CHIESA

La Chiesa del grembiule

Don Tonino e il suo modo di vivere la comunità ecclesiale: cinto da un grembiule, al servizio dell’umanità.
Ogni uomo, ogni donna, è immagine di Dio.
Brunetto Salvarani (Direttore Cem Mondialità)

Lo confesso. Mi è impossibile, accingendomi a riflettere sulla visione di Chiesa di don Tonino Bello, non situarmi nel doppio contesto spaziotemporale in cui mi trovo. Da una parte, la location della mia diocesi e comunità civile: vivo a Carpi, che per alcuni mesi, a partire da maggio 2012, ha vissuto l’esperienza di un terremoto che – fra le altre cose – ne ha messo fuori uso la stragrande maggioranza delle chiese (intese come edifici). Dall’altra, il momento storico, probabilmente epocale: sono, questi (al momento in cui l’autore scriveva l’articolo, ndr), i giorni che seguono la clamorosa rinuncia di Benedetto XVI, e che precedono l’avvio del conclave in cui i cardinali convocati dovranno decidere il nome del suo successore. Due condizioni, a ben vedere, entrambe in grado di suggerirci una chiave di lettura della Chiesa alquanto diversa da quella presente, in genere, nel nostro immaginario: quella di una realtà fragile, tutt’altro che onnipotente, sottoposta ai colpi di due diversi tipi di sisma, diversissimi fra loro, eppure uno non meno forte dell’altro. È qui, mi pare, che la memoria di don Tonino, la sua idea di una Chiesa che faccia del servizio e dell’annuncio di un Gesù spogliato di tutto la ragione unica della sua esistenza, può soccorrerci per tentare una risposta, dal punto di vista di Dio, a quanto è avvenuto. Inevitabile, per spiegarlo, riandare a una sua celebre riflessione, tanto usata da dar vita a un vero e proprio slogan: “A me – scriveva il vescovo pugliese – piace moltissimo l’espressione Chiesa del grembiule, cioè Chiesa del servizio. Sembra un’immagine un tantino audace, discinta, provocante, ma è al centro del Vangelo: ‘Gesù, preso un asciugatoio, se lo cinse intorno alla vita. Poi, versata dell’acqua in un catino, cominciò a lavare i piedi dei discepoli’ (Gv 13, 3-12).

Paramenti
Per l’ordinazione, le suore del paese o gli amici ci hanno regalato una cotta, una stola ricamata in oro, ma nessuno ci ha regalato un grembiule, un asciugatoio. Eppure, è questo l’unico paramento sacerdotale ricordato nel Vangelo”. Ecco: la Chiesa del grembiule. Quella che, per ritrovarla, abbiamo dovuto cercare affannosamente nelle pieghe delle notizie e delle informazioni, perché ormai da troppi anni siamo invasi dalla sensazione che la Chiesa italiana abbia adottato ben altri mezzi – in primo luogo, l’ipotesi di spacciarsi per una sorta di religione civile – per esprimere la propria presenza nella nostra società. Con il rischio, così, di ridurre il Vangelo a legge morale, la Chiesa stessa a fornitrice di valori a comunità civili in agonia di senso, e di oscurare la dimensione di ulteriorità della salvezza che è evidente nella Bibbia (ma i cristiani possono accettare di rendere la loro esperienza fungibile alla società, senza mettere in discussione lo statuto escatologico di questa esperienza?). Ottenendo fra l’altro il risultato, si badi, di venire rifiutata come poco interessante, sempre più apertamente, dai giovani, qualunque significato si voglia dare a questo fatto: la prima generazione incredula, come l’ha significativamente definita don Armando Matteo, a indicare il progressivo divorzio con i nostri ragazzi.

