CHIESA

Al di là di una biografia

L’esperienza ecclesiale di don Tonino va letta nel contesto storico in cui era collocata. Uno sguardo conciliare.
Giovanni Turbanti (dottore di ricerca in Storia religiosa, si occupa in particolare del Concilio Vaticano II)

In una delle prime meditazioni per gli esercizi spirituali ai sacerdoti ammalati che accompagnava a Lourdes, nel luglio 1991, don Tonino Bello sottolineava come, sull’esempio dell’amore di Dio per il mondo (secondo Gv 3,16), anche la Chiesa e i sacerdoti dovessero pensarsi al servizio del mondo. E delineava poi quale fosse l’oggetto proprio di questo amore: “Il mondo è l’umanità che ci passa accanto. È il mondo della violenza, il mondo delle periferie, il mondo della droga, il mondo della cattiveria, il mondo del sopruso, il mondo dello squallore, il mondo delle nostre strade invase dalla prostituzione e dalla delinquenza, il mondo dei lontani, di quelli che non hanno mai sentito parlare di Dio, di coloro che non hanno assunto la logica delle beatitudini all’interno della loro vita spirituale. Questo mondo che ci fa gli sberleffi, che sorride dei nostri slanci, che si meraviglia di fronte alla nostra fede, che ci domanda scettico: ma cosa volete da noi?”. C’era, evidentemente, nei brevi tratti di questa descrizione, l’ansia pastorale del sacerdote e del vescovo che, nel suo ministero, guardava agli ultimi e ai lontani. Ma c’era anche qualcosa di più: si riconosceva da un lato l’esperienza profonda di questa dimensione della modernità, dall’altro la consapevolezza teologica del valore che proprio il mondo aveva nella salvezza: “Il mondo non è il rivale della Chiesa. Il mondo deve essere il termine della passione della Chiesa, così come è il termine della passione di Dio, così come è il termine del progetto salvifico di Dio” (don Tonino Bello, Cirenei della gioia, ed. San Paolo, 1998, pp. 25, 28). Questa chiara percezione teologica rappresenta il tratto saliente della sua esperienza pastorale. Il mondo, colto nella sua concretezza vissuta, è il punto di partenza necessario della fede.

Il Concilio
Per questo l’esperienza ecclesiale di don Tonino non può essere adeguatamente compresa se non a partire dal contesto in cui si è svolta, rispetto al quale ha rappresentato un segno insieme di partecipazione e di provocazione. In questa prospettiva, la sua vicenda biografica è una finestra importante da cui si possono cogliere alcuni degli snodi più rilevanti della storia ecclesiale dei decenni post-conciliari. Le tappe principali della sua vita sono state ricostruite con precisione da alcune ricche biografie che hanno attinto anche alla sua documentazione personale (S. Paronetto, Tonino Bello maestro di nonviolenza, Paoline, Milano 2012; C. Ragaini, Tonino Bello. Fratello vescovo, ed. Paoline, 2012; D. Marrone, Don Tonino Bello e il suo messaggio, San Paolo ed., 2001). Da un punto di vista storiografico alcune di queste tappe meriterebbero certamente ulteriori approfondimenti: così, per esempio, il percorso della sua formazione nel seminario di Ugento e in quello di Molfetta, il periodo presso il seminario dell’Onarmo a Bologna, i corsi seguiti a Vengono, le lezioni frequentate durante il concilio all’Università Lateranense. Non solo per cogliere cosa ci sia alla base della sua successiva esperienza episcopale, né solo per delineare i tratti salienti della sua personalità, ma soprattutto per riconoscere il contesto di cui questa personalità è stata espressione.
Da questo stesso punto di vista, particolarmente interessante è stato il periodo conciliare, vissuto da don Tonino accanto a mons. Ruotolo, figura non certo di secondo piano tra i vescovi italiani. La sua esperienza del Concilio, vissuta appena al di qua dell’aula, probabilmente all’interno di quella “cucina” che del Concilio è stata la parte più importante, è stata davvero decisiva per la sua formazione. Le poche pagine di un suo diario personale di quel periodo, pubblicate da Marrone, lasciano intuire solo qualcosa delle sue impressioni, delle sue riflessioni.
Ma gli anni in cui con più decisione sono maturate la sua sensibilità e le sue riflessioni sono stati senza dubbio quelli dell’immediato post-concilio, passati come vice-rettore del seminario di Ugento, in un periodo che lo vide al centro di uno straordinario fermento di iniziative di studio e di rinnovamento. Dopo la morte di mons. Ruotolo, la diocesi di Ugento fu affidata per lunghi anni a un amministratore apostolico fino alla nomina di mons. Mincuzzi nel 1974. Don Tonino fu delegato vescovile per l’Aci, poi assistente degli universitari e, con il nuovo vescovo, direttore dell’Ufficio pastorale, segretario del Consiglio presbiterale e del comitato per il convegno nazionale su Evangelizzazione e promozione umana. Sappiamo che quegli anni furono pieni di tensioni ecclesiali in molte diocesi e soprattutto nei seminari. Anche nelle Chiese pugliesi i fermenti post-conciliari furono sensibili, con forti contestazioni e spinte non solo per un rinnovamento interno alla Chiesa, ma anche per un impegno più concreto verso la società.

