La minaccia nucleare

Un sguardo internazionale. Mettiamo a fuoco gli arsenali nucleari nel mondo e in Italia. E i loro rischi.
Maurizio Simoncelli (Consiglio direttivo Archivio Disarmo)

La questione degli arsenali nucleari s’impone attraverso i mass media in modo saltuario all’attenzione dell’opinione pubblica. Ultimamente questo avviene soprattutto in relazione ai timori di velleità nucleari da parte del regime di Teheran e alle minacce avanzate dalla Corea del Nord nei confronti della superpotenza statunitense.
In realtà la questione nucleare è decisamente più complessa e non può essere circoscritta ai presunti pericoli dei due Stati asiatici.
In primo luogo, qual è oggi lo stato degli arsenali nucleari? Innanzi tutto avere dati precisi in questo ambito non è facile per la reticenza dei governi a dichiarare – per vari e a volte opposti motivi – le loro forze reali. Per esempio, circa la Cina alcuni calcolano 3.000 testate (secondo lo studio China’s Underground Great Wall: Challenge for Nuclear Arms Control dell’Asia Arms Control Project della Georgetown University), altri sole 700 (secondo il gen. R. Kehler’s, Comandante dell’US Strategic Command STRATCOM), mentre altri ancora meno.
Secondo le fonti internazionali più attendibili, la Russia appare come quella con maggior numero di testate (8.500), seguita dagli USA (7.700), dalla Francia (300), dalla Cina (250), dalla Gran Bretagna (225) e, con arsenali minori, da Israele, Pakistan, India e, ultima, Corea del Nord.
In secondo luogo, va sottolineato, comunque, che il dato numerico non è l’unico elemento da tenere in conto, poiché hanno una rilevanza anche sia le caratteristiche dei vettori di queste armi (aerei o missili), come precisione, velocità, individuabilità, ecc., sia la potenza specifica di ogni testata (misurata in kilotoni equivalenti a tonnellate di tritolo).
Quindi, il solo possesso di queste armi non rappresenta concretamente una minaccia attuabile, in quanto, ad esempio, bisogna essere in grado di portarla sull’obiettivo. È il caso delle recenti minacce esercitate dalla Corea del Nord nei confronti degli Stati Uniti, il cui territorio nazionale, secondo gli esperti, ne rimarrebbe indenne in quanto i missili di Pyong Yang del tipo Taep’o-dong-2 a propellente liquido avrebbero sì un raggio ipotetico d’azione di circa 7.000 km, ma non sono ritenuti funzionanti, secondo quanto riporta il “Bulletin of the Atomic Scientists”. Si stima, però, che Iran e Corea del Nord stiano entrambi ancora lavorando per un missile con queste reali capacità.
Sulla scarsa affidabilità di tali armi si è analogamente espresso il recente rapporto della DIA “Valutazione delle minacce dinamiche 8099: Programma di armi nucleari della Corea del Nord”, redatto nell’aprile 2013 e in gran parte ancora per lo più segreto.
Le minacce ripetutamente avanzate dalla Corea del Nord verso la confinante Corea del Sud o il Giappone o addirittura nei confronti di Washington sono state negli anni alternate ad atteggiamenti più distensivi, per cui si ritiene da più parti che la bomba nucleare nord-coreana sia più un’arma politica (tesa a ottenere risultati economici per un Paese affamato) che uno strumento militare.

Le armi nucleari tattiche
Le armi nucleari tattiche (cfr. box) hanno avuto il loro periodo di massimo splendore (per così dire) all’epoca della guerra fredda, quando se ne immaginava l’utilizzo per creare una barriera impenetrabile alle forze sovietiche nel caso di un tentativo d’invasione terrestre dell’Europa occidentale e per dare tempo ai soccorsi militari statunitensi di arrivare.
Preoccupante, invece, all’interno dell’arsenale statunitense è ancora oggi la permanenza di armi nucleari tattiche operative, escluse dai trattati USA-Russia relativi a quelle strategiche. Infatti, un recente studio di H. M. Kristensen e R. S. Norris ha evidenziato che delle 2.800 testate nucleari tattiche stimate in possesso di quattro paesi (Russia 2.000, USA 760, Francia 50, Cina poche, ma in numero imprecisato, Pakistan in sviluppo) solo le 200 statunitensi dislocate in Europa sono operative, mentre quelle di Mosca sono in attesa di smantellamento.
In particolare, i due terzi circa dell’arsenale tattico statunitense è composto da bombe del tipo B61, per alcune delle quali (in particolare per il modello B61-4) l’amministrazione Obama ha varato un costoso e significativo programma di modernizzazione, teso al loro potenziamento e a una maggiore precisione. Queste nuove bombe, denominate B61-12, saranno in dotazione agli aerei F-15E, F-16 e Tornado, ma nel futuro anche ai costosi e discussi F-35 Lightning II (Joint Strike Fighter) e ai bombardieri strategici B-2. È opportuno anche ricordare che queste armi operative sono dislocate in cinque Paesi (Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia) in un numero stimato a oggi tra le 150 e le 200 unità. Per quanto riguarda il nostro Paese, i cui governi non ne hanno mai né confermato né smentito la presenza, ne risultavano 50 dislocate ad Aviano in dotazione al 31° US Fighter Wing e 10-20 in dotazione ai Tornado italiani.

