CULTURE

Distanze

Se le distanze sono più immaginate che reali.
Focus sul Sudafrica, attraverso i racconti di Giuseppe de Mola, dall’apartheid ad oggi.
Intervista di Antonella Salerno (Etnie, APS Onlus per la tutela dei diritti dell’immigrato)

Sceglie il Sudafrica per l’ambientazione del suo esordio letterario (Distanze, Besa Editore, 2012) Giuseppe De Mola, operatore umanitario per l’organizzazione internazionale Medici Senza Frontiere in Yemen, Malta, Sudafrica, Sudan meridionale, e un passato come operatore sociale nel settore dell’immigrazione a ogni latitudine dell’Italia: da Trieste, con l’arrivo dei profughi durante la guerra in Kossovo, alla Sicilia degli sbarchi, dalla Puglia dei cosiddetti centri di accoglienza e dei lavoratori agricoli stagionali, alla Campania delle migliaia di immigrati invisibili e i diritti azzerati. I venticinque racconti che compongono Distanze tracciano un quadro minimo del Sudafrica di ieri, ma soprattutto del Paese com’è oggi, con le speranze nate dopo la fine dell’apartheid largamente disattese: l’integrazione tra bianchi e neri ancora da venire, la disoccupazione e la povertà dilaganti soprattutto nelle baraccopoli nere, le terre e le risorse economiche ancora nelle mani della minoranza bianca, la nuova classe dirigente nera arricchitasi con gli appalti e i soldi pubblici, la difficile gestione di milioni di immigrati in larga parte provenienti dal vicino Zimbabwe, nella tensione tra la volontà di assicurare a tutti il pieno godimento dei diritti civili e l’oggettiva scarsità di risorse.

Perché il Sudafrica?
Ho lavorato in Sudafrica come operatore umanitario per più di due anni, il primo anno alla frontiera con lo Zimbabwe, nella città di Musina, il secondo anno a Città del Capo. Due contesti completamente diversi, tanto che risulta difficile credere che appartengano allo stesso Paese: Musina è la tipica città di frontiera, la dogana con file di camion ad aspettare e centinaia di immigrati che ogni giorno passano illegalmente in Sudafrica, attraversando le acque del Limpopo e chilometri di filo spinato pressoché incustoditi; Città del Capo è la città cosmopolita per eccellenza, che ha nel vitalismo e nella multiculturalità i suoi tratti distintivi.

All’apparenza così distanti dall’Italia, non solo geo-graficamente.
Solo all’apparenza. Non so se per una certa nostalgia di casa, ma continuamente mi imbattevo in eventi, persone che mi riportavano a contesti in qualche modo familiari. Nel primo racconto si parla di appalti pubblici e di tangenti, di come la nuova classe dirigente si stia arricchendo con procedure di appalti irregolari, una classe dirigente che sembra aver smarrito ogni senso della cosa pubblica e del bene comune, in un Paese che alcuni intellettuali cominciano già a definire cleptocrazia e non più democrazia. Molti racconti sono storie di immigrazione, le violenze subite dagli immigrati durante l’attraversamento della frontiera, immigrati impiegati nelle aziende agricole in condizioni inumane, immigrati che cercano di sopravvivere nelle grandi città senza un alloggio dignitoso e nell’affannosa ricerca di lavori a giornata. In un quadro più generale in cui la massiccia presenza di immigrati provoca reazioni anche violente nella popolazione locale – nera – con i soliti mantra degli immigrati che portano con sé crimine e malattie e che tolgono il lavoro ai giovani del posto, paure che i politici, piuttosto che scongiurare e governare, cavalcano per nascondere i propri fallimenti.

Problemi a noi ben noti, dunque, e distanze azzerate.
Solo che il Sudafrica, benché si tratti di una democrazia ancora giovane, dimostra di avere forti anticorpi. Anche di recente, politici di rilievo coinvolti in scandali sono stati espulsi dall’ANC, il partito al governo, che poi è il partito di Mandela. E il giornalismo continua a esercitare appieno il suo ruolo di cane da guardia dei diritti umani e civili e del rispetto delle regole del gioco politico e istituzionale.

Il quadro che ne esce, comunque, è un quadro a tinte fosche, più nero che bianco.
Credo che questo sia dovuto anche al particolare punto di vista a cui mi costringe il mio lavoro di operatore umanitario, che è sempre un punto di vista “dal basso”, in soggettiva con chi all’interno dei processi evolutivi rimane indietro: per usare un altro termine a noi culturalmente più vicino, il punto di vista dei vinti. In ogni caso, non solo il Sudafrica di oggi è di gran lunga migliore di quello dell’apartheid, evocato nel libro, ma del Sudafrica di oggi cerco di evidenziare anche gli elementi di speranza. Penso ad esempio al racconto che chiude la raccolta, dove a un lutto che colpisce la protagonista si risponde comunque con la speranza in un futuro migliore, un futuro di integrazione tra popoli diversi, il valore del meticciato, il pieno godimento dei diritti civili, magari sotto l’ala protettiva e quasi mitica della montagna piatta che sovrasta quella città meravigliosa che è città del Capo. E soprattutto si celebra il valore del viaggio, come necessario processo conoscitivo e di crescita.

A proposito di viaggio, come si concilia quella che chiami “nostalgia di casa”, questo continuo ritrovare tracce familiari in contesti così distanti, con l’avere sempre una valigia in mano per via del tuo lavoro di operatore umanitario internazionale?
In uno dei racconti ambientato nel periodo dell’apartheid, alla fine degli anni Cinquanta, due giornalisti neri discutono sul tema dell’esilio. Preso atto della situazione tragica del proprio Paese, si dibattono nella scelta tra restare e contribuire a cambiare lo stato delle cose, anche esponendosi a gravi rischi personali, e fuggire, non sentendosi degli eroi, solo per concedere a se stessi e alla propria famiglia una vita almeno dignitosa. Con le debite distanze, e qui è proprio il caso di dirlo, è un dilemma su cui torno a interrogarmi ogni volta che prendo in mano una valigia per cominciare un nuovo viaggio.

Perché hai deciso di mettere per iscritto le tue esperienze attraverso un’opera di narrativa?
È importante sottolineare che non si tratta del diario delle esperienze di un operatore umanitario in Sudafrica, ma di narrativa tout court, tra fiction e docu-fiction, con racconti ambientati in Sudafrica che traggono spunto naturalmente dall’attività come operatore umanitario, ma anche da fatti di cronaca, eventi storici, e spunti di ispirazione più privata. Perché nero su bianco? Innanzitutto per testimoniare di problematiche, di sofferenze umane di cui si sa ben poco. Cosa sappiamo qui del Sudafrica a parte il nome di Mandela e i mondiali di calcio di due anni fa? Scrivere aiuta anche, individualmente, a scaricarsi delle sofferenze di cui si è stati testimoni, metterli su pagina aiuta a rielaborare il trauma e a liberarsene. Più in generale, scrivere e raccontare attraverso un mezzo che non sia quello della cronaca, del diario, dà un senso nuovo a fatti che nella realtà, nella loro miseria e violenza senza fine, a volte sembrano perdere qualsiasi senso: restituisce una logica all’illogico. È il valore ri-creativo, e dunque consolatorio, della scrittura, per chi scrive innanzitutto, e si spera, per chi leggerà il libro.

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