Coscienza critica
È qui che si devono ricercare le radici più importanti della sua esperienza, a partire da una presa di coscienza, che non fu solo sua personale, ma di tutta la comunità ecclesiale, circa i bisogni più urgenti della società e delle responsabilità che per il Vangelo si imponevano ai cristiani: di quella società bisognava farsi coscienza critica, rivelarne le contraddizioni e le ingiustizie, le violenze e le povertà. Da semplice pratica esteriore di riti tradizionali, la fede doveva diventare progressivamente presa di coscienza e tradursi in un impegno concreto in favore dei poveri e degli emarginati, non solo in senso assistenziale, ma anche attivamente politico. Così, tra i fermenti di rinnovamento che penetravano nelle diocesi e gli incarichi pastorali che gli venivano affidati, maturava l’esperienza di fede di don Tonino; si faceva critico il suo rapporto con le istituzioni, anche quelle ecclesiali quando non avessero corrisposto alle esigenze evangeliche, si formava un modello pastorale che poi avrebbe sviluppato negli anni dell’episcopato.
Se la cifra della sua esperienza pastorale, prima come parroco e poi come vescovo, è stata quella di una stretta coniugazione della fede con i drammi della realtà sociale in cui si trovava a vivere è proprio in questa realtà che si deve andare a cercare il vero punto di riferimento del suo insegnamento e della sua spiritualità. Nasce da qui, mi sembra, e ne è chiara espressione, quell’ecclesiologia del “grembiule e dell’asciugatoio” che don Tonino Bello più volte ripropose nelle sue parole e soprattutto nei suoi gesti. Una prospettiva che superava d’un balzo la stessa ecclesiologia conciliare, preoccupata soprattutto della teologia e della vita interna della Chiesa, ma poco attenta poi alle esigenze vere dei poveri e degli esclusi. Essa si richiamava piuttosto alle istanze del gruppo della “Chiesa dei poveri”, che non era riuscito ad avere grande risonanza nell’aula conciliare, ma che ne ha avuta, poi, ben più ampia ed efficace in molte chiese negli anni successivi. E in Italia proprio il convegno su Evangelizzazione e promozione umana è stato una tappa decisiva in questo senso.
All’interno di questa prospettiva di fede e di questa ecclesiologia si inscrivono le battaglie condotte da don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, che tanto scalpore hanno suscitato nell’opinione pubblica: l’attenzione al problema abitativo, a quello della disoccupazione, al dramma dei rifugiati e degli immigrati. In questa prospettiva anche gli scontri con le autorità politiche locali e nazionali, con i gruppi di potere palese o occulto, le critiche a quei settori ecclesiali e clericali che di quei gruppi si facevano subalterni. E all’interno di questa medesima prospettiva si situa anche il tema della pace e l’azione di don Tonino, prima solo dalla sua cattedra episcopale e poi anche come presidente di Pax Christi. Progressivamente il tema della pace è diventato la cifra attraverso la quale leggere tutto, con la voce profetica di chi non teme di denunciare gli interessi dei mercanti di armi, la politica del rafforzamento militare, le ipocrisie dei semplici spettatori che guardano indifferenti il dramma dei conflitti nella ex - Jugoslavia o in Iraq.
Questa esperienza profetica non la si può cogliere nel suo vero significato senza ricondurla al contesto sociale ed ecclesiale in cui è maturata, come esperienza che non fu, dunque, solo di don Tonino, ma di tutta una comunità, pur nelle contraddizioni che ha dovuto affrontare, nelle difficoltà del suo svilupparsi, anche nell’incertezza degli esiti. Eppure di quella difficile stagione essa è stata sicuramente uno dei frutti più ricchi, al quale ancora oggi guardare per trarne una lezione per le sfide che dobbiamo vivere.

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