AMERICA LATINA

Dios no mata

Dio non uccide. Dal carcere estremo del regime argentino al Premio Nobel e alla sua forte testimonianza del Dio nonviolento: la voce di Adolfo Pérez Esquivel, recentemente in Italia per ricordare mons. Romero.
Fabrizio Truini (Punto Pace Pax Christi Roma, Cipax)

Finalmente abbiamo potuto abbracciarlo. Quando più di 40 anni fa alcuni di noi del popolo della pace manifestavano contro la dittatura militare argentina e quando a Natale del 1977 Pax Christi Internazionale dedicava il premio Giovanni XXIII al prigioniero Pérez Esquivel, non si poteva sapere di aver contribuito a salvare un piccolo-grande testimone della Pace.
“Qui non sei niente – gli urlavano le guardie del campo di concentramento da dove poi venivano fatti sparire i reclusi – sei nient’altro che un numero! Sei un numero! Non hai un nome!”.
Un nome che, invece, fece subito il giro del mondo. La crudele dittatura militare fu così costretta, per le grandi manifestazioni di protesta in Europa e negli Usa, a liberarlo. E nel 1980 gli fu conferito il Premio Nobel per la Pace. Perché? Chi era, che aveva fatto Adolfo Pérez Esquivel?
Nato nel 1931 a Buenos Aires – di sangue latino per parte del nonno paterno, immigrato galiziano, e di sangue indio per parte di madre, che muore quando ha tre anni – vive qualche anno in orfanotrofio, e poi con una nonna che parlava alle piante e agli animali. Da adolescente legge molto. Fa così la conoscenza di tre autori che lo affascinano: Gandhi per la sua Autobiografia, Thomas Merton per La montagna delle sette balze, e Sant’Agostino per la Città di Dio.
A quindici anni conosce Amanda, di etnia guaranì come la nonna: da lei non si separerà più. Insieme si iscrivono alla scuola di Belle Arti e poi, mantenendosi con piccoli lavori, all’università, per specializzarsi lei in musica e pianoforte, lui in pittura, scultura e architettura, materie che insegnerà nelle accademie d’arte. Nel 1956 si sposano e hanno tre figli.

Nonviolento
Nel frattempo Adolfo era diventato un collaboratore della comunità nonviolenta di Lanza del Vasto, il pensatore italo-francese che aveva creato, dopo la seconda guerra mondiale, una comunità rurale sul modello gandhiano dell’ashram. In questa veste nel 1973 accoglie Hildegard Goss Mayr, presidentessa del MIR, arrivata in America del Sud per preparare il secondo incontro continentale sulla nonviolenza, previsto l’anno successivo  a Medellin in Colombia. 
Pérez Esquivel venne scelto come coordinatore per tutta l’America Latina del movimento nonviolento Servicio Paz y Justìcia, che ancor oggi dirige. I suoi viaggi di attivista per la pace e rivoluzionario nonviolento, difensore intransigente dei diritti, e perciò deciso oppositore delle politiche ingiuste e oppressive  delle dittature militari (il golpe cileno di Pinochet è proprio del 1973, seguito da colpi di Stato in altre otto nazioni), non poteva passare inosservato. Nel 1974 va in Ecuador, a Riobamba, invitato dal vescovo Proaño e nella notte prima di incontrarlo fa un sogno, che poi trasferirà in un dipinto su tela: vede un Cristo con il poncho rosso, il cui volto si trasfigura in quello degli indios, dei campesinos, dei neri, dei giovani, degli operai che sopravvivono nelle favelas e nei tuguri: immagini di torturati che gridano il dolore di tutto il suo popolo.
Il 12 agosto 1976 – nonostante il golpe in Argentina del 24 marzo – è di nuovo a Riobamba per una riunione in difesa del vescovo rosso insieme a Josè Comblin e ben 17 vescovi di diversi Paesi, tra cui – oltre a quattro statunitensi – Samuel Ruiz, Mendez Arceo, Fragoso, ma non Angelelli, vittima di un incidente stradale, quasi sicuramente un attentato. Vengono tutti arrestati. L’unico corpo di reato trovato dai militari è la Bibbia. Il giorno dopo vengono rilasciati. Commenterà Pérez Esquivel: “Non sono riusciti ad arrestare il vero sovversivo: il Vangelo”. 

