CHIESA

Ucciso dalla mafia

Pino Puglisi: prete in un quartiere di periferia, la mafia e la Chiesa di Palermo.
Carmelo Torcivia (sacerdote, docente di teologia pastorale presso la Facoltà Teologica di Sicilia)

Don Pino Puglisi è beato. Il 25 maggio la Chiesa di Palermo ha vissuto un forte momento di vita ecclesiale grazie a questo evento dello Spirito. Assieme ad essa, tutta la società civile si è stretta attorno a questa celebrazione, riconoscendo in essa un punto di arrivo alto della maturazione ecclesiale. Finalmente, senza polemiche e spiriti troppo di parte.
Ma cosa rappresenta questo evento?
Sicuramente, come già detto, un punto di arrivo di tutto un cammino di riflessione civile ed ecclesiale, che ha accompagnato la società e la Chiesa palermitana e italiana dalla morte di don Puglisi per mano mafiosa fino a oggi. Ancora e soprattutto, un punto di partenza anche per un qualcosa che si deve ancora comprendere e sviluppare.

In un quartiere di periferia
Un punto di arrivo, dunque. La morte di Pino Puglisi, avvenuta il 15 settembre del 1993, coglie di sorpresa la Chiesa e la società di Palermo anche se, a uno sguardo attento, la si può ben capire. Coglie di sorpresa sia perché era da tanti anni che la mafia non uccideva un prete (non è storicamente il primo prete a essere ucciso dalla mafia) sia perché allora era opinione comune che potessero essere altri i preti palermitani sotto il mirino della mafia, quelli che avevano preso pubblicamente posizione contro la stessa mafia tanto da essere considerati come appartenenti all’antimafia. Puglisi no. Sì, era lì a Brancaccio, in un quartiere di periferia ad alta densità mafiosa, svolgeva la sua azione pastorale di parroco sentendosi impegnato nel voler aiutare le persone a liberarsi dall’oppressione del giogo mafioso, ma tutto ciò non era noto, non appariva nei giornali e nelle televisioni, non aveva le guardie di scorta che allora erano state destinate ad alcuni preti. Perché questo? Solo per un problema di carattere personale, più o meno schivo? Oppure per un problema di linguaggio e di scelte? L’interpretazione che comunemente si dà è più legata al carattere di Puglisi, ma credo che sia grossolana e falsa. Il vero problema è che – a mio modesto avviso – i cosiddetti preti antimafia (e non è affatto scritto con il benché minimo disprezzo, tutt’altro) avevano svolto un encomiabile lavoro di riflessione e di azione civile nei confronti del fenomeno mafioso. E, soprattutto in quegli anni, avevano doverosamente assunto le categorie socio-culturali interpretative della mafia e un linguaggio fortemente civile, ben riconoscibile dalla società civile impegnata nella lotta contro la mafia anche perché, per la gran parte, mutuato da essa. Ecco perché erano più facilmente individuabili dai riflettori dei media.

Struttura di peccato
Nell’interpretazione teologica, ancora, c’era stata una grossa svolta nel ritenere la mafia come “struttura di peccato”. La Chiesa di Palermo, inoltre, già a partire dagli omicidi eccellenti degli anni Ottanta, vede schierato in prima linea il cardinale Pappalardo e, con lui, tanti preti e laici che si fanno baluardo contro queste efferatezze, a fronte anche di una palese assenza dello Stato. Negli incontri di clero, nei convegni ecclesiali, negli organismi di partecipazione della diocesi e di alcune parrocchie e movimenti si fanno questi discorsi, si crea un’autoconsapevolezza diversa dal passato, ci si sente orgogliosi di questo cammino di Chiesa. Puglisi è uno di quei tanti cristiani che partecipa a questi momenti di Chiesa e stima e stringe anche amicizia con qualcuno di questi preti cosiddetti antimafia. Fa, però, qualcosa “in più” o di “diverso”. Egli è un profondo innamorato della Bibbia, non riesce a pensarsi senza di essa. E per lui questo rapporto è tutt’altro che intellettuale e nozionistico. Traduce, allora, tutti quei contenuti sociali ed ecclesiali in itinerari formativi con e a partire dalla Bibbia. Questo diventa la sua forza sia per tagliare con alcune azioni pastorali che potevano prestare il fianco a infiltrazioni mafiose (vedi alcune processioni religiose e il loro legame con alcuni comitati organizzatori) sia per inventare azioni pastorali nuove. Scrive a tal proposito Rosaria Cascio, che l’ha conosciuto fin da ragazza: “Per estirpare il suo [della mafia] radicamento non bisogna ingaggiare una lotta muro contro muro perché questo è un modo di agire che porterà soltanto allo scontro frontale e, quindi, al tifo per i buoni e i cattivi. Occorre, invece, proporre un modello di vita differente, altro, alternativo, mostrando che è praticabile. […] Creare spazi di riscatto collettivo e organizzato da competenti assistenti sociali attraverso, prima di tutto, il segretariato sociale che informava la gente sui propri diritti; o anche camminare a braccetto con cittadini riuniti nel Comitato Intercondominiale e raccogliere firme per ottenere i servizi mancanti nel territorio di Brancaccio; sostenere la ditta Balistreri a non piegarsi all’intimidazione e alla richiesta di pizzo per ristrutturare S. Gaetano [la chiesa parrocchiale]; promuovere spazi di socializzazione positiva e non violenta per i ragazzi: questa la strada sociale intrapresa da 3P [= Padre Pino Puglisi] nella promozione umana e cristiana della gente di Brancaccio. Cristo come Salvatore degli oppressi. La mafia si sentì minacciata perché si rese conto che stava perdendo il controllo sociale del territorio e delle persone” (Rosaria Cascio, Il metodo di padre Puglisi, in Francesco Palazzo, Augusto Cavadi, Rosaria Cascio, Beato tra i mafiosi. Don Puglisi: storia metodo, teologia, Di Girolamo, Trapani 2013, p. 123). Su questa linea anche don Francesco Stabile, storico della Chiesa che l’ha conosciuto fin dagli anni del seminario: “Per Pino, come anche per noi giovani preti, [quando si agiva a favore della dignità dei poveri] non si trattava di supplenza né di pura assistenza, ma di un modo diverso di essere Chiesa nel territorio. Così anche l’attenzione al male di mafia non nasceva solo da una militanza civile per la liberazione dalla mafia, ma dall’aver capito che la mafia era un nodo fortissimo che impediva l’accoglienza del Vangelo di Gesù. Era per noi opera eminentemente pastorale” (Francesco Michele Stabile, La testimonianza di un amico presbitero, in Idem, p. 172). Se, quindi, l’uccisione di Puglisi da parte della mafia coglie di sorpresa tutti, dall’altra parte c’era da “aspettarselo” sia per quanto si è già detto sia per una determinazione della stessa mafia che, sentendo attorno a sé una Chiesa ostile (cfr. il discorso del papa Giovanni Paolo II ad Agrigento) dichiara guerra alla Chiesa (cfr. gli attentati alle basiliche romane).