Con brocca e asciugatoio
Scriveva ancora don Tonino: “Le nostre Chiese, purtroppo, celebrano liturgie splendide, anche vere, ma – quando si tratta di rimboccarsi le maniche – c’è sempre un asciugatoio che manca, una brocca che è vuota d’acqua, un catino che non si trova… Quando sono stato nominato vescovo, mi hanno messo l’anello al dito, mi hanno dato il pastorale tra le mani, la Bibbia: sono i simboli del vescovo. Sarebbe bello che nel cerimoniale nuovo si donassero al vescovo una brocca, un catino e un asciugatoio. Per lavare i piedi al mondo senza chiedere come contropartita che creda in Dio. Tu, Chiesa, lava i piedi al mondo e poi lascia fare: lo Spirito di Dio condurrà i viandanti dove vuole lui”. Qui don Tonino – che non era un ecclesiologo in senso stretto – dimostra di aver fatto sua la lezione di Paolo VI, quando – a più riprese – segnalò che oggi la Chiesa, per essere ascoltata nel mondo moderno, dovrebbe, più che proporsi come maestra di conoscenza, dimostrarsi testimone credibile del proprio messaggio. Un’idea che si sposa perfettamente con la visione del cristianesimo suggerita dal teologo Cristoph Theobald, oggi molto studiato, quando riferisce del cristianesimo come stile. Perché ciò che Gesù fa e dice nei suoi incontri è un tutt’uno con il suo essere, in lui ci sono un’assoluta unità e trasparenza di pensiero, parola e azione che sono manifestazione del Padre: una bellezza che affascina il credente e che può salvare il mondo. Dallo stile di Gesù emerge la provocazione di un cristianesimo che apprende, mentre le patologie e le infedeltà al Vangelo che pervadono ogni epoca della storia ecclesiale – compresa la nostra, posta alla fine del regime di cristianità – possono essere lette come rottura della corrispondenza tra forma e contenuto. Quando prevale la forma, si ha un cristianesimo ridotto a estetismo liturgico, istituzione gerarchica, struttura dove, però, è assente la sostanza di quell’amore che porta Gesù fino alla croce. Se invece prevale il contenuto, si ha un cristianesimo ridotto a impianto dottrinale e dogmatico, verità fatta di formule cui credere, priva di un legame vitale con l’esistenza delle persone. Gesù, dal canto suo, indica piuttosto la strada di un cristianesimo capace di apprendimento. Crea uno spazio di libertà attorno a sé comunicando, con la sua sola presenza, una prossimità benefica a tutti quelli che incontra. Una Chiesa fedele allo stile di Gesù, perciò, il nostro vescovo l’aveva intui-to appieno, non si presenta come istituzione detentrice di un sistema di dogmi da insegnare al mondo, ma spazio in cui le persone trovano la libertà di far emergere la presenza di Dio che già abita la propria esistenza.
Ogni persona – quali che siano la sua religione, il suo pensiero e la sua cultura – è portatrice di un’immagine di Dio che aspetta di rivelarsi come per gli apostoli nella Pentecoste, cioè di fare proprio lo stile di Gesù: quindi i cristiani dovrebbero essere in ricerca della manifestazione di Dio propria di ogni religione, cultura e pensiero, invece di assumere atteggiamenti di svalutazione e condanna. D’altra parte, riguardo la visione ecclesiale di don Tonino, il vescovo Luigi Bettazzi, che l’ha conosciuto bene, quando spiega i caratteri della Chiesa che egli amava, parla senza alcuna retorica di una Chiesa-comunione, china sui poveri e dipinta di profezia. Quella che emerge nella costituzione liturgica del Concilio, la Sacrosanctum concilium, secondo cui è la liturgia eucaristica il momento più alto e la principale fonte di vita per la Chiesa stessa, e quindi per ogni cristiano. Per corroborare la sua idea di Chiesa del grembiule, don Tonino faceva osservare che, mentre gli evangelisti sinottici si dilungano a descrivere nell’ultima cena i gesti e le parole con cui Gesù aveva istituito l’eucarestia, l’evangelista Giovanni – che scriveva dopo gli altri e aveva la preoccupazione di integrarli, quando riteneva opportuno, con sintesi teologiche o riportando particolari là omessi – riassume nel capitolo 13 l’ultima cena, già sufficientemente descritta, con la frase “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”, aggiungendovi significativamente l’episodio della lavanda dei piedi. Fino a commentare, come già citato, con l’arguzia che gli era propria, che, in fondo, l’unico paramento liturgico di quella prima messa era stato appunto il grembiule, e che la Chiesa – e ogni cristiano – per celebrare coerentemente l’eucaristia dovrebbe farlo cingendosi il grembiule, cioè ponendosi nell’atteggiamento del servizio, promuovendolo in sé e attorno a sé: “Col cencio ai fianchi, con quel catino nella destra, con quel piglio vagamente ausiliare, viene fuori proprio un’immagine che declassa la Chiesa al rango di fantesca…”.
Mi viene in mente la considerazione del vescovo francese Albert Rouet, autore del bestseller La chance di un cristianesimo fragile, a un giornalista che chiedeva cosa la Chiesa dovrebbe fare per poter essere meglio accolta nell’attuale congiuntura culturale, con cui indicava con parresia il suo sogno: “Rispondo alla domanda con un’utopia. Vorrei una Chiesa che osa mostrare la sua fragilità. A volte la Chiesa dà l’impressione di non aver bisogno di nulla e che gli uomini non abbiano nulla da darle. Desidererei una Chiesa che si metta al livello dell’uomo senza nascondere che è fragile, che non sa tutto e che anch’essa si pone degli interrogativi”. Insomma, come avrebbe risposto don Tonino: una Chiesa del grembiule.

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