PAX CHRISTI

Scuole smilitarizzate

Al via la Campagna per “Scuole che ripudiano la guerra”: educare alla nonviolenza anziché alla guerra.
Antonio Lombardi (Pax Christi Napoli)

Nel corso del suo recente Congresso Nazionale, Pax Christi-Italia ha lanciato la campagna “Scuole smilitarizzate”, con la quale denuncia la presenza crescente delle Forze Armate (FFAA) nelle scuole italiane, per attività che hanno il sapore di propaganda finalizzata al reclutamento, e al coinvolgimento degli alunni in visite a basi militari e caserme che nulla hanno a che vedere con il mandato educativo di cui esse sono investite.
La proposta avanzata alle scuole è di dichiararsi “Scuola smilitarizzata”, cioè una scuola che rifiuta di realizzare attività in partenariato con le FFAA, di esporre manifesti pubblicitari di queste ultime, di propagandare l’arruolamento o far sperimentare la vita militare, di organizzare visite a strutture riferibili ad attività militari. Ma soprattutto essere una scuola che sceglie di intensificare i progetti che consentano l’approfondimento della nonviolenza e in particolare della trasformazione nonviolenta dei conflitti.
Le scuole interessate potranno sottoscrivere ufficialmente il “Manifesto di una scuola smilitarizzata”, che riporta l’insieme degli impegni assunti, ed esporre il logo della Campagna all’ingresso, in modo che i genitori sappiano che, iscrivendo i figli a quella scuola, essi resteranno indenni dalla diffusione di una cultura militarista, tesa a rinforzare il mito del soldato che porta la pace e della guerra e della violenza come strumenti efficaci per affrontare i conflitti. Idee pedagogicamente disoneste alle quali Pax Christi contrappone la visione di una scuola che educa alla nonviolenza con la nonviolenza. Lo slogan della Campagna è assai eloquente e richiama l’art. 11 della Costituzione: “La scuola ripudia la guerra”.

Scuola e militare
La scuola italiana da sempre si è mostrata sensibile alle Forze Armate, favorendo le visite degli alunni alle strutture militari (ad esempio le accademie) e mostrandosi spesso piuttosto ancorata alla retorica militarista, naturalmente con la dovuta eccezione dei tanti insegnanti che da tempo si adoperano, per iniziativa propria, nella promozione di una cultura della nonviolenza. La novità, allora, è che da circa un decennio questa relazione scuola-FFAA ha avuto un’accelerazione e un’estensione che spinge quasi a pensare a una sorta di tacita alleanza tra mondo scolastico e apparati di guerra. Questa accelerazione può essere letta attraverso due lenti: l’impegno esteso delle FFAA italiane in operazioni internazionali, che richiede personale addestrato a disposizione, e la sospensione della leva obbligatoria a partire dal 1° luglio 2005, che ha, di fatto, allontanato i giovani dalla conoscenza diretta – potenzialmente attrattiva – della vita militare. Ciò ha reso ancor più necessario, di conseguenza, cercare sempre nuove vie per attingere al mondo dei giovani e rifornire di personale la struttura militare.
La scuola, pertanto, è stata vista come il luogo ideale per creare consenso intorno alla figura del soldato che porta la pace e della guerra come missione di pace. E per invitare ad arruolarsi. Dal canto suo la scuola, anziché opporre un rifiuto in nome di una pedagogia della pace, ha aperto le porte alle FFAA e ha di fatto violato il suo mandato di luogo in cui si educano i giovani a relazioni senza violenza e al rispetto della Costituzione che, all’art. 11, non dimentichiamolo mai, “ripudia la guerra”.

Il paradosso
È così che si è creato il paradosso di una scuola che, da un lato, denuncia giustamente i tagli continui cui è sottoposta, dall’altro collabora con quella struttura militare che ingoia somme faraoniche per i suoi strumenti di morte. Somme che potrebbero essere destinate in parte anche all’istruzione. Ogni volta che la scuola spalanca le porte a chi propaganda la guerra, tradisce la sua specifica missione educativa e non tutela la propria sopravvivenza ed efficienza. A corollario di tutto ciò, possiamo ricordare che recentemente, nel mese di aprile 2013, il ministero dell’Istruzione ha pubblicato le nuove linee guida per l’edilizia scolastica (le precedenti risalgono al 1975 - “Norme tecniche-quadro, contenenti gli indici minimi e massimi di funzionalità urbanistica, edilizia, anche con riferimento alle tecnologie in materia di efficienza e risparmio energetico e produzione da fonti energetiche rinnovabili, e didattica indispensabili a garantire indirizzi progettuali di riferimento adeguati e omogenei sul territorio nazionale. Linee guida”, NdA).
Il documento è dettagliato e innovativo e, in questa sede, ci è utile notare la seguente frase: “L’adattabilità degli spazi si estende anche all’esterno, offrendosi alla comunità locale e al territorio: la scuola si configura come civic center in grado di fungere da motore del territorio in grado di valorizzare istanze sociali, formative e culturali” (gli spazi di apprendimento, NdA). Insomma, la scuola dovrebbe diventare un “centro civico”, che sappia porsi come propulsore culturale, formativo e sociale nel territorio (con spazi aggiuntivi, auditorium, sala musica, biblioteca, sedi di società culturali e sportive, piscina, ecc...). A maggior ragione le FFAA andranno tenute lontane da questo tipo di scuola, poiché la loro presenza “culturale” avrebbe effetti ancor più ampi e devastanti, rischiando di trasformare il “civic center” in “military center”.
In tutte le iniziative propagandistiche e formative, messe in campo dalle FFAA con gli studenti, il messaggio è sostanzialmente questo: se entri nelle FFAA hai un lavoro sicuro e rendi anche un servizio importante alla collettività: perché la pace si fa con le armi e i soldati sono operatori di pace.