Martirio
Quali recezioni ecclesiali di questa morte-martirio? Sicuramente varie e di diversa qualità. Una delle più significative e autorevoli è rappresentata dalla Lettera di Avvento del 1994 che il cardinale Salvatore Pappalardo ha inviato alla Chiesa di Palermo, cui si allegava – unico caso – un documento congiunto dei Consigli diocesani Presbiterale e Pastorale, fortemente voluto dallo stesso cardinale Pappalardo, perché si manifestasse più pienamente il senso corale della Chiesa. In un passaggio di questa Lettera così si esprimeva il Cardinale: “L’esistenza della mafia non pone problemi solo all’ordine pubblico, alla polizia, alla magistratura, al vivere civile … ma anche, e soprattutto, all’evangelizzazione, alla vita cristiana autentica e alla conduzione pastorale dei fedeli nell’ambito della comunità ecclesiale. Questo dato ci permette di comprendere il perché da parte dei fedeli, proprio in quanto tali, si debba agire concordemente per contrastare la presenza e l’azione della mafia sul territorio. La Chiesa ha un suo motivo specifico per opporvisi e deve, quindi, affrontarla con categorie proprie di pensiero, di sentimenti, di linguaggio, di azione. Questo fa anche intendere quale fosse il motivo dell’intensa azione pastorale svolta da don Giuseppe Puglisi, “coraggioso testimone della verità del Vangelo” (come lo ha ripetutamente qualificato il Papa), e dagli altri sacerdoti che, in un modo o nell’altro, sono stati in questi ultimi tempi fatti oggetto di pesanti minacce di mafiosi. Non era la loro – come quella di tutti i sacerdoti – una personale, privata scelta di “lotta contro la mafia”, quasi un impegno politico da svolgere insieme con altri, ma la conseguenza logica e teologica dell’avere preso sul serio l’evangelizzazione del territorio e la sua promozione, e di dovere condurre una pastorale del tutto incarnata nel vissuto concreto e quotidiano di esso. Non è questo un fattore opzionale della prassi ecclesiale, ma un vero e proprio “luogo teologico”, dove la Chiesa stessa si riconosce e si autorealizza come tale. […] Non è questa, ancora, una prassi del tutto generalizzata, non è, purtroppo, uno stile ugualmente diffuso. Possiamo comprendere le ragioni di questa situazione ecclesiale, ma dobbiamo compiere un deciso passo in avanti verso questa evangelizzazione nel territorio che è stata tante volte ribadita e che è il nostro futuro ecclesiale”.
La proclamazione di beatitudine di Puglisi, motivata come martirio “in odium fidei” causato dalla mafia, fa definitiva chiarezza su tutta questa storia e apre strade nuove di comprensione e giudizio ecclesiale. Si sa, infatti, che la mafia è stata scomunicata dalla Chiesa negli anni passati e tuttavia l’attribuire l’odium fidei alla mafia porta la Chiesa a considerarla come non solo al di fuori della stessa Chiesa, ma come ostile al Vangelo di Cristo. È evidente che qui c’è molto di più di una scomunica. Questo è un importante passo in avanti per l’autocomprensione della Chiesa nei confronti della mafia. Ciò comporta ancora che tutti gli itinerari di fede, di catechesi, di cammini ecclesiali dovranno tenere conto di ciò. A fronte di una persistente “religiosità” di comportamenti e credenze che pur si evince in alcuni mafiosi e in alcuni “riti” di iniziazione mafiosa.
E se questa beatificazione di Puglisi fosse di aiuto per la beatificazione di Romero, anch’essa per odium fidei? E se tutto ciò creasse un’analogia interessante tra la mafia e “gli squadroni della morte” di San Salvador, anch’essi formalmente cristiani? Si comprende bene che questa beatificazione è tutt’altro che una beatificazione come tutte le altre. Può fare esplodere significati e conseguenze che investono molti campi dell’agire pastorale della Chiesa. In ogni caso, mettono in profonda relazione fede e giustizia e pongono una netta distinzione tra il Vangelo e le forme rituali che pur si appellano a Gesù Cristo.

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