Libere di opporsi

Aminata Traoré, un’apolide nell’ordine cinico del mondo.
Dal Forum Sociale di Tunisi: voci di donne contro la guerra.
Raffaella Chiodo Karpinsky

Sin dall’avvio dell’intervento militare francese in Mali, Aminata Traoré – la nota intellettuale, ex ministra della Cultura e attivista di riferimento del Forum Sociale Mondiale – non ha abbandonato la linea dell’opposizione “senza se e senza ma” alla guerra. La sua posizione fermamente critica verso l’intervento dell’ex Paese colonizzatore è stata espressa a gran voce il 25 gennaio 2013, durante un collegamento diretto realizzato in occasione di un’iniziativa della Rete Internazionale delle Donne per la Pace alla Casa delle Donne di Roma. I contenuti di quell’intervento sono stati ripresi nell’intervista pubblicata sul Manifesto e nelle pagine di Mondo solidale di laRepubblica.it (www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2013/02/08/news/mali_temo_che_la_guerra_diventi_etnica_parla_aminata_traor_ex_ministro_della_cultura-52237635/). Successivamente, il 29 marzo, a Tunisi, durante il Forum Sociale Mondiale, partecipando a un seminario organizzato dalla stessa Rete e ribadendo le sue ragioni del no alla guerra, ha riportato gli effetti controproducenti dell’operazione francese, mettendo in luce al tempo stesso la debolezza e le responsabilità della comunità internazionale. In ambedue le iniziative citate, la Traoré ha espresso la profonda difficoltà, dovuta all’isolamento in cui si è trovata a vivere, a partire dalla sua presa di posizione controcorrente in Mali e sempre più nel resto del mondo.
Proprio a partire da quella sua difficoltà ed estraneità alla logica delle “soluzioni” militari esercitate in nome dell’ingerenza umanitaria, è nata in Italia la lettera aperta della Rete internazionale delle donne per la pace intitolata “Apolidi nell’ordine cinico del mondo” (ripresa nel sito di Mosaico di pace in versione integrale, nella rubrica “mosaiconline”). Una parola così carica di significati e pertinente – apolidi – usata da Aminata Traoré il 25 gennaio proprio per descrivere il suo stato d’animo. Ci disse: “Chi oggi è contro la guerra è isolato, è senza patria, è un apolide”. Con questo disagio e questa estraneità, Aminata Traoré continua a misurarsi tuttora. Le donne e gli uomini presenti all’incontro colsero quella sensibilità come un invito imperativo a noi qui, in Europa – in Italia in particolare, visto anche l’impegno diretto di Romano Prodi in veste di inviato speciale dell’ONU per il Sahel. Un invito a non sfuggire dalla responsabilità di rispondere a lei e a tutte quelle donne che subiscono l’effetto dell’intervento francese e, al contempo, la violenza di terroristi e mercenari che – da tempo e sotto gli occhi di tutta la comunità internazionale – impazzavano in Mali.
Il monito di Aminata ha sollecitato direttamente noi, invitandoci ad andare oltre la nostra solidarietà, a misurarci con il dilemma della violenza che le donne subiscono in contesti di conflitto. In Mali come in Afghanistan, Iraq e altrove. Il 3 maggio, la Traoré ha ripreso la parola con una nuova forte dichiarazione pubblica dopo l’ultima missione dell’inviato speciale. Nel lungo documento intitolato “Ridateci il nostro Paese!”, si sottolineano alcuni punti fondamentali della situazione di stallo politico-militare del Paese, della regione e le drammatiche conseguenze che prevedibilmente lasceranno il segno a lungo sul Mali (versione integrale su www.arawanexpress.com/le-mali-est-a-rendre-aux-maliens/). Si tratta di un’interminabile e implacabile sequenza di domande.
La Traorè comincia chiedendo: “Cosa è diventato il Mali?”. Si rivolge naturalmente e soprattutto ai cittadini maliani e al loro guardare a se stessi, alla propria dignità, indipendenza e capacità di azione politica. La destabilizzazione politica che ha preceduto l’intervento militare francese e i successivi sviluppi sono ormai sotto gli occhi di tutti (quelli che vogliono guardare) e complessa diventa la prospettiva. La ricostruzione dello spazio politico autonomo, dei processi di partecipazione democratica messi duramente alla prova e ora in uno stato di fragilità che ricorda tristemente il passato neocoloniale. Per rendere l’idea della situazione attuale, la Traoré prova a ricostruisce alcuni passaggi significativi citando ad esempio la domanda “a chi restituiremo le chiavi?” posta dall’ex ministro Pierre Lellouche, (UMP) il presidente del gruppo Sahel della Commissione per gli Affari Esteri dell’Assemblea nazionale francese. E la risposta emblematica “ma non c’è nessuno a cui passare la mano” da parte di Hervé Morin, (UMP) ex ministro della Difesa. Lo scambio di battute si è verificato il 22 aprile 2013, quando era in corso il dibattito