Il carcere
Passano pochi mesi. Il 4 aprile 1977 finisce in carcere. Torturato atrocemente, evita il volo della morte (che parte dal campo di concentramento dell’ESMA, la scuola della Marina diretta dal feroce ammiraglio golpista Massera, tesserato nella P2 di Lucio Gelli) solo per le proteste del mondo. Esce dal carcere di massima sicurezza il 23 giugno 1978, in regime di libertà vigilata. Ma da allora diventa la coscienza critica del popolo oppresso dell’America Latina; propugnatore delle libertà e accusatore inflessibile dei soprusi e della violazione dei diritti, non solo dei 30.000 uccisi, ma soprattutto dei tantissimi dei quali non si voleva neppure conservare la memoria del nome, i desaparecidos ricordati con manifestazioni nonviolente dalle madri, ora nonne di Plaza de Majo.
Come disse ricevendo il Premio Nobel ad Oslo, si considera “piccola voce dei senza voce… un servo della pace… convinto della forza evangelica della nonviolenza”; e in questo ruolo gira il mondo.
L’anno scorso venne in Italia per la presentazione della bellissima sua biografia scritta da Arturo Zilli, Dio non uccide, per l’editore ‘Il Margine’; e fu, quindi, invitato dal direttore del Cipax Gianni Novelli a tornare quest’anno per le celebrazioni di Romero. Eccolo, quindi, giungere a Roma, tra noi, preceduto da un altro argentino – papa Francesco – per ricordare il vescovo salvadoregno e i martiri dell’America Latina nella chiesa di S. Marcello, il 24 aprile scorso.
Ci parlò certo della speranza che ripone nel nuovo Papa suo concittadino, andato subito a riabbracciare, ma anche della sua terra: il continente della speranza, perché i suoi popoli, per lottare e ottenere libertà e verità, giustizia e pace si affidano sempre più alla forza fragile ma invincibile della nonviolenza. Tra l’altro nella chiesa gremita illustrò una grande copia del magnifico murales da lui dipinto nella chiesa di Santa Cruz della capitale argentina, intitolato ‘Martirologio dell’America Latina’.
E in previsione dell’imminente assemblea de ‘La Chiesa di tutti, la Chiesa dei poveri’ indetta per il 50° anniversario della Pacem in terris , e svolta a Roma il 6 aprile, gli abbiamo chiesto un’intervista. Eccola.

