non spetta fare assistenzialismo e che gli compete, invece, interessarsi solo dei massimi sistemi”.
L’intervento dell’ora dopo corrisponde all’azione del samaritano che, raccolto il povero malcapitato dal ciglio della strada e dopo avergli curato le ferite, si occupa di lui anche il giorno seguente facendosi carico delle spese. Questo intervento è definito dal vescovo come “progetto globale di risanamento”, ossia manifestazione della “volontà politica” del Samaritano, che va oltre il primo aiuto fino a rimetterci tempo e denaro: “Questa è la vera carità politica, che analizza in profondità le situazioni di malessere, apporta rimedi sostanziali sottratti alla fosforescenza del precariato, non fa, delle differenze della gente, l’occasione per gestire i bisogni a scopo strumentale di lucro o di potere, e paga di persona il prezzo salato di una solidarietà che diventa passione per l’uomo”.
In ultimo don Tonino introduce l’intervento dell’ora prima, in realtà non contemplato dal Vangelo, “ma che è lecito ipotizzare in questi termini: se il samaritano fosse giunto un’ora prima sulla strada, forse l’aggressione non sarebbe stata consumata”. Il vescovo spiega il concetto riferendosi alla necessità della “compassione del cervello”. Il politico deve prevenire i bisogni della gente, giocare d’anticipo sulle “emergenze collettive”, e deve intuire soprattutto le novità. Nel momento in cui la Politica attraversa una profonda crisi d’identità e credibilità, a vent’anni dal dies natalis del Servo di Dio, il messaggio che oggi ereditiamo da don Tonino è riconducibile a una sua espressione, forte e autentica: “è un delitto lasciare la politica agli avventurieri”.

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