parlamentare precedente il voto sulla proroga dell’operazione Serval, poco dopo approvata all’unanimità e riguardante l’organizzazione delle elezioni presidenziali (nel mese di luglio 2013). Tutto sta a indicare come il Mali oggi sia tornato sotto il controllo diretto e indiretto della Francia. Chi decide quando sarà opportuno e giusto restituire le chiavi del Paese ai maliani? Quali sono i criteri di riferimento e stabiliti da chi? Non è difficile immaginare la prostrazione in cui versa chi ha nella propria memoria la lotta per l’indipendenza e ha la consapevolezza del peso che questa situazione ha nel quadro più ampio nello scenario regionale e continentale. AminataTraoré coglie l’occasione della pubblicazione del documento per rendere noto e denunciare un fatto molto grave. Qualcosa che certamente deve sollecitare l’intervento della società civile italiana ed europea. Almeno quella che crede alla libertà di opinione contro la guerra. Il passaggio dedicato a questa denuncia è intitolato “Criminalizzazione e ostracismo” e recita così: “È il 12 aprile quando arrivo a Berlino su invito della Sinistra tedesca (Die Linke) e Parigi per il Nuovo Partito Anticapitalista (NPA) e scopro che ero diventata persona non grata in Europa, su richiesta della Francia. Lo stesso accade a Oumar Mariko, segretario generale del partito SADI (Solidarietà Africana per la Democrazia e l’Indipendenza). L’ambasciata tedesca mi ha concesso un visto che mi ha permesso di andare a Berlino, Istanbul (Turchia), e Amsterdam (Paesi Bassi), come inizialmente previsto. Per quanto riguarda la tappa di Parigi, è stata semplicemente annullata.
Ho appreso del mio status di persona non gradita da un messaggio che mi è stato inviato dalla Fondazione Rosa Luxemburg. “Il ‘futuro dell’Africa’, associazione co-organizzattrice del convegno a Berlino, ha protestato e altri partner hanno reagito a loro volta. Ringrazio tutti coloro che mi hanno dimostrato la loro solidarietà e ricordato il senso della mia lotta a favore di quanti credono che la Francia non abbia il diritto di violare la mia libertà di movimento a causa del mio disaccordo con Parigi...”. Il documento-denuncia prosegue con la descrizione di quelle che la Traoré ritiene essere le reali “ragioni” insite nell’intervento militare francese: “I temi dell’intervento militare in corso sono: economico (uranio, per l’indipendenza nucleare ed energetica), la sicurezza (minacce di attacchi terroristici contro gli interessi delle multinazionali tra cui AREVA, il rapimento di ostaggi, la criminalità organizzata, compreso il traffico di droga e la vendita di armi), la geopolitica (compresa la concorrenza di Cina) e la migrazione”. La Traoré torna a cercare una spiegazione sul comportamento dei suoi connazionali che non si sono opposti all’intervento francese e scrive “I maliani, che hanno accolto il presidente Francois Hollande come il liberatore, credevano che l’Operazione Serval avrebbe eliminato rapidamente il Paese di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) e la sua affiliata Ansar Dine e MUJAO e che la vita sarebbe tornata come prima. Ma poi sottolinea: “L’intervento militare ha indubbiamente ridotto la capacità distruttiva di jihadisti uccidendone centinaia e distruggendo enormi scorte di armi e di carburante. Ma le città di Gao e Timbuctu vedono l’azione di gruppi, chiamati ‘residui’ dalle fonti ufficiali, che continuano a sferzare attacchi nella zona. E va sottolineato che Kidal è nelle mani del Movimento Nazionale per la Liberazione del Azawad (MNLA) che vieta all’esercito maliano di accedere. Per paura di rimanere bloccata, la Francia rivede i propri numeri al ribasso senza però ritirarsi. La cooperazione con la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) con la mobilitazione di truppe africane della missione di supporto internazionale in Mali (MISMA) è tutt’altro che soddisfacente. E la missione delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA) verrà attivata solo nel mese di luglio”. Le domande della Traoré battono su punti sempre dolenti sul fronte interno: “Che Mali lasciamo alle generazioni future? Un Paese dove la partenza dell’ultimo soldato francese rappresentò uno dei momenti salienti della decolonizzazione e che ora perde ciò che rimaneva della sovranità? Fiducioso nel suo ruolo di liberatore, il presidente Hollande ha promesso, durante la sua visita a Bamako, nuova indipendenza, non contro il colonialismo, ma contro il terrorismo. Come se appartenesse alla Francia, per salvarci dal pericolo al quale essa stessa non è estranea se torniamo a guardare al suo intervento in Libia”.
Interrogativi brucianti per tutti. In Mali come in Europa.

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