Risposta occupazionale?
Quale migliore motivazione per attirare i giovani, che temono di restare disoccupati?
Questo messaggio viene veicolato attraverso un variegato campionario di iniziative, estese a tutto il Paese e a scuole di ogni ordine e grado, che annovera interventi in aula, visite a strutture militari e sistemi d’arma, corsi di formazione teorico-pratici. Bambini, adolescenti e giovani vengono poi raggiunti anche fuori della scuola in luoghi da essi frequentati: è accaduto a Gardaland, a Magic World, persino al Giffoni Film Festival, e sulle spiagge e piazze d’Italia.
Facciamo qualche esempio. Nel 2007 un protocollo d’intesa tra l’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia e il Comando Militare dell’Esercito in Lombardia, dava avvio ad attività di propaganda e a corsi di formazione per gli studenti delle scuole superiori, comprendenti anche l’addestramento al tiro.
Nel 2009, ad opera dell’ex ministro Gelmini, furono invitati dirigenti, docenti, studenti e personale scolastico delle scuole di ogni ordine e grado a osservare un minuto di silenzio (21 settembre 2009, ore 12,00) in concomitanza con i funerali di Stato di sei soldati italiani morti in Afghanistan. La stessa cosa non è mai avvenuta per operatori umanitari o giornalisti morti in guerra: un atto, dunque, che s’inscrive chiaramente in un quadro propagandistico e che non ha nulla a che vedere con la funzione educativa della scuola.
Lo scorso anno circa 250 alunni delle scuole secondarie superiori di Giugliano in Campania (NA) vengono portati in visita al Centro radar di Licola, nel napoletano, con bus messi a disposizione dall’Aeronautica Militare (cioè con denaro pubblico). Posta sotto comando NATO, la base ha svolto un fondamentale ruolo nelle operazioni di guerra nei Balcani e in Libia. È uno dei centri chiave dello scacchiere di guerra NATO in Campania. Che cosa mai avranno da imparare degli adolescenti da questa selva di radar a servizio della distruzione?
Nel settembre 2012, vengono coinvolti gli alunni delle scuole casertane nei festeggiamenti per il rientro a Caserta dei bersaglieri della brigata “Garibaldi” dalla guerra in Afghanistan: la guerra che miete vittime numerose tra i bambini. La cosa più triste è stata che l’UNICEF Campania si sia adoperata ufficialmente per tale iniziativa.

Genitori consapevoli
I genitori devono essere consapevoli delle scelte “militari” della scuola e dirigenti e docenti, che approvano e sostengono tali iniziative, vanno messi di fronte alla loro responsabilità: a quale modello di cittadino si formano gli alunni quando si militarizzano le loro esperienze educative?
Insegnare che la pace si possa fare con la guerra e che i conflitti possano essere “risolti” con metodi violenti è pedagogicamente disonesto e politicamente pericoloso. Si ingannano i giovani, facendo loro credere di entrare in un’organizzazione di alto profilo etico, per poi scoprire, a loro spese, che è una fabbrica di morte. Se vogliamo una società che non sia violenta, occorre recuperare coerenza educativa: la violenza e la guerra vanno sempre smascherate, esse non sono mai necessarie o inevitabili; se giustifichiamo la guerra, alimentiamo il mito della violenza risolutiva e legittimiamo comportamenti violenti. La scuola non ha nulla di diverso da proporre?
La Campagna “Scuole smilitarizzate” è la proposta di restituire alla scuola il volto di comunità che educa alla nonviolenza con la nonviolenza e che ripudia la guerra, chi la promuove, chi la approva, chi la alimenta, chi la finanzia, chi va a combatterla, chi la rifornisce di armi e di giovani vite da sacrificare.

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