TESTIMONIANZE

Nel ricordo della gente

Don Tonino ha segnato la memoria di tante persone che lo hanno incontrato, conosciuto e dialogato con lui. Quali echi ha lasciato? Cosa ha rappresentato per tutti coloro che ne hanno incrociato i sentieri?
Rosa Serrone (Agesci Giovinazzo)

Riportiamo di seguito alcune interviste che i ragazzi scout dell’Agesci di Giovinazzo (Bari) hanno fatto per strada e sul pullman, durante un pellegrinaggio diocesano sulla tomba di don Tonino il 17 marzo 2013. Sono voci e incontri diversi tra loro. Ricordi, parole, testimonianze che hanno lasciato un segno. Ieri come oggi. Sono pezzi di un puzzle vissuto, vero, che commuove e che ci aiuta a ricostruire la memoria e la storia. Perché la nostra storia è intrecciata con quella di don Tonino e con quella di tanta gente, di poveri, di lavoratori, in cerca di dignità o in lotta contro licenziamenti, e di popoli interi che bussano alla nostra porta.

Don Beppe: Sono stato seminarista con don Tonino e di lui ho un ricordo bello tra i tanti. D’estate ci portava a mare a S. Maria di Leuca – eravamo una quindicina – e poi a pranzo dai suoi fratelli. Non sapevo nuotare, lui era bravissimo e mi faceva nuotare appoggiando le mie mani sulle sue spalle. Quand’è morto, il mio impegno è stato anche quello di imparare a nuotare da solo.

Isa: Ricordo don Tonino per la sua semplicità. Mia sorella era nell’ACI (Azione Cattolica Italiana) e, dopo un incontro in parrocchia, don Tonino venne a casa per salutare mia madre anziana. Noi eravamo lì con i bambini; Cinzia, tre anni, si vergognava e si nascose. Nel panico generale tutti si misero a cercarla: dietro le tende, sotto i letti, poi per le scale. Anche don Tonino… come uno di casa! Infine la piccola fu trovata!

Tina: Ricordo quando venne in ospedale. La nonna si lamentava con lui della malattia, ma don Tonino la incoraggiò facendole notare che era circondata da figli e parenti. Le disse: “Vedi, io sto bene, ma non ho nessuno!”. Un giorno in chiesa gli chiesi di benedire le mie tre bambine ma egli rispose: “Sono loro che mi devono benedire!”. Poi leggendo i libri dopo la sua morte, l’ho conosciuto meglio. Grande fu il mio stupore quando, a Reggio Emilia, alla messa di Natale, mi diedero i suoi “auguri scomodi”.

Giovanni: Devo a don Tonino la mia serenità familiare. Lavoravo in ferrovia, ma ero lontano da casa. La nostalgia per i figli mi portava a prendere appena possibile il treno del ritorno. Andai da lui e gli chiesi di scrivere all’azienda per farmi avvicinare prima di logorarmi la salute. Egli lo fece senza problemi.

Raffaele: Ero lontano dalla Chiesa, non vi dico perché, e ho conosciuto don Tonino in occasione della cresima di mia figlia. Mi ricordo i suoi occhi fissi sui ragazzi durante la celebrazione. Egli aveva una luce particolare. Alla fine si recò da mia figlia e le chiese perché fosse particolarmente commossa. Aveva colto il suo dolore, forse per la mia lontananza dalla Chiesa.

Tonia: Lo ricordo nei giorni della chiusura delle Acciaierie. Milleduecento operai, la rabbia, i ricatti e l’illusione di salvarsi con la sottoscrizione di quote da un milione di lire, i cortei, l’occupazione dei binari… e don Tonino con il viso franco e le parole dolci che incoraggiavano… (Tonia non continua, sopraffatta dall’emozione)

Tommaso: Ricordo che diede 5 milioni di lire per aiutare le famiglie dei portinai e degli operai della manutenzione delle Acciaierie che non avevano salario da mesi e non potevano avere neppure la cassa integrazione perché non erano stati licenziati.