La sua voce
“Sono passati molti anni da quando papa Giovanni XXIII scrisse l’enciclica Pacem in terris. Eppure le sue parole restano di una grande importanza e attualità, non solo per i cristiani, ma per il mondo intero che si trova oggi di fronte a grandi sfide: dove va l’umanità? Qual è la sua relazione con madre natura? Quali sono i cammini della pace e della convivenza tra persone e tra popoli? Siamo chiamati a relazionarci in modo nuovo con la creazione, che Dio ha affidato a tutte e tutti. Dobbiamo ripensare la relazione dell’essere umano con la vita in un mondo violento, lacerato da guerre, fame, sofferenze terribili: anche se si vuole passarle sotto silenzio, sono vere ‘guerre silenziate’ la fame, la povertà, la marginalità, la distruzione dei popoli originari, le diverse violenze strutturali. L’enciclica Pacem in terris impegna le coscienze cristiane alla consapevolezza, all’impegno, ad assumere nuovi compiti: questo appello lo rivolge anche a tutte le donne e a tutte le persone di buona volontà. È prima di tutto un appello morale. Ricordo sempre un proverbio che dice: ‘Se non sai dove vai, torna indietro per sapere da dove vieni’. L’essere umano deve sapere qual è la sua identità, la sua appartenenza, la sua storia, la sua cultura, e la sua dignità di figlia e figlio di Dio. Dio pone a ciascuno di noi tanti segni di vita.
Per me, l’avvenimento che mi ha segnato maggiormente è stata la mia esperienza nella prigione argentina, proprio in quelle carceri nelle quali l’essere umano era torturato, assassinato e fatto sparire. Quando mi arrestarono, mi misero in un centro di tortura a Buenos Aires, in una cella strettissima: la chiamavano ‘il tubo’. Stavo sempre al buio. Per terra c’era fango e sangue.
Quando la guardia mi apriva la porta, potevo vedere sulle pareti le scritte dei prigionieri che erano passati per quel centro di tortura. Sono rimasto colpito da una grande frase che un prigioniero o una prigioniera aveva scritto con il suo sangue: ‘Diòs no mata – Dio non uccide’.
Questa frase è il mio conforto, perché se credo che è un Dio di vita, è un Dio di speranza, è un Dio di pace, è un Dio che ci ha dato questo mondo per essere felici.
Anche lì nella prigione si può tornare a sperare e a credere. E si può sperimentare che la resistenza nonviolenta è una grande forza morale.
I martiri non sono morti: sono semi di vita. Diedero la vita per dare vita. Il martirio è un segno di speranza che Cristo, la croce per Cristo, è pegno di resurrezione alla vita, alla vita del mondo di tutte le generazioni. Tra i martiri dell’America Latina voglio segnalarne uno per tutti: mons. Oscar Romero, icona e simbolo di tutti i martiri per la giustizia e la pace. Ma anche in Argentina abbiamo avuto un vescovo assassinato: mons. Enrique Angelelli; e anche decine e decine di religiose e religiosi; di sacerdoti, di laiche e laici che hanno dato la vita per dar vita.
Questo desiderio di vita e di resurrezione deve animare e stimolare le coscienze dei cristiani.
‘Hai que seguir andando’: si deve continuare ad andare avanti ‘seminando amore come il mais’.
La pace è una costruzione fatta giorno per giorno, costruendo relazioni fraterne tra le persone e i popoli. L’enciclica Pacem in terris ci chiama pertanto alla speranza, alla luce, alla conversione delle ingiustizie, alla costruzione di un mondo più giusto e fraterno per tutte e tutti.
Le Chiese, oggi, devono ripetere e attualizzare questo messaggio. Molte volte nella religione si è confusa la croce con la spada. In nome di Cristo si sono commesse grandi atrocità, violenze, uccisioni, guerre. Cristo è venuto a darci la pace, non la guerra. I cappellani militari che benedicono le armi, stanno benedicendo la morte, non la vita. Gli eserciti ci sono per fare la guerra. Nessun esercito è garante della pace, anche se la giustifica con questo nome.
Dobbiamo imparare a superare le guerre e i conflitti; a costruire una convivenza nella quale tutti gli uomini, tutti i bambini siano nostri fratelli; dobbiamo imparare a percorrere cammini di pace e a realizzare incontri di vita.
È importante oggi richiamare la Pacem in terris che non è solo un messaggio e un appello alla cessazione dei conflitti militari, ma è la richiesta di una nuova globale dinamica di vita da costruire tra le persone e i popoli. Non c’è nulla di più contrario alla pace della passività e della rassegnazione alla successione dei conflitti. Dobbiamo, invece, attivare concrete dinamiche, aprire nuovi orizzonti, scoprire nuove dimensioni di relazioni umane per la vita dei popoli.
Papa Giovanni XXIII nell’enciclica dimostra un’estrema chiarezza sulle necessità dell’umanità. Sono passati molti anni, ma i suoi richiami sono ancora di estrema attualità”.

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