EDITORIALE

Amare o armare?

La redazione

“Non comprendiamo come sia compatibile un cacciabombardiere, che serve ad attaccare più che a difendersi, col ripudio della guerra dettato dalla Costituzione”.
In accordo con le parole pronunciate da mons. Giovanni Giudici non più di qualche settimana fa, riteniamo una fortuna che gli F35 facciano discutere, anche animatamente, e non solo in alcune nicchie (l’editoriale di dicembre 2006 e gennaio 2012).
E ripetiamo, oggi come allora, con la stessa fermezza, che all’Italia non servono cacciabombardieri d’attacco, né droni, aerei superdotati o robot supertecnologici che controllano i nostri cieli. Non servono a costruire un Paese più giusto né a costruire una cultura di pace di cui tanto avremmo bisogno. All’Italia servono diritti, lavoro, senso civico, ospedali efficienti, sanità e scuole pubbliche. E la capacità di ritrovare una sufficiente coerenza con tutta la Carta Costituzionale, anche laddove recita che l’Italia ripudia la guerra.
Lo scorso 3 luglio, il Consiglio Supremo di Difesa è, però, intervenuto con un pesante monito: “Il Parlamento non può porre veti al governo in tema di armi”. Quindi, non spetta al Parlamento decidere. E, forse, non ne dovrebbe neanche parlare. Ma di cosa dovrebbe parlare? Non solo il Parlamento, per altro, ma l’intera società civile, se non delle cose essenziali che cementano il patto e il tessuto sociale? E com’è possibile stralciare da queste quale tipo di sicurezza vogliamo, cosa sentiamo oggi come veramente minaccioso, quali sono le priorità in un momento tanto difficile come l’attuale? E che senso ha parlarne se, poi, non si ha il potere di decidere?
Davvero ci sembra schizofrenico aver giustificato tante guerre (pardon, operazioni di polizia internazionale) per liberare popoli oppressi e portar loro la democrazia, e affermare che la democrazia, almeno per quanto riguarda l’aspetto della rappresentanza parlamentare, va cancellata se si parla di difesa. Ma forse non si tratta di schizofrenia: siamo all’ennesimo raggiro, agli ennesimi interessi della la lobby armiera e di quella militare. Siamo ancora una volta di fronte a un Paese, il nostro, incapace di una vera autonomia decisionale, per cui ciò che altri Stati europei hanno fatto (sfilarsi da un progetto ultracostoso, con una ridicola ricaduta occupazionale, per velivoli con enormi problemi tecnici e con futuri costi di gestione elevatissimi) in Italia risulta impossibile.
Con la retorica e la menzogna che sempre accompagnano queste operazioni: “Per amare la pace bisogna armare la pace”, ammonisce il ministro Mauro.
“Sapete qual è l’opposto del verbo amarsi? Aggiungete una R: armarsi. Quando ci si arma, inesorabilmente ci si odia. Ve lo dico con molta fermezza, con molta libertà e con molto rispetto: quando si costruiscono le armi, necessariamente devono essere usate. Chi fabbrica le armi vuole che siano vendute e consumate. E le armi si consumano uccidendo...” (Tonino Bello ai ragazzi, in Senza misura, la meridiana 1993).
Al ministro Mauro prontamente aveva replicato mons. Giudici: “Una falsità storica, un’offesa all’intelligenza, dimenticate le radici cristiane”.
E papa Benedetto XVI, il 1° gennaio 2010, osservava che, davanti ai volti dei bambini sfigurati dal dolore, vittime innocenti delle guerre, “crollano tutte le false giustificazioni della guerra e della violenza. Dobbiamo semplicemente convertirci a progetti di pace, deporre le armi di ogni tipo e impegnarci tutti insieme a costruire un mondo più degno dell’uomo”.
L’amore per la pace non ha niente a che vedere con la guerra, non può essere indotto con le armi e tanto meno con gli F35. Ha invece molto a che fare con tante risposte urgenti, a partire dal lavoro, dalla sanità, la scuola, l’ambiente, la giustizia, che in troppi attendono con ansia. Risposte importanti, che potrebbero trovare dei primi abbozzi con l’utilizzo dei circa 14 miliardi di euro destinati all’acquisto degli F35. Su quali altri temi dovrebbe discutere e decidere il Parlamento?

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Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
non potevano superare i burroni e gli abissi
per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
Ivo Andrić
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