Giovina: Don Tonino è venuto due volte a casa mia. Si è seduto a tavola, ha ascoltato la mia storia: cinque figli di cui quattro emigrati in Germania e negli USA e la vecchiaia con marito e figlio disabili. I suoi occhi attenti e le sue parole mi consolavano. Ora la sua foto nella credenza mi fa compagnia; il ricordo è per me forza di vivere, nel mio piccolo mi sforzo di fare del bene.

Peppino: Nel 1982 ero sarto e avevo la bottega nel centro storico. Un pomeriggio entrò un signore vestito di nero e si mise affabilmente a chiacchierare. Parlammo della crisi del lavoro e della famiglia. Poi, prima di andar via, mi disse che era il nuovo vescovo. Don Tonino mi ha dato un onore che nessun altro mi ha dato! In seguito ho cambiato lavoro e ho avuto una tabaccheria. Chi veniva da me per fotocopiare le lettere di don Tonino su Luce e Vita non pagava!

Franco: Ho conosciuto don Tonino nel 1983. Gli chiedemmo di avere un prete come assistente scout e una sede più grande per accogliere altri ragazzi. Ci consegnò una stanza dell’episcopio e poi, quando la famiglia D.B., sfrattata, che lì abitava, ottenne una casa popolare, ci diede altre due stanze. Per l’assistente ecclesiastico disse che bisognava aspettare; anche l’educazione religiosa da parte dei laici andava bene!

Mariangela: Con Lello aiutavo padre Mariano, psicologo, nell’organizzazione dei corsi prematrimoniali. Don Tonino ci seguiva con interesse e invitò tutti i fidanzati a fine corso nell’episcopio a Molfetta. Ognuno portò qualcosa per la cena. Fu una bellissima serata di affabilità. Mi rimase impresso il suo frigo: vuoto!

Michele: Ho visto don Tonino commuoversi. A maggio 1991, Luigi, che aveva ricevuto una bici per la cresima, investito da un’auto, era andato in coma. I suoi, rispettando il suo pensiero, donarono cornee, cuore, reni. Don Tonino venne per celebrare le esequie e gli parlai di Luigi, dei simboli da portare all’offertorio: scarponi, calendario… Egli si commosse! Poi gli dissi che Luigi era vestito con l’uniforme e aveva al collo il fazzolettone scout con il nodo in punta per ricordare il suo impegno a fare meglio. Don Tonino, durante l’omelia, mi chiamò e mi chiese di sciogliere il nodo al fazzolettone perché Luigi aveva fatto del suo meglio – disse – donando gli organi.

Nicola: Devo a don Tonino il cambio della mia vita. Ero in ricerca e mi ero avvicinato alla Chiesa dopo la morte di mio fratello. Avevo espresso la volontà di divenire diacono permanente e, dopo il colloquio col parroco e col delegato diocesano, avevo cominciato il percorso; ma erano tante le difficoltà e un giorno, in San Domenico, mi avvicinai per raccontargli di me. Egli mi strinse forte la mano “Ce la farai!” disse e fu carica per il mio cammino.

Francesco : Ho collaborato con don Tonino come obiettore di Pax Christi e quello che mi ha colpito di lui è il rapporto con Dio. Quando lo cercavamo in episcopio e non lo trovavamo, era di sicuro nella cappellina a pregare. Qui aveva messo in un angolo un tavolino con una sedia e di notte scriveva. Pregava in macchina, durante i viaggi, o in fondo alla chiesa, quando visitava le parrocchie. La preghiera è la forza segreta della sua “contemplattività”.

Rosa: Ho conosciuto bene don Tonino in un corso speciale di preparazione al matrimonio. Andammo da lui per far luce sulle nostre perplessità e, pur nel rispetto delle nostre scelte, egli ci parlò. L’ascolto era emozionante. Io ero rapita e intimidita ma mai a disagio. Dopo ogni colloquio, si guardava intorno e ci regalava un libro, un oggetto. Per prassi non celebrava matrimoni per non creare differenze tra le persone, ma fu presente in chiesa tra gli invitati per farci sentire il suo affetto. Lo fece con noi e con tutti i giovani collaboratori che andarono sposi in quegli anni.