Le normative internazionali
Il settore è regolamentato fondamentalmente da due trattati internazionali.
Il primo pilastro è rappresentato dal Trattato di Non Proliferazione nucleare TNP, firmato nel 1968, che prevede solo cinque Paesi autorizzati ad avere tali armi (USA, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna), impegnati a ridurre i loro arsenali e a non aiutare altri Paesi a ottenerle. Gli altri Paesi firmatari s’impegnano a non avere tali armi e a utilizzare l’energia nucleare solo a scopi pacifici.
In realtà, il disarmo nucleare previsto dal TNP è proceduto molto lentamente e anche con palesi contraddizioni. Da un lato, a quasi cinquanta anni dalla firma, le superpotenze nucleari, come abbiamo visto, continuano ad avere arsenali di tutto rispetto, pur avendoli ridotti significativamente rispetto all’epoca della guerra fredda. Dall’altro, si sono costituite “nuove” potenze nucleari extra-TNP (India, Pakistan, Israele), mentre altre aspirano a entrare nel club (Nord Corea, Iran). Gli USA hanno addirittura firmato accordi di collaborazione con l’India, contravvenendo alle disposizioni dello stesso TNP. Paesi aderenti al TNP ospitano armi nucleari o le hanno addirittura in dotazione (il caso italiano). Anche il sistema di controlli facente capo all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica AIEA dell’ONU è ormai inadeguato.
Il Trattato sul Bando Totale degli Esperimenti Nucleari (CTBT) costituisce il secondo pilastro del sistema internazionale di controllo e limitazione delle armi nucleari. Gli Stati Parte s’impegnano, senza alcuna eccezione, a non effettuare esperimenti nucleari sul loro territorio e a non incoraggiare o partecipare a tale tipo di esperimenti in altri Stati, con il fine di limitare lo sviluppo, l’aggiornamento e la creazione di nuove generazioni di armi nucleari.
Il Trattato è stato già firmato da 180 Stati e ratificato da 148; tuttavia, come indicato nell’art. XIV, entrerà in vigore solo dopo l’avvenuta ratifica da parte di 44 Stati con capacità nucleare avanzata. Fra questi, Stati Uniti, Cina, Egitto, Iran, Israele e Indonesia non hanno ancora proceduto a ratifica, mentre altri, quali India, Pakistan e Corea del Nord, non hanno ancora firmato il Trattato. Nel frattempo, sono aumentati gli interessi di diversi Paesi verso l’uso civile dell’energia nucleare, che, però, può essere l’anticamera tecnologica per passare poi all’uso militare.

Quali prospettive di disarmo?
Intanto, quasi del tutto ignorate, da diversi anni intere aree del pianeta, attraverso i loro governi, si sono dichiarate denuclearizzate: è il caso dell’America latina (dal 1968), del Pacifico meridionale (1986), del Sud-Est asiatico (1997), dell’Asia centrale (2006) e dell’Africa (2009), per un totale di circa 100 Paesi.
A livello internazionale sono diverse le iniziative per un disarmo nucleare completo ed effettivo, approdando anche ai massimi livelli internazionali. Infatti, se, ad esempio, durante la crisi degli euromissili negli anni Ottanta, E. Thompson proponeva invano l’opzione zero, senza trovare credito presso i governi interessati, nel gennaio 2007 H. Kissinger, S. Nunn, W. Perry e G. Schultz proponevano l’opzione “Global Zero” (con un articolo pubblicato sul “Wall Street Journal”). L’anno dopo, nell’ottobre 2008, il segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon ha presentato un piano in cinque punti sul disarmo nucleare e nell’aprile 2009 Barak Obama, al vertice di Praga con la Russia, ha parlato di un impegno USA per il disarmo nucleare (contraddicendosi poi con la vicenda B61). Proprio per spingere i governi degli Stati nucleari a operare coerentemente con quanto affermano, anche da parte della società civile, sono in atto iniziative di pressione in tal senso, come la Campagna lanciata da ICAN per il bando dei test nucleari.

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