Storie di profughi e di guerra

Il Mali e i volti di chi fugge per guerra.
Con il sogno del ritorno nel bagaglio.
E davanti rabbia, paure e incertezze.
10 giugno 2013 - Sara Prestianni (fotografa, specializzata in politiche internazionali d’immigrazione)

Nella sede del comune di Kalabancoro, quartiere sud della periferia di Bamako, i rifugiati del conflitto del Mali fanno la coda per iscriversi, per l’ennesima volta, nella lista degli sfollati. La maggior parte di loro sono fuggiti dalle loro case, nel nord del Paese, nei primi mesi del 2012, in seguito all’occupazione degli “islamisti” e per paura di ripercussioni in seguito all’applicazione della sharia. Mi mostrano il foglio che devono compilare per chiedere degli aiuti: debbono ridare le stesse informazioni di quando erano arrivati più di un anno fa. Sembra che poco o nulla sia cambiato per loro nel frattempo, anzi per alcuni la situazione è peggiorata. I familiari più o meno vicini, che li hanno accolti al loro arrivo nella capitale, dando prova di un’estrema solidarietà, non hanno più mezzi per poter continuare a farlo. Ai profughi, spesso, non resta altra soluzione che affittare delle case ma, visti i costi, non resta loro che occupare edifici precari, spesso ancora in costruzione, nei quartieri periferici.
Tra i rifugiati, Aboucar Madjou, cantante tradizionale di Timbouctou. All’arrivo degli islamisti e alla conseguente applicazione della sharia, la sua professione, considerata “impura”, è stata vista con sospetto. Dopo essere stato minacciato, con l’avvertimento di non esibirsi più in pubblico, ha deciso di fuggire. Aboucar è arrivato a Bamako, portando con sè tutta la sua famiglia e tutti i componenti del suo gruppo musicale Nanai, che nella lingua locale significa “fiducia”. In una stanza alloggia la sua famiglia, in un’altra, di 4 metri quadrati, tutti i musicisti e la cantante. Anche a Bamako non può suonare per decisione del governo centrale in seguito alla dichiarazione dello stato d’emergenza che proibisce qualsiasi manifestazione pubblica. Aboucar sopravvive chiedendo soldi in prestito a coloro per cui suonava nel passato, sperando che, un giorno, la situazione si calmi e potrà tornare a Timbouctou. Ora, nel centro di registrazione dei profughi, canta per i suoi compagni di sventura. A bassa voce, per non creare troppa confusione e attirare gli sguardi. Canta del suo Paese, della guerra che lo ha spezzato in due. Canta della pace, sperando che un giorno arrivi.
A centinaia di Km, nel campo profughi di Saagniogniogo, in aperta campagna, a una trentina di chilometri dalla capitale del Burkina Faso, Ouagadougou, incontro altri profughi maliani. A Saagniogniogo, a differenza degli sfollati interni in Mali, i rifugiati sono principalmente arabi e tuareg e sono partiti – raccontano – non tanto per paura dell’arrivo degli “islamisti”, i Mujao, ma piuttosto per timore delle ritorsioni dell’esercito del Mali. Al mio arrivo, sono i membri del consiglio dei rifugiati che mi accolgono, tutti uomini, tutti di origine tuareg. Dietro metri di stoffa colorata che coprono quasi completamente il loro volto, allungati su stuoie nei soli spicchi di ombra che il sole cocente della stagione calda concede, i profughi mi spiegano l’impasse in cui si trovano. Fanno parte dei quattrocentomila rifugiati accolti nei Paesi limitrofi, principalmente Mauritania, Niger e Burkina Faso. Provenienti dalla regione di Timbouctou, Gao, Kidal, Menaka, si dichiarano sostenitori dell’Azawad, lo stato autoproclamato del Nord del Paese, di cui il gruppo ribelle MNLA rivendica l’indipendenza da decenni. Spiegando i motivi della loro fuga, denunciano gli abusi dell’esercito del Mali contro di loro, che, in quanto arabi e tuareg, sono spesso assimilati agli islamisti, quindi arrestati, processati e, in alcuni casi, uccisi. Le tensioni tra i tuareg e l’esercito del Mali risalgono a ben prima dell’inizio del conflitto. Amnesty International, in un rapporto del 1° febbraio, denuncia esecuzioni sommarie di civili, accusati di far parte degli islamisti. A differenza dei maliani incontrati a Bamako, che hanno in gran parte accolto con entusiasmo l’inizio dell’operazione Serval, nel campo profughi di Saagniogniogo, la rabbia contro la Francia è palpabile e non solo è legata al silenzio con cui l’esercito francese tacerebbe sugli abusi dell’esercito del Mali, ma è anche legata al ruolo della Francia, nella coalizione NATO, che ha portato alla fine della dittatura di Gheddafi, considerata l’origine dell’arrivo degli islamisti in Mali.
Se denunciare gli orrori della dittatura di Gheddafi sembrava fondamentale allo scoppiare della rivolta libica, è altrettanto utile, ora, ricordare che gli Stati implicati in questo conflitto hanno agito sulla spinta degli interessi economici legati alle ricchezze del sottosuolo libico con poca lungimiranza e non tenendo conto della composizione del Paese e del ruolo chiave del dittatore nel mantenere gli equilibri dei diversi gruppi di ribelli nel Sahel. La Francia, che nella corsa per l’accaparramento delle materie prime in Africa ha pochi rivali, sembra non avere preso in considerazione che l’alto numero di armi, messe in circolo tanto dai sostenitori dei ribelli che da Gheddafi, sarebbero poi confluite nei Paesi limitrofi. Inoltre, l’esercito scelto del colonnello era formato principalmente da combattenti del Mali, presenti in Libia da generazioni che, alla sconfitta della loro guida, sono tornati, armati, nel loro Paese d’origine. Da là sarebbe nata l’unione con AQMI, già presente da anni nella regione, che avrebbe contribuito alla creazione dei movimenti islamisti, lanciatisi alla conquista del Paese, imponendo la sharia nei territori occupati, fino a quando sono stati bloccati all’altezza di Konna, nel gennaio 2013, dall’esercito francese. Non è un caso che in molti interpretano il recente attentato all’ambasciata francese a Tripoli, come diretta conseguenza del loro intervento in Mali.