Emma: Ho conosciuto don Tonino dopo l’arrivo degli albanesi. Una quarantina erano ospiti nella Casina delle suore vincenziane, in parrocchia c’era la raccolta degli indumenti e alimenti, noi preparavamo la cena. (A mezzogiorno il pranzo era fornito dalla provincia di Bari) Don Tonino veniva a salutarci. Si era creato un clima familiare. Avevo portato a casa una ragazza perché il fratello temeva per lei. Una sera ci accorgemmo di avere la dispensa vuota. Ci recammo dal vescovo, trovammo altri in attesa. Alle 21 ci vide, ricordò di avere in tasca una busta con un’offerta ricevuta dopo un funerale, ce la diede senza aprirla. Non gli avevamo nemmeno detto che eravamo lì per chiedergli aiuto! Nella busta c’erano 700 mila lire che cominciammo a utilizzare già quella sera comprando dal mercato generale del pesce che cucinammo appena arrivati alla Casina.

Angelo: Ero ragazzo ai tempi di don Tonino e ricordo solo gli incontri di Avvento e di Quaresima – affollatissimi di giovani e interessati. L’ho conosciuto meglio negli anni dopo la morte quando mi impegnai da volontario con i bosniaci rifugiati nell’Istituto “Vittorio Emanuele II”. Professori, ingegneri, donne con bambini fuggiti dalla guerra per salvare le loro famiglie multietniche serbo-croato-bosniache. Don Tonino a Sarajevo era stato eroico. Quando giunsero a luglio 1993, non sapevano che era morto. Ricordo gli incontri, il canto “Mir, mir..”, i loro dolci, la nostalgia… Frequentavo una radio locale e, grazie a un ponte con radioamatori, riuscii anche a far parlare una di loro col marito che era militare a DonjVakuf.
Enzo: Grazie alla testimonianza di don Tonino mi sono impegnato. Dopo la sua morte, ho gestito con i volontari il magazzino e l’invio dei medicinali e dei pacchi viveri alla ex Iugoslavia. In suo nome sono nate amicizie con i profughi che durano ancora nel tempo: alcuni oggi sono tornati a Mostar, Sarajevo o sono negli Usa!

Rosa: Voglio raccontare del rapporto privilegiato che ebbe coi giovani. Veniva a scuola per Natale e Pasqua e otteneva senza problemi il silenzio di 600 studenti per l’autorevolezza e il fascino delle parole. Portava con sé storie o persone che testimoniassero la centralità di Cristo. Ricordo in particolare la visita di Hélder Camara, vescovo vestito di bianco e di una disarmante docilità. Il legame coi giovani fu speciale: era come noi sognavamo! Un giorno ebbe un incidente sulla Terlizzi-Giovinazzo: auto distrutta e lui illeso. Don Tonino chiedeva in prestito l’auto per visitare la diocesi e noi della Pastorale giovanile organizzammo una raccolta fondi: “Un’auto per noi”.
Arrivarono tante offerte, cercammo un’auto popolare, comprammo una Fiat Uno blu… Ma a don Tonino, che non sapeva nulla, giunse una lettera anonima con l’accusa di fingersi povero. Egli ci cercò e ci impose di restituire quanto avevamo ricevuto. Noi disobbedimmo e gli scrivemmo per raccontargli di questo regalo del popolo di Dio e di come, se avesse dato ascolto alla lettera anonima, avrebbe permesso al maligno di insinuarsi tra noi e dividerci. Il giorno del compleanno consegnammo auto, cartelloni, bigliettini e tutti i denari residui, ma don Tonino non c’era. Era in ospedale per la frattura di un dito della mano colpita da un violento che voleva più di quello che don Tonino aveva potuto dargli. Il momento più bello della nostra amicizia, però, fu il 18 marzo del 1993, un mese prima della morte, quando per il suo 58° compleanno in tanti nell’atrio dell’Episcopio intonammo “Freedom”, ”Nulla ti turbi” e “Tanti auguri a te..” e piantammo un cedro del Libano e una magnolia sotto la sua finestra nell’aiuola d’ingresso del seminario diocesano. Con la febbre ma felice, si affacciò dal balcone, ci chiese scusa perchè non era stato sempre con noi e ci disse, tra l’altro, che desiderava essere in mezzo al suo popolo. Nell’ultima omelia del giovedì santo, morente, ci consegnò parole sagge e di struggente bellezza.

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