Il dopo Serval
I profughi di Saagniogniogo osservano e commentano l’evolversi del conflitto. L’incertezza della situazione e l’attesa del ritorno – dicono – è ciò che più li logora. La sola certezza è che il tempo del ritorno non è ancora arrivato, e questo sembra loro molto chiaro.
Nonostante gli annunci tranquillizzanti del governo provvisorio e delle autorità francesi – dall’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per la creazione di una forza di pace composta da 12 600 caschi blu dal 1 luglio 2013 alla progressiva riduzione delle truppe francesi da 4 500, inviati all’inizio dell’operazione Serval, ai 1000 che resteranno a luglio – la situazione nel Paese resta tesa. Di fronte all’annuncio, poi, delle elezioni che si terranno nel luglio prossimo, in molti si chiedono che valore potrà avere una tornata elettorale a cui non potrà partecipare una buona parte della popolazione, poiché il nord, ancora in subbuglio, non sarà in grado, in così poco tempo, di organizzare i seggi e sarà difficile far accedere alle votazioni i 400 000 sfollati dispersi nei Paesi limitrofi. Queste elezioni sono fortemente volute dalla comunità internazionale, che necessita di un interlocutore ufficiale, ma sembrano tenere in poco conto le difficoltà che il Paese avrà, in così poco tempo, ad assicurare un voto democratico, specchio della volontà di tutto il Paese.
La guerra sembra, quindi, finita, ma la guerriglia sembra destinata a continuare. Particolarmente esplosiva è la situazione nella regione nord di Kidal, roccaforte sotto totale controllo del gruppo ribelle MNLA. Questa regione è stata teatro di conflitto tra i ribelli tuareg e il governo centrale dagli anni Sessanta. Gli accordi di Tamanrasset degli anni Novanta avevano marcato un’apparente rappacificazione tra i due fronti, interrotta ciclicamente nel 1995, nel 2006 e nel 2008, a cui sono seguiti altrettanti accordi di pace. Visto il passato di tensioni, è chiaro che l’esercito del Mali, nemico storico della ribellione tuareg, non accetterà ancora per molto il totale controllo del MNLA della regione di Kidal, permesso dalla Francia in cambio delle informazioni logistiche necessarie per stanare e combattere i Mujao. La tensione nella regione è acuita dalla forte presenza dell’esercito ciadiano, che conta almeno 2000 unità. L’attentato terrorista del 12 aprile 2013, in cui tre soldati ciadiani hanno perso la vita, lascia intuire che la loro presenza non sia particolarmente gradita nel territorio.
Pur avendo avuto un ruolo chiave nel bloccare l’avanzata degli islamisti in Mali, ancora una volta la Francia, con il suo intervento e le sue trattative sotterranee, ha contribuito a far perdurare tensioni che rischiano di protarsi per anni. Promettendo 1000 soldati a tempo indeterminato in Mali, si assicurerà il controllo del territorio, così come ha fatto con la vicina Costa d’Avorio, imponendosi come la “salvatrice” del Paese in conflitto.
Risulta chiaro che nessuna rappacificazione reale sarà possibile, senza che sia stata fatta prima una vera analisi storica della complessa situazione del Paese, dell’eredità di anni di ribellione e della particolarità della regione sahariana.

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